“C’eravamo tanto amati per un anno forse più, c’eravamo poi lasciati non ricordo come fu”, così l’incipit della canzone, ma nella vicenda politica, tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, gli anni sono diciassette e si sono lasciati per contrasti politici.
Il Capo del governo resta il capo del Pdl, il Presidente del consiglio, invece, costituisce un nuovo gruppo parlamentare: “Futuro e Libertà per l’Italia”, formato da 33 deputati e da 10 senatori.
Fine della ricreazione all’interno del Pdl la cui maggioranza dovrà andare avanti monca del gruppo di parlamentari della corrente di Gianfranco Fini. Tuttavia, è probabile l’arrivo di truppe fresche dal versante di centrosinistra che supplirebbero la fuoruscita,allontanando così, se l’ipotesi non è campata in aria, la formazione di una nuova compagne governativa. Non è tutto. La maggioranza si sentirebbe in un certo senso sicura anche dal gioco dentro e fuori dell’Udc. L’opposizione del partito di Casini non è del tipo muro contro muro, come visto. Su alcuni provvedimenti non è detto che farebbe mancare il suo appoggio. In tal senso andrebbe la nomina dell’Udc, Michele Vietti, alla vice presidenza del Csm. Come dire, Parigi val bene una messa.
Se questo scenario si verificasse realmente, sarebbe la fine di Fini, perché la sua politica, alla lunga, avrebbe l’effetto di un boomerang. In questo caso, avrebbe fatto male i suoi calcoli: giocando di rimessa nei confronti di Berlusconi, che, peraltro, non ce l’ha fatta più del di lui controcanto, non avrebbe calcolato che il Cav possiede sette vite come i gatti.
Siccome la situazione era arrivata al punto di non ritorno, il Capo del governo ha deciso a modo suo di sciogliere il nodo Presidente della camera che lo stava strangolando.
In un partito a conduzione carismatica, la dialettica politica, portata, in verità, fino all’esasperazione dalla corrente finiana, è vista come sinonimo di diserzione. Con la rottura tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, il partito, costituito con un processo di fusione a freddo, ha mostrato i suoi limiti organizzativi e politici. C’è anche dell’altro: il loro matrimonio è stato solo di interessi, senza amore, per cui non poteva durare a lungo.
La voce del dissenso della corrente finiana è stata zittita, con una operazione di normalizzazione inedita, nella breve storia della Seconda repubblica.
Silvio Berlusconi ha colpito la “Banda dei quattro” finiana, con il deferimento di tre componenti ai probiviri, e il capo Gianfranco Fini nei panni maschili di Jiang Qing è stato invitato a lasciare la Presidenza della camera, peraltro, una prassi non prevista dalla Costituzione. Pivetti non docet, per la cronaca la sua presidenza non fu messa in discussione da chicchessia, mentre Fini è stato sfiduciato dal medesimo partito che lo aveva eletto. Se la querelle prendesse, in Aula, la piega di una conflittualità in crescendo, allora il caso sarebbe di pertinenza del Capo dello stato, che dovrebbe decidere sul da farsi.
Per Fini, la questione che lo riguarda personalmente dimostra una modalità aziendale, epperò, lui, -precisa -, non è un ad.
Senz’altro ha il sapore di una richiesta provocatoria, dato che il vertice del Pdl non può pensare di imporre alle istituzioni lo stesso trattamento riservato ai finiani. D’altro canto, Gianfranco Fini ha fatto uso e abuso della Terza carica dello stato, tant’è che l’ha manovrata a suo piacimento come una clava,di fatto, portandola al degrado, adesso, però, dovrà stare attento, visto che Berlusconi ha chiesto le sue dimissioni e rifiutando di darle, rischia di fare la parte di un’anatra zoppa.
Per le istituzioni non è una bella stagione: non riformandole, sono in mezzo al guado, con l’aggravante che affondano ogni giorno di più in un degrado spaventoso. Di là dagli sforzi del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che è preoccupato che si possa aprire uno scontro istituzionale senza precedenti e che il governo si possa trovare in difficoltà, per il venir meno della maggioranza, alla quale Fini, però, ha giurato lealtà se rispetterà il programma di governo.
C’è da dire, comunque, che la” Banda” non si schiera con l’opposizione, ma resta leale al governo e fedele al patto stipulato con gli elettori. Siccome non ci sarà il rischio ribaltone, si aprirà una fase nuova all’interno della coalizione di maggioranza: Berlusconi, oltre con la Lega di Bossi, dovrà vedersela con la formazione di Fini, con la quale dovrà sudare le famigerate sette camice su ogni provvedimento legislativo.
In special modo, sull’etica pubblica, sulla morale dei singoli esponenti politici e sul rispetto delle regole sarà inflessibile. Pur dichiarandosi garantista non è disponibile a contrabbandarlo con l’impunità.
Ma siamo solo all’inizio di una storia politica la cui narrazione continuerà ancora per mesi, con nuovi colpi di scena.

