Una riflessione su Berlinguer

Caro Macaluso, ma Berlinguer…

Caro Macaluso,

ti sono grato perché dici sempre cose che non annoiano, pertanto, non passano inosservate, anzi, stimolano il dibattito come, per esempio, l’ultimo tuo lavoro sulla questione berlingueriana, pubblicato dalla tua rivista: ”Le nuove ragioni del socialismo” a cui auguro un meritato successo.

In tempi in cui le sorgenti della sinistra sono abbastanza essiccate, una delle poche fonti da cui zampilla ancora cultura politica potabile è la tua; e a questa, volentieri, mi accosto, e non sono l’unico, per dissetarmi.

La riflessione su Enrico Berlinguer, al quale ascrivi l’inizio della crisi del Pci di cui era segretario, mi trova d’accordo, ma se permetti vorrei aggiungere una mia argomentazione. Comunque, finalmente, un ex dirigente politico comunista del tuo rango, e non il solito storico, che scava sulla storia degli anni a cavallo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta e si pone la domanda: se con Berlinguer non si era aperta una crisi di ruolo del Pci, in un quadro in cui incubava una crisi di sistema?

Sommessamente, mi permetto di dire che la crisi del comunismo italiano ha un epicentro molto più lontano di quello da te indicato e risale agli anni delle lotte studentesche del ’68 e dell’autunno caldo operaio del ’69 e degli anni di piombo.

In quell’arco di tempo, il Pci venne attaccato da sinistra, per via della sua politica moderata e governativa, e accusato da un cotè estremista comunista di tradire gli ideali della Resistenza e della Rivoluzione.  Non a caso, Rossana Rossanda affermò che le Brigare rosse erano nell’album di famiglia del Pci.

Per la prima volta, il Pci fu contestato da sinistra, in particolare da coloro che credevano nel comunismo, arrivando al punto che Botteghe oscure li condannò e li denunziò per l’efferatezza dei loro delitti. Di fronte a ciò, non ebbe altra scelta e, per non farsi travolgere, si dichiarò a favore del  partito della fermezza, volendo con questo dimostrare un forte senso dello Stato, contro il terrorismo politico. E, comunque, per questa ragione puramente interna, sul caso Moro fu inflessibile.

Il sacrificio di Moro salvò il Pci da ogni eventuale legame con il brigatismo, ma politicamente si trovò in mezzo al guado: aveva abbandonata, da un lato, la riva del comunismo duro e puro, dall’altro, quella governativa.

All’avance di Berlinguer di far parte organicamente del governo, la Dc rispose picche anche per ragioni di politica estera, dato che la Casa Bianca fu ostile a ogni tipo di apertura al Pci.

Dopo le dimissioni del governo di solidarietà nazionale guidato a Giulio Andreotti, prendendo a pretesto il terremoto della Campania, cambiò linea, con la “seconda svolta di Salerno” e, per di più, cambiò pure le alleanze interne di partito, estromise i cosiddetti “miglioristi”, vale a dire i filo socialisti del gruppo di Napolitano di cui tu facevi parte, lasciandoti, però, la direzione de l’Unità e stabilì un rapporto inedito con Pietro Ingrao, con il quale non fu mai in sintonia, giacché era distante, politicamente,  mille miglia.

Con la nuova maggioranza, il segretario inaugurò la linea dell’alternativa democratica in chiave operaista, ossia massimalista, la più sciagurata politica che Berlinguer avesse potuto intraprendere. Con ciò, il comunismo italiano già in crisi, per gli avvenimenti di cui sopra, Berlinguer ebbe la forza di acuirla in modo irreversibile.

Vero è che negli anni Sessanta e Settanta, il Pci entrò in crisi, avendo un avversario interno di natura estremista a cui non seppe dare una risposta per sconfiggerlo, ma è vero anche che Berlinguer mise del suo, sposando l’asse interno verso il massimalismo,per acuire la crisi politica.

I casi della vita, nel Berlinguer post compromesso storico, c’era molto di Ingrao di quel periodo. Berlinguer che aborriva la politica troppo di sinistra di Ingrao, per uno come lui troppo di destra. Di fronte alla crisi politica del Pci, Enrico Berlinguer abbracciò quella peggiore: contro e a favore della Dc, fuori e dentro il capitalismo e, comunque e sempre, ostile al Psi di Bettino Craxi. Facendo, così, felice e contento Tonino Tatò, antisocialista patologico per antonomasia, a quale bisogna addebitare, in una certa misura, alcuni errori politici commessi da Berlinguer: dal mancato appoggio alla presidenza del consiglio socialista di Craxi alla battaglia referendaria contro il taglio dei tre punti della scala mobile. Per non parlare, dell’influenza negativa esercitata su Tatò,- il quale trasferiva, tramite appunti e note, a Berlinguer -, del gruppo Espresso & Repubblica, della sinistra Dc e del Pri, in particolare di Bruno Visentini fino quando questi non fu nominato Ministro delle finanze del governo Craxi.

Giorgio Napolitano, fautore dell’idea socialista, fu acerrimo avversario vuoi della nuova proposta berlinguerian – ingraiana vuoi della “diversità” che si esplicitava anche nella “Terza via”. Per le sue idee, e solo per le sue idee, pagò in prima persona. Proprio per questo, Napolitano non fu considerato “figlio del partito” e gli fu sbarrata, di conseguenza, la porta della segreteria. Con il senno del poi, fu la sua fortuna, visto che attualmente è inquilino del Quirinale.

“Terza via” da cui alcuni dirigenti – ex Ds e oggi Pd – fanno partire le origini del Partito democratico.  Per l’appunto, “Terza via” che già allora era incapace di disegnare, strategicamente, il passaggio dal Pci a un’altra Cosa, avendo scartato a priori la questione socialista, figurarsi se  poteva avere i semi per far germogliare l’Ulivo prima e il Pd poi.

Oltre a te, Caro Macaluso, anche Piero Fassino critica, nel suo libro autobiografico:” Per Passione”,la politica berlingueriana, creando forti malumori tra i berlingueriani più convinti. Anche per il fatto che rivaluta la figura di Bettino Craxi la cui forza – a suo avviso- fu di interpretare le domande di dinamicità di una società che cambiava. ” Mi è capitato spesso- scrive Fassino – di pensare a Enrico come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita: la partita dura oramai da molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge, con la prossima mossa, l‘avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l’altro muova”.

Era l’11 giugno 1984, quando Enrico Berlinguer fu colpito da un male che lo portò da lì a pochi giorni alla morte. Stava facendo, a Padova, il comizio a favore del referendum.

A Palazzo Chigi, c’era Bettino Craxi.

Berlinguer e Craxi: due leader profondamente diversi sul piano caratteriale, culturale e politico. Un rapporto, il loro, segnato da una profonda conflittualità che va dall’ascesa di Craxi alla segreteria del Psi sino alla morte di Enrico Berlinguer. I due si conoscevano bene, visto che entrambi erano figli della sinistra storica.
Nel Dopoguerra, il Pci e il Psi lavoravano gomito a gomito, stretti prima dal Fronte popolare e poi dal Patto d’unità d’azione, ragion per cui, gli esponenti dei due partiti relazionavano combattendo per lo stesso ideale socialista, a favore dell’emancipazione delle classi lavoratrici. Berlinguer e Craxi si erano formati in quel mondo, uno a Roma e l’altro a Milano, Il giovane socialista svolse il suo primo lavoro politico come funzionario nella sezione del Psi di Sesto San Giovanni, il giovane comunista, per dirla con la battutaccia di Giancarlo Pajetta, si era iscritto direttamente alle Botteghe oscure, cioè alla Direzione del Pci.

Entrambi si erano gettati anima e corpo nelle organizzazioni giovanili dei loro partiti, sacrificando gli studi – e non solo quelli- diventando dei professionisti della politica, nella accezione più nobile del termine. Erano della stessa pasta, entrambi cocciuti nell’affermare le loro idee e, nello stesso tempo, nella capacità di esercitare la direzione politica. L’autorevolezza dei due segretari era tale che incuteva soggezione ai dirigenti di partito. Quando presiedevano le Direzioni dei loro partiti non si sentiva volare una mosca.

Nonostante questi tratti in comune, si battevano per idee differenti e obiettivi diversi.
Sono passati 25 anni della morte di Berlinguer e a gennaio prossimo, 2010, i 10 anni della morte di Bettino.

Sarebbe il caso che le figure dei due leader venissero approfondite, ma non per consegnarle alla storia – come a scritto sul Corriere della Sera Giovanni Belardelli sul Corriere della Sera per il caso Berlinguer- ma per capire, una volta per tutte, perché in Italia, il socialismo e, quindi, il riformismo non si sono mai affermati.

Foto di Ilmatte


(1 luglio 2009)

4 Commenti su “Caro Macaluso, ma Berlinguer…”

  1. ezio iacono scrive:

    Se solo Berlinguer avaesse avuto più coraggio e tempestività a sganciarsi da Mosca; se solo l’attuale Presidente Napolitano avesse avuto più consapevolezza della mission della corrente migliorista; se solo Berlinguer avesse avuto una gestione meno togliattina del PCI con un maggiore dibattito interno, considerato che le due svolte di Salerno avvennero de plano e per iniziativa unilaterale dei due leaders; se invece di inaugurare la stagione fallimentare dell’ eurocomunismo,il PCI avesse intrapreso un dialogo netto con l’Internazionale Socialista; se qualcuno degli intellettuali d’area comunista non avesse parlato di Proudhon come qualcosa che si mangia. Certo gli errori non erano soltanto in casa comunista!

  2. pielu scrive:

    la storia non si fa con i se e con i ma,
    Ma perche stare insieme a coloro che ancora “adorano ” Berlinguer?
    PS non è che a berlinguer sia mancato il coraggio, e che i soldi russi gli facevano comodo, cosi poteva permettersi di fare il “santo”

  3. carlo m scrive:

    come ha detto lo storico Gotor, per la generazione di quelli nati negli anni ‘70 Berlinguer è come Pelè, tutti dicono che era un fenomeno ma non lo abbiamo visto mai giocare. io sono tra questi. le riflessioni di Macaluso mi convincono molto perchè raccontano e aiutano a comprendere la crisi della sinistra italiana e non solo del Pci. non credo che le ragioni stiano tanto nel biennio 67-69, il Pci non era certo entusiasta dei movimenti, li ha subiti per certi versi; se invece ci si riferisce alla vocazione rivoluzionaria del Pci, bé allora bisogna andare al 1921! e Berlinguer non giocava ancora! una occasione ben più importante in cui il Pci si poteva trasformare fu la proposta di Amendola a metà dei ‘60 di fare il partito della classe operaia con Psi e Psdi, ma… e Berlinguer ancora non giocava. Non mi pare centrale nemmeno l’operaismo, Panzieri era molto più apprezzato dai movimenti della burocrazia del Pci. nonostante tutto il Pci beneficia a metà degli anni ‘70 di un voto di sinistra e di opinione simile a quanto avviene nei paesi europei a favore dei partiti socialisti. e qui che Berlinguer sciupa e spreca un patrimonio dopo il rapimento Moro, dopo il compromesso storico; paradossalmente era molto più coraggiosa la proposta degli “equlibri più avanzati” di De Martino, che continua in una certa maniera con Craxi della “alternativa di sinistra”. Berlinguer dopo il 1979 sbaglia davvero molto, consegna il Pci ad una identità chiusa e fragilissima, davanti alla Fiat si consegna non tanto all’operaismo o all’ingraismo, – che mai ha praticato come mai il Pci ha davvero preso sul serio l’ingrasimo, che è stato un orpello un atteggiamento della coscienza tollerato come una utile extravaganza – ma alla incapacità di strategia politica e di lettura della realtà. Il post Berlinguer per certi versi deve ancora concludersi, lo spettacolo del Pci che cambia nome si ripete dal 1989 sino ai tormenti interni del Pd: drammi, appelli al popolo, primarie, congressi, lacrime… e la politica? Macaluso fa bene a riflettere su quegli anni perchè lì c’è qualcosa di specifico, che aiuta a leggere il nichilismo profondo che abita il postcomunismo italiano…

  4. MaurizioMitico scrive:

    Il Pci di Berlinguer era un Pci di caste intoccabili, all’interno l’arroganza celata dietro la sigla di “Centralismo democratico” imponeva regole verticistiche di comportamento, in realtà non condivise con la base operaia, studentesca e piccolo borghese del partito. In una stagione in cui dalle amministrazioni locali, fino al governo delle regioni, la sinistra, coordinandosi, governava quasi tutto il paese e di conseguenza la sua economia, i progetti, gli investimenti…insomma il futuro; nel Com/Centrale del Pci correnti imponevano con l’odio l’isolamento nei riguardi del Psi e altre componenti progressiste dell’epoca, Pri, Pli,… fino a spingere Bettino Craxi ad allearsi con le componenti non migliori della Dc.
    Io che ho vissuto l’ostracismo all’interno del Pci queste cose le dichiaro da un decennio e nel PD di Bersani ne colgo gli stessi pericoli. alla prossima…Mau.

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