Tentarono di stroncare le velleità di Obama dandogli del “socialist”. Lo staff di McCain ce la mise tutta per demolire le speranze del candidato democratico senza però riuscirvi. Era enorme la voglia degli americani di voltare pagina. E in modo sin troppo evidente il vecchio senatore repubblicano rappresentava la continuità rispetto a Bush.
Con Obama vinse la speranza, quella voglia di cambiamento che l’uomo delle Hawaii aveva saputo accendere nell’animo dei cittadini. Sin dalle primarie era stato il suo slogan: “Yes we can”. Gli americani gli hanno creduto e, a dire il vero, lui ha saputo conquistare la fiducia di tantissime persone anche al di fuori degli Usa. Sembrerà retorica ma con Obama ha vinto davvero il “sogno americano”. Basta leggersi la sua biografia per comprendere quanti passi in avanti abbia saputo fare la democrazia a stelle e a strisce dal punto di vista multirazziale e multiculturale. Per questo l’ingresso del primo afroamericano alla Casa Bianca rappresenta la speranza che si fa realtà. Come nei film, quelli che noi europei chiameremmo – un po’ da snob – americanate. Invece è tutto vero.
Dopo il sogno fattosi realtà per Obama è arrivato il momento della verità. L’agenda politica del presidente era – ed è - ricca: dal ritorno al multilateralismo in politica estera, alla riduzione delle tasse per chi guadagna meno di 250mila dollari con conseguente aumento per chi è più benestante, dalla riforma della sanità (il grande sogno democratico di garantire a tutti l’assistenza di base) fino al rilancio di un’economia sempre più in crisi. Ridare sicurezza e fiducia a risparmiatori e puntellare uno dei settori economici più in crisi, quello dell’auto. E’ partito da questi due capisaldi l’azione politica di Obama. Con un occhio sempre rivolto al cambiamento. Non a caso l’aiuto ai colossi auto è stato concesso in cambio della loro adesione alla linea “verde” voluta da Washington, con l’obiettivo della riduzione dell’inquinamento. Per qualcuno sarà anche retorica ma abituare gli americani a rinunciare a Suv e Hammer, o ad altri mezzi a quattro ruote a benzina da tremila cc e passa di cilindrata, è stata una rivoluzione copernicana.
Contrariamente a quanto sostenuto dai repubblicani Obama non si è mai sognato di mettere in discussione l’iniziativa privata in economia. Per lui, come per i socialisti in Europa, lo Stato ha il diritto-dovere di intervenire per “governare” lo sviluppo della società cercando di porre rimedio ai limiti del capitalismo. Non si tratta di sostituirsi ad esso ma di restituire il primato che spetta alla politica, secondo una concezione nomocratica che contempla una pluralità di fini, in antitesi a quella teleocratico-finalistica che pone invece, all’uomo – o allo Stato – un solo ed unico fine da raggiungere, sia esso il profitto o la giustizia sociale. E’ stato, il sogno di Obama, una riedizione riveduta e corretta del “socialismo liberale”. In America si potrebbe definire “liberal”, termine che non coincide esattamente con “socialist” ma, di certo, contempla un ruolo dello Stato più forte rispetto alla concezione della destra liberista. Tra l’altro l’ortodossia non interventista repubblicana è stata più volte rinnegata dallo stesso George W. Bush, coi salvataggi di Stato messi in atto per fronteggiare l’ultima gravissima crisi finanziaria. E l’aumento dell’imposizione fiscale, nonostante le promesse elettorali e le continue campagne del Gop a difesa dello “Stato minimo”.
L’America cambia, l’America volta pagina. Non si tratta solo di un sogno che diventà realtà. Non si tratta solo del riscatto epocale di una minoranza. Obama ha portato a votare moltissimi giovani – bianchi e neri – avvicinando una generazione che si sentiva distante, sfiduciata, tenuta in disparte. Questo forse sarà il compito più difficile per Obama: evitare di far affievolire, com’è nella natura delle cose, la speranza che molti giovani hanno riposto in lui. E da noi in Italia? Quante differenze tra la politica nostrana e quella a stelle e strisce. Ma, al contempo, quante analogie in quella voglia di cambiamento.
Nel discorso d’insediamento di Obama c’era anche un pezzo della nostra cultura. In un passaggio il presidente ha citato, indirettamente, l’illuminista toscano Filippo Mazzei: “… il tempo è venuto di riaffermare il nostro spirito durevole; di scegliere la nostra storia migliore; di riportare a nuovo quel prezioso regalo, quella nobile idea, passata di generazione in generazione: la promessa mandata del cielo che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità per conseguire pienamente la loro felicità”. La ricerca della felicità (“the pursuit of happiness”) è uno dei principi cardine della carta costituzionale americana, alla base dell’american dream. Fu proprio Filippo Mazzei, grande amico di Thomas Jefferson, a suggerire di accostare questo diritto all’uguaglianza e alla libertà. Ed è proprio da qui, dalla ricerca della felicità figlia dell’illuminismo italiano, che si può trovare il punto ideale d’incontro tra la rinascita del socialismo italiano – ed europeo – e la nuova frontiera della sinistra americana. Una sfida che guarda al futuro ma ha radici solide nel passato.
Foto di Tonx
(3 luglio 2009)

Ci vorrebbe un Obama italiano… ma se esistesse sarebbe in grado di imporsi sulla partitocrazia imperante?
L’ Obama italiano c’era, ma è stato
stroncato anche grazie all’accusa di
essere partitocratico. Obama ha vinto anche
perchè gli americani sono tornati ad interessarsi
di politica, al contrario di quello che succede in
Italia, dove ha vinto l’antipolitica. Mentre gli americani hanno deciso di utilizzare gli strumenti
democratici di cui dispongono, gli italiani hanno
deciso di disfarsene.