L’avvio del dibattito congressuale in casa Pd ha del surreale. Non solo per le modalità previste dal macchinoso statuto dei democrats all’insegna del più folle autolesionismo, quanto per l’assurda contesa tra “vecchio che avanza” e “nuovo che torna”. Entrambe le categorie, oltre ad essere molto labili e contraddittorie nella forma e nella sostanza, appaiono, diversamente alla dialettica hegeliana, destinate a non generare alcuna sintesi. Questo, non solo per una banale quanto legittima forma di masochismo che accompagna la storia della sinistra italiana nel suo complesso – da cui difficilmente riuscirà a smarcarsi nel medio periodo – quanto per la difficoltà, se non l’impossibilità assoluta, di con coniugare forzatamente il vecchio con il nuovo, o meglio, ciò che fu, con ciò che dovrà essere, specie nell’indefinitezza di quest’ultimo. La storia ci insegna che i processi di cambiamento si materializzano sempre in seguito a forti “ropture”. In tal senso, il secolo scorso è maestro. L’atto di nascita del Pd non è stato contrassegnato da alcuna discontinuità, né politica, né culturale, né tantomeno generazionale, pagando oggi, ancor più di ieri, il suo peccato originale. E’ il figlio, in continum, di due nomenklature malate, di due partiti che avevano esaurito la loro funzione e che hanno pensato bene di convogliare in un matrimonio di interesse, pensando che l’infausta unione sommasse le forze e non anche le debolezze reciproche. Tanto più, la sua nascita, come segnalato dallo stesso Veltroni, è stata intempestiva, ossia alla conclusione della stagione dell’Ulivo, che nel bene e nel male ha rappresentato una parentesi, felice e breve quanto drammatica, della recente e poco esaltante storia della sinistra. Gli amalgami tra Ds e Dl, presenti all’interno delle due categorie sopradette per la scalata al Pd, che vede contrapposte le cordata Bersani – D’Alema insieme a Bindi,Letta e Levi e quella Franceschini – Marini con Veltroni, Fassino e Cofferati, non sono il frutto, come potrebbe erroneamente apparire, di una contaminazione e di una elaborazione politica e culturale tra personalità di disparata provenienza. Essa è piuttosto una reiterata lotta di bande tra nomenklature, accordate al loro interno su logiche di spartizione e di gestione. L’involucro teorico-culturale di entrambe cordate è il nuovismo (senza il nuovo, ovviamente!) declinato nelle sue diverse forme, più o meno enfatizzate ed estremizzate, con colpi bassi e demonizzazioni all’ordine del giorno, in una sorta di riproposizione tutta interna dell’antiberlusconismo. Un dantesco contrappasso. Ovviamente, vi è anche spazio per riproporre, in pieno nuovismo, vecchi duelli e nuovi rancori, vecchie ambizioni e nuovi interessi. Ma un dato è assodato. Nella guerriglia, allo stato, non emergono posizioni politiche e piattaforme in grado di presentarsi quale base alternativa né per le ambizioni di governo del paese, né per la più realistica opposizione verso quello attuale. A meno che, non si voglia elevare a rango di piattaforma di programma l’evocazione di qualche “lenzuolata” piuttosto che i proclami salvifici di aver conquistato una sonora sconfitta anziché una disfatta. Lo stesso tema delle alleanze, che dopo la scelta di corsa solitaria veltroniana ha tanto scaldato gli animi, appare residuale innanzi ad un quadro politico che vede queste come necessarie ed indispensabili, al di là delle diverse geometrie con cui esse si dovranno costruire già alle prossime tornate regionali. In questo contesto il “nuovo che torna” non è altro che un nuovo che guarda caso coincide col presente, ed il “ vecchio che avanza”, infondo, non è mai andato via. Ma tutto diventa pur lecito per conquistare il vascello fantasma. Ma i fantasmi, non fanno più paura a nessuno ed appartengono ad un mondo che non esiste.
(7 luglio 2009)

Andiamo tutti ne “i socialisti”