RICORDO DI VINCENZO GIORDANO
“La cosa che più mi preoccupa sarà quella di essere riabilitato dai miei carnefici” lo disse da Hammamet Bettino Craxi. Tante volte mi sono trovato a commentare questa espressione con il professore Vincenzo Giordano. Il cordoglio di Vincendo De Luca, in occasione dell’ultimo consiglio comunale, mi ha fatto tornare in mente quelle discussioni. Il professore, con il suo caratteristico pragmatismo, non si stupiva e mi diceva: “è così, è il cinismo della politica e non ti devi meravigliare”, sapeva che quella sorte sarebbe toccata anche a lui. Non se ne stupiva.
Il sindaco di Salerno nel suo intervento al Salone dei Marmi, fra qualche disinvolta distrazione e qualche sussulto di coraggio, ha ricordato l’amministratore della svolta, il socialista autentico ed ha riconosciuto le storture di una stagione giudiziaria che il partito comunista italiano alimentò. Ha fatto bene.
Quel partito comunista, a Salerno come a Roma, aveva però dei nomi e dei cognomi. Quegli errori furono commessi per gran parte da una classe dirigente che sopravvive ancora oggi. Quella stagione fu resa possibile dall’azione violenta di certa magistratura che negli anni non ha risposto delle sue sviste e che nessuno ha mai condannato.
In occasione di un convegno dei socialisti del Pd, presente a Salerno uno ‘spento’ onorevole Tempestini, Giordano preparò una lettera, sulla quale ragionammo tanto, che consegnai ai lavori che si svolsero a palazzo Sant’Agostino.
In quel documento, che non partiva da fatti personali ma metteva al centro la politica, il Professore chiedeva al Pd di scegliere la via del socialismo europeo senza soluzioni di comodo, chiedeva di puntare sul rinnovamento della classe dirigente partendo dalla Regione Campania e di chiudere i rapporti con il giustizialismo dell’Idv per riconquistare il primato dei partiti mortificato dalle procure militanti.
Insomma in quella circostanza il professore scelse, come sempre, di affidarsi alla proposta abbandonando ogni rancore. Ecco, chi ha conosciuto Giordano non ha bisogno di riconoscimenti postumi, di chi il coraggio lo ha trovato a rate, nè di riabilitazioni ma di una proposta politica nuova, partecipata, riformista e garantista. Sarebbe il migliore omaggio al suo stile. Lo stile di un uomo che ha sempre avuto grande dignità che non ha mai gradito i complimenti inutili, che ha sempre creduto, un idealista vero, nella forza e nelle ragioni della politica.
Gaetano Amatruda
Giornalista ‘Il Socialista Lab’
articolo pubblicato il 14 Luglio su ‘Cronache del Mezzogiorno’
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muore un soldato italiano
KABUL - Un militare italiano è rimasto ucciso e altri tre sono stati feriti nell’esplosione di una bomba in Afghanistan. I tre paracadutisti sono fuori pericolo. La vittima è il primo caporal maggiore Alessandro Di Lisio, di Campobasso, classe 1984, in missione da 4 mesi, esperto artificiere dell’Ottavo genio guastatori della Folgore; lascia genitori e due sorelle. “Non posso crederci, non è vero, forse è uno scherzo?, così ha reagito, Nunzio Di Lisio, il padre del ragazzo. Con Di Lisio salgono a 14 i militari italiani morti in Afghanistan. La procura di Roma ha aperto un fascicolo sull’accaduto.
Secondo le informazioni diffuse dallo Stato maggiore della Difesa, questa mattina a circa 50 chilometri a nord-est di Farah una pattuglia di paracadutisti della Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri è stata coinvolta nella deflagrazione di un ordigno led posizionato lungo la strada. Nell’esplosione, che ha coinvolto il primo mezzo, sono rimasti feriti tre parà, mentre un quarto è deceduto per le ferite riportate subito dopo essere stato trasportato all’ospedale militare di Farah. “Nessuno dei tre parà rimasti coinvolti nell’esplosione è in pericolo di vita”, ha annunciato il colonnello Massimo Fogari, portavoce del capo di Stato maggiore della Difesa. I mezzi e gli uomini coinvolti nell’attacco erano diretti a una caserma afghana a Farah. Il rinforzo era stato chiesto dalle forze armate locali che, sotto costante attacco dei ribelli, con riuscivano a completare i lavori di costuzione della struttura.
Con l’attentato di oggi salgono a 14 i militari italiani morti in Afghanistan dall’inizio della missione italiana nel 2004. Di questi la maggioranza è rimasta vittima di attentati, altri invece sono morti in incidenti, alcuni per malore.
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