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In risposta a Biagio Marzo su “Socialist” “Due Leaders a Confronto”

In risposta a Biagio Marzo su “Socialist” “Due Leaders a Confronto”
Biagio Marzo su Socialist, svolge un intervento che tenta un parallelo tra Craxi e Berlinguer. In verità con note un po’ troppo indulgenti su entrambi ed in particolare su Bettino Craxi.
Da storico estremamente dilettante e lacunoso quale sono, mi sento di dover aggiungere delle considerazioni un po’ meno di parte. Continua a leggere »
DECISONI STRAORDINARIE NECESSITANO DI CONGRESSO

LETTERA DI BOBO CRAXI A NENCINI

LETTERA DI BOBO CRAXI A NENCINI

In una lettera a Riccardo Nencini, Bobo Craxi riafferma la necessità di “fare un Congresso straordinario che non metta in discussione la guida del Partito”, lo tranquillizza, “ma che muova verso il ritorno ad una centralità socialista senza lacerarsi internamente sul nodo delle alleanze e che ridiscuta la nostra capacità di esprimere una politica socialista adatta ai tempi”.
“C’è una stagione di Congressi”, aggiunge Craxi, “il cui esito è incerto: una parte di noi vuol costruire un nuovo soggetto politico con Vendola, altri guardano con interesse ad una nuova ‘Rosa’, il presidente dell’assemblea Locatelli esprime il proprio favore per un nuovo ‘Ulivo’, mentre nella base e nell’elettorato è sempre presente e forte il valore dell’autonomia socialista”.
“Per fare sintesi”, prosegue l’esponente socialista, “rilanciare noi stessi e il centro – sinistra dobbiamo perciò lavorare ad una prospettiva più convincente per tutti, evitando una lacerazione che non possiamo permetterci. Per questo, non devi accontentarti di un voto di un’Assemblea, ma dobbiamo rilanciare il nostro mondo, che è più vasto, che va oltre il Ps e che chiede di essere rappresentato. Solo un grande Congresso socialista”, conclude Craxi nella sua lettera, “lo potrà riunificare”.

 

DOSSIER SCIASCIA : I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA

DOSSIER SCIASCIA : I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA

 

  

 

Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che  appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all’eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:

1)
«Da questo stato d’animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l’angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti… Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (…), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso».
(II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

2)
«Ma il fatto è, mio caro amico, che l’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua… Ho visto qualcosa di simile quarant’anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966).

Il punto focale

   

 

Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell’antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s’intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane «ricercatore» dell’Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l’attenzione dell’autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi – si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un’isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell’attuale consapevolezza (preferibile senz’altro – anche se alluvionata di retorica – all’effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l’impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso.

Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l’illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti – a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c’è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) – siano serviti ai tanti, tantissimi che l’hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, «en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant’è che allora il «lieto fine» – e se non lieto edificante – era nell’aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.

Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la «pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un’indagine e un’analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n’è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.

Nel primo fascismo

L’idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l’istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell’invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell’ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che – nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi «risorgimentali» – volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l’arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).

Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange «rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano – garantire al fascismo almeno l’immagine di restauratore dell’ordine – liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.

E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia…

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UNA PROSPETTIVA SOCIALISTA

LA NOSTRA LIBERTA’

LA NOSTRA LIBERTA’
LA NOSTRA LIBERTA’
 
Neanche a farlo di proposito proprio oggi ho avuto l’occasione di avere un costruttivo scambio di opinioni con un compagno  sulla questione della diaspora dei socialisti e, me tapino, ancora una volta ho avuto la riconferma delle mie ipotesi, fortunatamente condivise dal compagno in questione. Le varie dirigenze socialiste, partendo dal Boselli, passando per De Michelis fino a Caldoro e Nencini, hanno compiuto sempre gli stessi errori; in primo luogo hanno mancato di ambizione politica. Badate bene però che come ambizione politica in questo caso non intendo il voler raggiungere singolarmente dei posti di ‘potere’, bensì intendo qualcosa di ben più nobile, ovvero la ricerca spasmodica di realizzare un sogno comune. Le varie dirigenze non sono mai riuscite a cogliere realmente la sfida del bipolarismo, hanno confuso l’autonomia socialista con la proprietà di un nome e  di un simbolo, o con la rivendicazione di una storia, una storia che se nulla
insegna a poco serve. Così, in modi e tempi diversi, gli svariati micro partiti socialisti si sono arresi alla loro cecità e si sono appiattiti chi a destra chi a sinistra della staccionata, dividendosi le misere rendite delle singole questue che ognuno mendicava e non di meno guadagnandosi anche più di una porta in faccia. Così, come De Michelis fu definito da Berlusconi impresentabile e relegato in un’inutile posizione da outsider, Bosseli fu sfruttato da Prodi prima ed ignorato da Veltroni poi. Attualmente, come se tutto ciò non fosse stato abbastanza, la situazione, pur essendo peggiorata nella forma, fondamentalmente è rimasta immutata e da un lato abbiamo un Nencini che, vuoi per mancanza di strategia, vuoi per garantirsi la poltrona alla regione, si federa/fonde/discioglie/svende in Sinistra e Castità, mentre dall’altro lato abbiamo un Caldoro che non solo è stato soffocato, ma è stato rilegato nel ruolo di soldato semplice/cavalier
servente dal Silvio nazionale. Il secondo problema, andando avanti nell’analisi, è stato il non compiere un lavoro certosino guardando al popolo socialista nella sua complessità. Nessuno si è accorto, o si è voluto accorgere, che il problema tattico non era la ricomposizione di due o tre sigle che, di per sè, anche se unite a poco servono, il problema era ed è l’intercettazione di quell’elettorato socialista che, a denti stretti, si è accasato da un lato o dall’altro della staccionata. Facciamo due esempi concreti, mi spiegate perchè un elettore socialista dovrebbe preferire il PS ai Radicali o al PD visto che lo stesso PS si appiattisce sulle linee politiche di questi (sempre che il PD abbia una line ad essere sinceri)? E mi spiegate perché un elettore socialista dovrebbe preferire il Nuovo Psi alla PDL visto che il Nuovo Psi si appiattisce sulle posizioni del Cavaliere? Ovvio che, a parte i nostalgici della prima ora e qualche amico di amici,
gli elettori hanno ampiamente risposto alle domande che ci siamo appena posti. È la storia, verso la quale non finirò mai dire dobbiamo rivolgerci usando il linguaggio della verità, che ci da una chiara soluzione e, questa soluzione, ha un procedimento lungo, lento e di sicura efficacia. Abbiamo un duplice compito da portare avanti nel corso dei prossimi quattro anni: dobbiamo offrire all’elettorato socialista la sua casa storica rivendicando la nostra indiscutibile e storica autonomia seguendo l’esempio di Nenni prima e Craxi poi. Se un tempo i giganti con cui confrontarci erano PCI e DC, oggi sono PD e PDL, di fatto le cose non sono cambiate. Dobbiamo scrollarci di dosso tutte le metastasi che abbiamo assorbito da Sinistra e Castità, Radicali, Ulivo e PDL e riappropriarci delle nostre idee storiche costruendo e portando avanti degli obbiettivi ed offrendo l’alternativa socialista al paese, un’alternativa che, ripeto per l’ennesima volta, trova le
sue radici nei valori liberali, socialisti e cristiani. L’attuale posizione dell’UDC è la dimostrazione che lo spazio fuori dalle due muraglie c’é e, se ci riescono i democristiani, non vedo perché noi non dovremmo riuscirci.  Non dobbiamo avere paura come chi ci ha fino ad oggi preceduto ma dobbiamo cogliere la sfida del 4%, una sfida che con il duro lavoro che ci aspetta sono convinto supereremo brillantemente, ma per fare ciò dobbiamo riuscire a compiere il passo più difficile che ci ha resi sempre zoppi e che non siamo mai riusciti a fare, un passo che riempie di responsabilità ognuno di noi singolarmente, ovvero ricomporre la diaspora socialista e, per uscirne vincenti, dobbiamo fare sapere a tutti i compagni, indipendentemente da dove sono collocati attualmente, che il Partito Socialista Italiano, il loro partito, quello che ha fatto grande l’Italia e che ha contribuito in nodo fondamentale a dar vita all’Europa, quel Partito è tornato ed
ha bisogno dell’aiuto di tutti.     
Aldo Luigi Mancusi
DISCUSSIONI ANCORA APERTE

DUE LEADER A CONFRONTO

DUE LEADER A CONFRONTO

DUE LEADER A CONFRONTO : CRAXI E BERLINGUER

 

Declini e ascese di leader politici. I casi Berlinguer e Craxi sono messi al confronto dai loro diretti eredi. Va da sé il pensiero dei socialisti su Craxi, su Berlinguer è cambiato il giudizio dei suoi “nipotini”. Cambiandolo sul leader di Botteghe oscure, in negativo, automaticamente, è cambiato sul segretario di Via del Corso, in positivo

Succede sempre così, in Italia, ti riconoscono meriti e ti rendono l’onore delle armi, post mortem. Il caso Craxi è un classico.

Se Bettino Craxi fosse un titolo azionario in Piazza Affari sarebbe in rialzo. Grazie agli ex comunisti il titolo è rivalutato, mentre il titolo di Enrico Berlinguer è in ribasso. Con il senno del poi, si sono riempite le fosse. Grave sarebbe che non fosse fatto così mutevole il pensiero dell’uomo.  Continua a leggere »