ROMA- «L’Italia non è in declino» lo spiega il ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel corso della replica in Senato sul Dpef. E intanto la Camera ha votato sì alla risoluzione Pdl-Lega sul Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2010-2013, presentata identica in entrambi i rami del Parlamento. I voti a favore sono stati 254, 233 quelli contrari. Due deputati si sono astenuti. La risoluzione chiede impegni al governo per contenere il debito pubblico, per le infrastrutture per il Sud, per approvare entro novembre il ddl sulla riforma di bilancio. Inoltre, si impegna l’esecutivo a trasmettere al parlamento le delibere del Cipe contenute nel Dpef, in modo che le commissioni competenti possano esprimere il parere come richiesto per legge.
Tremonti: «L’Italia non è in declino»Via libera al Dpef alla Camera. Il ministro al Senato
L’AVVISO AI NAVIGANTI di S.Lorenzo
In queste settimane è stato messo in rete un fragile, clandestino, vascello virtuale, guidato e occupato da pochi, imprudenti e maldestri capitani, con il solo scopo, a suon di provocazioni, menzogne, notizie artatamente contraffatte ed esposte in modo approssimativo,di dividere il Partito Socialista e indebolire l’azione di chi ha il compito, tutt’altro che semplice, di garantirne presenza ed esistenza.
Il dissenso è il sale della politica. Tuttavia occorre praticarlo utilizzando il buon senso, non stravolgendo sistematicamente la verità e non ricorrendo alla facile quanto pericolosa sollecitazione di mai sopite ma sterili pulsioni revansciste, utili solo ad accendere animi e a creare e alimentare divisioni che non hanno ragione d’essere.
E’ questo un modo già visto e poco commendevole di autoconvincersi e convincere pochi avventurosi e ingenui passeggeri, che un simile vascello possa raggiungere un approdo, tra l’altro per nulla chiaro, quando, al contrario, dovrebbe apparire evidente anche al navigatore meno avvertito che si è scelta una rotta confusa, legata non ad un piano di navigazione intelleggibile e condiviso ma semmai associabile alla disperata e disperante emulazione di certi vascelli corsari destinati a restare “clandestini” o ad autoaffondarsi. Ma con i capitani, per nulla coraggiosi,già in salvo su altre navi. E.P.
ARNALDO SCIARELLI (PD) :Per vincere dobbiamo essere, e dichiararci, di centrosinistra
Per vincere dobbiamo essere, e dichiararci, di centrosinistra
Il sostantivo compagno è per me una cosa seria sempre. Ma l’analisi di Livia Turco non è coerente con la storia e le sue conclusioni non sono e non saranno portatrici di vittorie elettorali.
Col socialismo liberale di Bobbio, che afferma i dubbi illuministici del percorso socialista e, in antitesi, le certezze comuniste di presunte verità, incapaci di leggere l’evoluzione dell’umanità, il Pci non c’entra.
Esso nasce da una scelta massimalista, filosovietica, per la quale i socialisti italiani, vedi il disprezzo di Togliatti per Turati ed i suoi compagni, sono socialfascisti.
La fine della guerra impone collaborazioni necessarie fra i partiti parlamentari che, tre anni dopo Yalta, producono la carta costituzionale, già sintesi democratica e non certo filosovietica.
Il pianeta viene sostanzialmente diviso in due blocchi, rimasti tali, grosso modo, fino alla fine degli anni ’80. E quindi il Pci, rispettoso dei patti internazionali e fedele al Pcus che lo finanzia abbondantemente per oltre quarant’anni nel dopoguerra, fa politica nel rispetto delle regole ottenendo ampi consensi territoriali. I socialisti, dopo la scissione di Palazzo Barberini, sono fino al 1956 compagni di viaggio, sofferenti e diversi, del Pci. Chiudono i rapporti con l’Urss dopo i fatti ungheresi.
Ma quella convivenza servì alla democrazia del paese, così come l’appoggio dei repubblicani e dei socialdemocratici alla Dc, appoggio che evitò derive destrorse.
Pensare però ad un partito comunista storicamente riformista, fa sorridere, salvo l’eccezione di parte dei miglioristi. Le riforme degli anni ’50 e ’60 sono condivise spesso dall’arco costituzionale nell’interesse del paese e culminano nel 1969, durante il governo di centrosinistra, con lo Statuto dei lavoratori di Brodoloni, di chiaro impianto socialista riformista. E continueranno, in senso libertario, grazie alla spinta culturale dei radicali, per il divorzio e per l’aborto, mentre rimarrà senza seguito, anche se vincente, la riforma afferente la responsabilità dei magistrati.
Quello che ha detto Franceschini è un pensiero legittimo ma personale.
Berlinguer, nel 1963 su L’Unità ed in prima pagina, lo ripeto, accusò i socialisti di tradire il marxismo perché pensavano al centrosinistra. Al di là della sua probità e della sua onestà intellettuale, Berlinguer è stato un conservatore.
Dall’assurdità eurocomunista, passando per Praga dopo l’Ungheria, al serpente monetario, alla scala mobile, ai missili di Comiso per i quali accusò Craxi di essere peggio di Pelloux (cosa avrebbe detto del Kossovo?). E, nel rispetto di Yalta, condivise con la Dc la conclusione della vicenda Moro. E questa cultura, supportata da quella della diversità, entrambe con ascendenze gramsciane, fece presa su una parte della magistratura. Magistratura che cominciò a sentirsi autore e regista e non solo lettore autonomo e fedele di un testo da applicare. Legittime indagini si trasformarono in un processo politico, purtroppo supportato da missini, populisti e leghisti. E Mani Pulite divenne un dramma. Dramma che spalancò, insieme alla demenziale gioiosa macchina da guerra di Occhetto, il governo a Berlusconi che, per vincere, ebbe bisogno di forze al di fuori del famoso arco costituzionale.
La Iotti, in casa sua ad Ansedonia, definì Mani Pulite un errore strategico, una iattura per la democrazia. E sperò in una commissione di inchiesta sul fenomeno, definendola un’azione di marketing necessaria! Necessaria per evitare la vittoria di Berlusconi nel 2001. Eravamo nell’estate del ’98 e la profezia si avverò. Ed è naturale ricordare anche l’avversione del Pci verso il Psi, tale da diventare Pds pur di non aggettivarsi socialista, per poi chiedere l’iscrizione all’Internazionale Socialista e raccomandarsi a Craxi per ottenerla! Io penso che chi proviene dal Pci debba leggere, per capire, il libro di Napolitano, Dal Pci al Socialismo europeo.
Un’autobiografia politica. Quando a Firenze si pensò ai Ds Napolitano sottolineò con D’Alema che, storicamente, il Psi aveva vinto ed il Pci aveva perso. Per fortuna una parte del Pci aveva sempre mantenuto rapporti con i socialisti e la socialdemocrazia europea, e fatti propri i valori dell’unità europea. Ricordò una frase di Nenni: «Per fortuna gran parte dell’elettorato del Pci è diverso da noi solo perché crede che Mosca abbia ragione».
Quindi il Pd non può che essere acomunista. L’evoluzione del Pci-Pds- Ds è stata una necessità derivante dal cambiamento socioeconomico dell’Europa conseguente al fallimento dell’Urss.
Dire che questo percorso è stato fondamentale per la democrazia italiana ed oggi da solo consente di ricomporre le correnti riformiste del paese è un’enfasi insostenibile. Parte del gruppo dirigente del vecchio Pci si è convertita al socialismo riformista, vista l’improduttività delle proprie teorie.
Tutto qui. Ma l’antisocialismo italiano rimase inalterato anche nella scelta del nuovo nome. Chiamarsi democratici di sinistra legittimò i democratici di destra, che non esistono, pur di non chiamarsi socialisti. E quando un gruppo di socialisti aderenti al progetto Ds, me compreso, suggerì di chiamarci solo democratici o solo socialisti o democraticisocialisti, fummo considerati folli. Io aderii ai Ds perché nel suo Statuto c’era già la sintesi riformista oggi invocata per il Pd, così come già sintesi divenne la Margherita. Ma questo solo negli statuti, perché gran parte dell’elettorato e gran parte della dirigenza continuano a sentirsi comunisti e democristiani.
Questo è il problema del Pd, oltre a non avere un leader vero capace di esaltare il pluralismo ideologico per raggiungere conclusioni logicamente condivise. È obiettivamente un problema di carisma che non verrà risolto dal Congresso. Dirsi solo di sinistra evoca, mia cara compagna, ricordi, storie e sensazioni estremiste che non convincono la maggioranza dell’elettorato, aizzato dal berlusconismo. Berlusconismo che attacca “questa sinistra” definendola non democratica ed augurandosi di potersi confrontare con un’autentica sinistra socialdemocratica e liberale! Non è difficile da capire, visto che alleanze con presunte sinistre, elettoralmente scomparse, non sono con noi compatibili. Visto che l’Idv, nella migliore delle ipotesi, è con noi in antitesi culturale ed educazionale.
Dobbiamo essere e dichiararci, nella forma, nella sostanza e per l’immaginario collettivo, di centrosinistra per vincere. Rutelli ha solo letto il futuro prossimo con una veloce intuizione politica utile per tutti noi. E dobbiamo fare presto, perché siamo in presenza di una pericolosa deriva qualunquista prodotta dalla disaffezione per la politica. Il problema non è Berlusconi che, per assurdo, oggi può essere considerato una soluzione provvisoria per le nostre carenze attuali. Il problema siamo noi, incapaci di divenire e quindi di essere per davvero.
LEGGE ELETTORALE; CIUCCHI, SI’ DEI SOCIALISTI PER DAR VITA A ALLEANZA RIFORMISTA DI GOVERNO
Per questo, occorre mettere in campo coalizioni coese che abbiano punti di affinità programmatica capaci di rispondere alla crisi con idee grandi perché grandi sono le trasformazioni che stiamo vivendo e conoscendo.
In Toscana, a maggior ragione, i Socialisti non possono discostarsi da questa impostazione nemmeno a fronte di una legge elettorale che assume lo sbarramento al 4% e nonostante si siano battuti per affermare la loro posizione che fissava la riduzione dei consiglieri a 50, la soglia di sbarramento al 3% e il ripristino del voto di preferenza.
Il Partito Socialista vuole continuare ad interpretare il socialismo europeo ed è impegnato a delineare il campo di un “socialismo largo” fra socialisti, Sinistra Democratica, Vendola se ci sta. Vogliono rilanciare in Italia ciò che i Socialisti europei hanno fatto in Europa e cioè l’alleanza fra Socialisti e Democratici.
In questo senso, i Socialisti si sentono impegnati a dare concretezza alla definizione di un progetto che si candidi a governare la Toscana, che insieme al Partito Democratico sia assunto anche da quelle forze che intendono rappresentare la sinistra del futuro, una sinistra di governo, riformatrice, europea.
Il Partito Socialista vota la nuova legge elettorale scommettendo su questa politica, la sola in grado di riportare il centrosinistra a competere per battere la destra.
I Socialisti toscani vogliono andare a vedere se il Partito Democratico vorrà superare l’isolamento veltroniano per sostituirlo con una strategia delle alleanze che faccia della Toscana un laboratorio politico nazionale. Se così non fosse – e c’è tempo per verificarlo – non metteremo nelle mani di nessuno la nostra libertà.
Pieraldo Ciucchi, presidente gruppo PS Consiglio regionale della Toscana
