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DELLA SECONDA REPUBBLICA: IL RIPOSIZIONAMENTO

Che fatica costa oggi al politico la militanza nei partiti e negli schieramenti.
E’ finita la battaglia ideologica, è scomparso l’impegno nei confronti dell’elettorato, è caduto ogni vincolo di appartenenza, è perso ogni riferimento sociale.
Tanti parlamentari hanno cambiato divisa nel giro di pochi anni e si sono ritrovati a combattere al fianco degli avversari di ieri.
La laicità dello Stato affermata da uomini come Cavour, De Gasperi, Dossetti, Moro, Nenni, Lombardi, E. Berlinguer viene allegramente immolata, attraverso il sacrificio della Scuola pubblica, sull’altare di una sedicente “libertà di scelta” delle famiglie.
Libertà che potrebbe nascondere interessi molto più concreti di tutti gli schieramenti politici impegnati nella ricerca del consenso di quell’importante serbatoio di voti che si pensa essere l’organizzazione cattolica.
Lo Stato di diritto si avvia a diventare uno stato oligarchico o, quanto meno, l’espressione dei soli poteri forti economici, politici, sociali.
Il primato della politica, sede della mediazione degli interessi più vari e contrapposti, non lo rivendica più alcun partito. Al contrario banche, Confindustria, gerarchia ecclesiastica, sindacati rivendicano il ruolo di soggetti politici chiusi o si comportano come tali.
Ritengono che la partita, ormai, la possano giocare solo loro, essendo il popolo, i cittadini chiamati a dividersi per fare il tifo per questa o quella parte senza capire bene perché e per cosa combattano.
Regia sapiente di questo scenario è il sistema dei “media”(stampa e TV), interamente nelle mani dei poteri forti.
Il messaggio di questo sistema agisce a livello subliminale (lo stesso della pubblicità), intaccando il livello profondo della coscienza sicché perfino le fasce sociali escluse non possono non accettare anche le scelte che vanno contro i loro interessi vitali.
Il ruolo dei politici non è più quello della rappresentanza dei cittadini e dei loro interessi ma rischia di ridursi a quello della sopravvivenza e della perpetuazione del proprio potere.
La loro virtù non è più quella di interpretare il corso della storia ed agevolarne uno sviluppo positivo ma quella di capire per tempo “l’aria che tira”, per posizionarsi sul percorso della squadra vincente e tornare in paradiso. Ne risente, forse la tensione morale, ma sono tesissimi a causa dello stress. Basta che si distraggano un attimo, che perdano la più insignificante osservazione del capo, magari a causa delle pile scariche del telefonino, e non sanno più se sostengono la linea giusta.
Un sorriso meno aperto del leader provoca loro un’ulcera duodenale e come insetti in un nido sovraffollato si scontrano tentando mille, nuove direzioni di marcia.
Non è frutto di arroganza o ignoranza l’atteggiamento che hanno nei confronti del popolo elettore quando non sono a Roma; è la conseguenza di un accumularsi di tensioni e di ansia per compiacere i dirigenti.
Bisogna capirli! Lo stress non perdona.
Sono chiamati “peones” della politica quei rappresentanti che, ai vari livelli, non hanno un compito di direzione. Vengono usati come massa critica da questo o quel leader a testimonianza del rispetto del pluralismo e delle regole della democrazia.
Ci si chiede se il numero non sia eccessivo. Probabilmente non lo è. Se si riducessero di numero avrebbero la rappresentanza di territori e popolazione più vasti e sarebbero tentati di uscire dalla condizione del peone… Nel collegio elettorale che li esprime sono, però, i leader. Dovrebbero illustrare ai cittadini i temi caldi, verificarne il parere, acquisire il consenso, svolgere, in definitiva, il ruolo che loro compete per assolvere meglio al compito di rappresentanza vera cui sono chiamati.
Nell’Italia che cambia quanti cittadini, tuttavia, sono stati chiamati per dire la loro sulla scuola, sul sistema fiscale, sul lavoro, sull’integrazione coi paesi europei invocata solo quando si tratta di stabilire le compatibilità economiche di carico, ma non quando si profila l’allineamento con salari, stipendi e carico fiscale europei?
Né vale controbattere che sono le istituzioni dei cittadini quali i sindacati, il livello della rappresentazione delle esigenze della gente, dal momento che lo stesso sindacato rivendica il ruolo di soggetto politico e, quindi, abbandona il campo della “rivendicazione” per scegliere quello della “concertazione”. Il cerchio si richiude e i cittadini scadono al ruolo di peones integrali.
Niente paura. Tanti ricercheranno il nuovo posizionamento pronti a riposizionarsi a seguito del leader prescelto.
All’indomani della caduta del muro di Berlino, Papa Giovanni Paolo II, con grande acutezza e senso della storia, osservò che, caduto il “comunismo”, bisognava mettere mano al ”Capitalismo”. Siamo in attesa.
Da quell’Alto osservatorio si vedeva certamente chiaro come agisce il grande direttore d’orchestra telematico mondiale o, se si preferisce, il grande fratello o grande vecchio di antica, nostrana memoria.
Il rischio da evitare è che, conformisticamente, la stessa Chiesa tenti un riposizionamento tralasciando di tenere alta la tensione morale che ispira tutti i propri millenari valori.
La via d’uscita generale è la formazione culturale e la conoscenza.
L’importanza che assume la scuola balza subito agli occhi con tutta evidenza.
Per questo è in atto una grande partita sul controllo della scuola che tutti i poteri forti stanno giocando.
I cittadini comprendano che oggi c’è bisogno del loro sostegno alle istituzioni scolastiche, ai docenti; comprendano che occorre partecipare attivamente al processo formativo dei giovani.
La riforma nota come “autonomia scolastica” lo consentirà sempre più e meglio. Ma cosa dice l’opposizione? L’agenda della discussione politica, in Italia, non la decide più il partito, lo schieramento, la coalizione. La decide il FMI, l’EUROPA, la rappresentanza dei cosiddetti poteri forti, non il popolo italiano attraverso i propri legittimi e legittimati rappresentanti.
Si vuole la nascita e/o il rafforzamento di un partito realmente democratico, (molti e, forse tutti, ritengono di esserlo) che sappia decidere per e con il popolo italiano. Perché nasca, a mio avviso, è necessario sfrondare il ceto politico di molti privilegi in godimento che inducono i politici a non modificare lo stato delle cose. Mi permetto di sottoporre all’attenzione di chi possa essere interessato una proposta di legge che auspico investa il dibattito generale e che spero non venga “censurata” o, come si suol dire ora, “moderata”.
Servire lo Stato e la REPUBBLICA è un onore che, in quanto tale, non fa maturare né privilegi, né tanto meno emolumenti contingenti e/o perpetui.
Il mandato parlamentare ed istituzionale in genere, che non può essere ricoperto per più di due legislature (con valore retroattivo), dà diritto al rimborso delle spese fatturate e ad un riconoscimento economico pari al doppio della remunerazione massima percepita nel comparto scuola pubblica. Detto riconoscimento economico si esaurisce col mandato e dà diritto ad un assegno, vitalizio o qualsivoglia denominazione si intenda usare in riferimento a emolumenti degli uomini politici e/o istituzionali, raccordato al livello massimo delle retribuzioni in godimento nella scuola pubblica. L’attuale normativa, per la parte relativa ai gettoni di presenza ed alla parte economica in generale che fissa gli emolumenti o i criteri per la determinazione degli stessi in tutte le istanze istituzionali: COMUNI, PROVINCE, REGIONI, enti di secondo grado, è abolita e viene ripristinata la legislazione precedente.
Penso che in questo modo i fondi necessari per pagare pensioni decenti a tutti verrebbero recepiti.
Un partito realmente democratico consente agli elettori di scegliere i propri rappresentanti. Non vedo ancora la giusta tensione e passione per reintrodurre la o le preferenze con una nuova legge elettorale. A chi dovrà essere affidato questo dibattito, all’ira della gente che , invece, vedo montare? Un partito che si ispiri ai principi democratici presenta al popolo elettore un progetto complessivo di società non equivoco capace di indicare un percorso definito che possa aprire alla progetto di vita privata che ogni cittadino ha il diritto di fare e di avere. Perché dobbiamo invece parlare d’altro assecondando un’agenda di lavoro che è estranea alla vita quotidiana della gente ma interessa solo “la finanza internazionale” padrona, ormai, della vita di tutti. Nessuno più del sottoscritto aspetta con ansia la nascita di un partito realmente democratico improntato a quello spirito di servizio che è proprio delle grandi forze politiche che, nel corso della storia, hanno scandito i grandi cambiamenti ed assicurato l’avanzamento delle condizioni di vita generali. Chi segue il percorso organizzativo delle nuove forze politiche, allora abbia il coraggio di affrontare i temi scomodi, il dibattito franco ed aperto, la navigazione a vista tra gli scogli dei soprusi e delle ingiustizie sociali che viviamo. Il dibattito non sia “moderato”, ma venga sollecitato, provocato, se necessario per restituire a tutti la “passione” politica, la sola ad aprire grandi e nuovi scenari capaci di bypassare gli egoismi dei meschini, l’arrivismo dei tanti che, occupato il potere, lo difendono alzando barricate contro l’avanzata della storia che altre nazioni a noi vicine stanno affrontando di slancio. Per parte mia, se possibile, porterò il mio spassionato contributo alla costruzione di una società più giusta in cui sia legittimo aspirare ad un po’ di felicità.

GIOVANNI SCARAFILE

 

Giù le mani dalla Giovine Italia

 

In questi giorni La Voce Repubblicana e l’amico Enzo Cardone hanno sollevato la questione relativa alla denominazione che intende assumere il movimento giovanile del PdL: “Giovane Italia”.
“Giovane”, o, meglio “Giovine Italia” fu il nome che il nostro Giuseppe Mazzini diede al movimento insurrezionale, di stampo carbonaro, che mirava durante il Risorgimento a rendere l’Italia una Repubblica sovrana ed indipendente dal giogo austriaco, francese, papalino e borbonico.
Ora, che cosa c’entri il PdL con tutto ciò proprio non si capisce.
Ma andiamo a monte, ovvero allorquanto l’On. Stefania Craxi decise di fondare l’Associzione Giovane Italia, braccio politico della Fondazione Craxi, a sua volta braccio culturale di Forza Italia.
Che confusione !
Figuriamoci che nel 2000 Stefania Craxi rispose di suo pugno (inviandomi una missiva direttamente a casa) ad una mia lettera nella quale le facevo i complimenti per l’iniziativa di mettere in piedi una Fondazione intitolata a suo padre, grande socialista liberale ingiustamente vilipeso. Una Fondazione, ovvero un “luogo di dibattito culturale” e non già un “luogo politico” ad uso e consumo di qualcuno.
Stefania Craxi, anche a dispetto di ciò che mi scrisse, agì diversamente e si fece eleggere finanche in Parlamento.
Ma che cosa c’entra la “Giovine Italia” con il partito di Berlusconi ? Nulla.
Se diversamente l’operazione di Stefania Craxi prima e dei giovani del PdL poi, fosse quella di riconoscere i meriti dell’azione mazziniana, tanto varrebbe che costoro si iscrivessero al PRI.
Diversamente trattasi di un’operazione simile a quella dei cattocomunisti che in questi anni sull’Unità si mettono a pubblicare Salvemini o a tirare per la giacca Mario Pannunzio, in prossimità del centenario della sua nascita.
Operazioni furbesche e mistificatorie, visto che Salvemini e Pannunzio combatterono con ferocia il cattocomunismo e furono i primi a denunciarne la pericolosità ed incapacità politica.
Personalmente, purtuttavia, ritengo che i giovani del PdL manchino semplicemente di originalità nella scelta della loro denominazione. E mi chiedo anche se conoscano davvero l’opera politica e culturale di Mazzini.
E allora varrebbe la pena che facessero come i giovani di Alleanza Nazionale qui da noi, a Pordenone, in cui continuano orgogliosamente a chiamarsi Azione Giovani come prima e a tenersi la loro bella fiamma tricolore quale simbolo.
Quanto al PdL, in sé, mi si permetta una breve riflessione.
Trattasi di un partito di transizione, che esisterà sin tanto che esisterà Silvio Berlusconi.
Senza radici e senza una vera linea politica, è partito a noi tutti utile per governare oggi l’Italia in assenza di un’opposizione credibile visto che il Pd ed i suoi alleati non possono ritenersi credibili per governare il nostro Paese, né oggi né in futuro.
Il PdL è partito che con il tempo andrebbe trasformato e finanche spaccato al fine di ridisegnare un nuovo bipolarismo di cui questo Paese ha bisogno.
Da una parte i Liberaldemocratici e dall’altra i Conservatori.
Il dopo-Berlusconi è dietro l’angolo: diamoci da fare anche noi.

Luca Bagatin

UNA RISPOSTA POLITICA

LA LINGUA BATTE…

La posizione socialista in questo momento é esposta politicamente su due chiari fronti, da un lato c’é chi preme affinché con coerenza e con l’urgenza che si richiede si dia vita al progetto di Sinistra e Libertà, ogni stop in questo senso viene stigmatizzato al punto che l’On Turci ha dichiarato le proprie dimessioni dalla segreteria politica del Ps… continua Continua a leggere »

UNA RISPOSTA POLITICA

DE PROFUNDIS La sinistra è morta, non solo in Italia

DE PROFUNDIS La sinistra è morta, non solo in Italia

De profundis della sinistra? Assolutamente sì.

Le elezioni europee sono state esiziali, provando, drammaticamente, che il re è nudo. Un re senza più corona e scettro, in Europa e in Italia. Proprio laddove la sinistra era radicata sul piano politico, sociale ed elettorale, è morta. L’ammette, amaramente, perfino Fausto Bertinotti, uno che non può essere accusato che abbia cambiato spalla al suo fucile.    

La prova del fallimento è, altresì, la piega che ha preso il dibattito congressuale del Pd. A ben vedere, ci sono almeno tre ipotesi strategiche: centro, centrosinistra e sinistra. Quale sarà la vera identità? Vattelappesca. Insomma, quo vadis Pd? Continua a leggere »

IL MINISTRO DEL TESORO IN AULA

Tremonti: «L’Italia non è in declino»Via libera al Dpef alla Camera. Il ministro al Senato

 ROMA- «L’Italia non è in declino» lo spiega il ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel corso della replica in Senato sul Dpef. E intanto la Camera ha votato sì alla risoluzione Pdl-Lega sul Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2010-2013, presentata identica in entrambi i rami del Parlamento. I voti a favore sono stati 254, 233 quelli contrari. Due deputati si sono astenuti. La risoluzione chiede impegni al governo per contenere il debito pubblico, per le infrastrutture per il Sud, per approvare entro novembre il ddl sulla riforma di bilancio. Inoltre, si impegna l’esecutivo a trasmettere al parlamento le delibere del Cipe contenute nel Dpef, in modo che le commissioni competenti possano esprimere il parere come richiesto per legge.

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