IL SOCIALISMO DI SALVEMINI
Gaetano Salvemini, storico, antifascista e uomo del Sud, aderì al Partito Socialista Italiano e alla corrente meridionalista, collaborando, dal 1897, alla rivista Critica sociale, mostrandosi tenace sostenitore del suffragio universale e della soluzione della questione del Mezzogiorno, cercando di condurre su posizioni meridionaliste il movimento socialista e insistendo sulla necessità di un collegamento tra operai del nord e contadini del sud, sulla necessità dell’abolizione del protezionismo e delle tariffe doganali di Stato (perché proteggono l’industria privilegiata e danneggiano i consumatori), e della formazione di una piccola proprietà contadina che liquidasse il latifondo.
Salvemini combatté il malcostume politico e le gravi responsabilità di Giolitti nel crack della Banca Romana. Nel partito socialista si scontrò sui temi sopra citati con la corrente maggioritaria di Filippo Turati e, in seguito ad una mancata manifestazione del partito contro lo scoppio della guerra di Libia (1911), uscì dal partito socialista. Sulla scia di questo distacco, nel dicembre 1911 diede quindi vita ad un periodico, “L’Unità”, che diresse fino al 1920, perseguendo il tentativo di fondare un nuovo partito, la Lega democratica, meridionalista, socialista nei fini di giustizia e liberale nel metodo, contro ogni privilegio.
“Io – confidò in uno scritto Gaetano Salvemini– mi mettevo dal punto di vista di un operaio, magari di un contadino analfabeta, convinto che essi avevano il diritto di capire, se volevamo essere democratici per davvero e non sacerdoti di riti arcani”. Il suo socialismo non si fregiò del blasone di un qualche sistema filosofico compiuto e perfezionato. Era invece il socialismo che si prodigava per un “po’ di bene per tutti”, che denunciava il sopruso e avversava i privilegi, tutti i privilegi, anche quelli che gli operai del Nord difendevano pervicacemente (anche allora) a danno dei pastori sardi, dei carusi siciliani, dei cafoni pugliesi. “Il mio – egli scrisse – era il socialismo degli ultimi e non dei penultimi. I penultimi avevano qualche speranzella di salire nella scala, magari a spese degli ultimi; questi se la cavassero da sé”. Il suo anelito di giustizia, dunque, muoveva da un’esigenza schiettamente morale, e mai Salvemini tollerò che questa limpida sorgente di umanità venisse inquinata dal diluvio delle “filosofesserie” con le quali i “socialisti ufficiali” erano usi infarcire i loro programmi. Così ebbe a dire di se stesso: “Sono un socialista democratico all’antica, e per giunta riformista, gradualista… Questo vuol dire che non sono comunista per le stesse ragioni per cui non fui mai fascista, e non sono mai stato né sono oggi, né sarò mai clericale”. Ed eccolo “buttarsi allo sbaraglio, anche senza speranza alcuna, contro il sopruso e l’ingiustizia”. Espresse le sue ragioni come solo lui sapeva esprimerle, “con sfavillio di arguzie e la felicità dello sberleffo”. Ragioni che militano a favore dello Stato liberale contro la “clerocrazia nera e il totalitarismo rosso”. Ragioni che si riassumono nel rispetto per l’umanità dei propri simili; una umanità non più fatta da “pecore cieche e matte … bisognose di cani mastini e pastori infallibili”, ma vivificata da “uomini diritti, soli artefici dei propri destini e unici capitani dei loro vascelli”. Era ancora lontano il tempo della democrazia “ideale”, della democrazia che impegna i cittadini a difendere con lungimiranza e probità la causa del benessere generale. Il solo metodo disponibile per educare quella intelligenza è la discussione, con tutte le libertà implicite in essa”. Già: la discussione. Su tutto, e con tutti. Purché condotta “senza la perentorietà arrogante dei fanatici e con la sola convinzione che anche nella melma delle idee più confuse, anche lì, si può sempre setacciare una pagliuzza d’oro”.
Il democratico, non lo invento io, è tollerante, e desidera il conforto dell’opinione altrui, perché vive e si nutre del dubbio.
La ricerca del dare il meglio di sé cresce grazie alla filosofia del dubbio.
La democrazia non è un lusso di cui godere in tempi di vacche grasse, è uno stile di vita, anche se, purtroppo, c’è chi millanta credito anche su questo versante. E tuttavia…dobbiamo orgogliosi riaffermare che…
“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”( art. 1 costituzione it.)
Per questo credo che, per dirla con Salvemini, chi ha a cuore le sorti della democrazia oggi, dovrebbe “buttarsi allo sbaraglio, anche senza speranza alcuna, contro il sopruso e l’ingiustizia.