UN PROGETO DELL'EX LEADER DELLA MARGHERITA

RUTELLI PER UN KADIMA ITALIANO

Adelante con judicio, o, meglio dire, Kadima, questa era la parola d’ordine che aveva fatto circolare tra i suoi amici, ma  Bruno Vespa gli ha fatto uno scherzo da prete, rendendo pubbliche, anticipatamente, alcune riflessioni sul Pd, riportate nel suo ultimo libro non ancora in libreria. Riflessioni secondo cui Francesco Rutelli  sarebbe prossimo a uscire dal Pd per incamminarsi, in compagnia di altri viaggiatori, verso l’Udc.

Una notizia bomba che ha guastato la festa a Pier Luigi Bersani che si trova tra Scilla e Cariddi, tra il caso Marrazzo e il caso Rutelli. Appena eletto non pensava di navigare da subito in acque agitate e insidiose. 

I casi, beninteso, sono diversi l’uno dall’altro e, comunque, il neo segretario Pd non si aspettava di trovarsi di fronte al caso Marrazzo scoppiato alla vigilia delle primarie e quello di Rutelli nel giorno della sua proclamazione a segretario del Partito democratico.

Il brindisi della vittoria è stato, comunque, amaro per colpa di Rutelli che non è intenzionato a restare in un partito di cui tanto si parla, ma, a suo parere, non è mai nato, – per parafrasare il titolo del suo libro:” La svolta. Lettera a un partito mai nato” -, perché, strada facendo, ha cambiato il programma per cui era sorto. Il partito di nuovo conio a cui si erano affidati quelli che si erano battuti per la nascita del Pd,  è risultato di vecchio conio per la chiave usata nel leggere la società italiana. Politicamente, il Pd ha lasciato tanto a desiderare, oscillando “tra un eclettismo di iniziative che non catturano l’attenzione e non mobilitano il popolo, e il ritorno al passato”. Insomma, al Pd è mancato il coraggio di scegliere e di tracciare la propria strada”. D’altronde, cosa c’era da aspettarsi – scrive Rutelli – da “una sinistra che si è innamorata di Gianfranco Fini”.

Mentre sul caso Marrazzo sta indagando, per i suoi risvolti, la magistratura inquirente – e nulla, in proposito, può fare Bersani, essendo fuori della sua personale sfera di competenza – il caso Rutelli è una brutta grana politica di cui dovrà interessarsi direttamente.

La cosa strana della vicenda Rutelli è che proprio lui uno dei due cofondatori del Pd, – l’altro è Piero Fassino –, è intenzionato a lasciare baracca e burattini per approdare in una terra di cui nessuno ancora conosce la sua posizione geopolitica e la sua morfologia. Si parla che l’approdo dovrebbe essere l’Udc di Pier Ferdinando Casini, ma per come è strutturato questo partito e per il personale politico che lo costituisce, certamente, non sarebbe la scelta dei suoi sogni, se non si apre un cantiere per costruire una sorta di Kadima italiana che unisce i moderati di destra e i riformisti di sinistra.

Una operazione politica che troverà ostile tanto il Pdl quanto il Pd, ragion per cui non è detto che sotto-sotto non nasca un’alleanza tra loro per sabotarla.    

Nulla da dire all’Udc che è uscito sano e salvo dalla trappola bipartitica congegnata dal Pd di Veltroni e dal Pdl di Berlusconi, ma non è la terra promessa, per uno che non è mai stato né democristiano, né comunista e nemmeno fascista, ma solo Radicale. In quel partito di Marco Pannella in cui è cresciuto ha mangiato solo pane e politica, al contrario di non come, successivamente, si è dovuto nutrire: con “pane e cicoria”.

Tuttavia, i bocconi amari, e purtroppo indigesti, l’ha dovuti ingoiare nel Pd a cui ha dato tutto per fondarlo, ma non per farne “l’ultimo partito della sinistra italiana”. Sebbene – scrive l’autore de “La svolta” – siano stati “i fatti del mondo, alla fine del “secolo breve”, a costringere la sinistra democratica italiana a cambiamenti attraverso i quali le forze sono rimaste unite grazie a soluzioni botaniche”.  

Pur avendo ecceduto all’avance degli ex comunisti, come nel caso della prima candidatura a sindaco di Roma, non ha mai avuto nei loro confronti un atteggiamento acquiescente. In particolare, si è sempre distinto, stando nel medesimo schieramento e poi nel medesimo partito, sui temi della giustizia e della politica estera.

Per questo, oggi è uno dei pochi dentro il centrosinistra a ribadire che il giustizialismo è un pericolo per la democrazia, in special modo quello di pasta dipietresca. Un movimento, quello dell’ex Pm di Mani pulite, – scrive Rutelli – “non democratico, perché a base personale – padronale, che non fa che criticare partiti sicuramente molto più democratici, in nome di un vociante democraticismo”. Eppure, negli anni di Tangentopoli, si spinse, sull’onda nuovista – giustizialista, a fare alcune considerazioni fuori luogo su Bettino Craxi. Oltretutto non rispecchiavano per nulla la sua cultura garantista, dopodiché chiese scusa. E ciò gli fa onore, perché  non è da tutti pentirsi pubblicamente.  

Erano tempi malvagi che non sono diversi da quelli attuali e Rutelli ne sa qualcosa.

Ultimamente, ha sofferto per una inchiesta giudiziaria, –nella fattispecie il caso dell’imprenditore napoletano Romeo –,  in cui lui non c’entrava un fico secco, per questa ragione, si è convinto che “occorre una fermezza liberale nei confronti dell’ultragiustizialismo”, così si può “rendere l’Italia più sana, civile, onorabile” .

In politica estera, essendosi formato alla scuola pannelliana non è antiamericano ed è europeista convinto, è filo israeliano e non è antipalestinese e  questo basta e avanza per qualificarlo come un politico che si batte per la pace e contro i conflitti sparsi per il mondo.

Probabilmente, è l’unico politico italiano che abbia buone aderenza nel Partito democratico a stelle e strisce e resta convinto che l’unico riformista europeo finora in circolazione in Europa è stato Tony Blair.

Francesco Rutelli è convinto che in Italia ci sia bisogno di un partito alla Kadima, non è detto che abbia ragione.