prenderò in considerazione tutti i nomi, dal primo all’ultimo, senza far questioni di maggioranza e opposizione”. Così il ministro degli Esteri Franco Frattini, dal Consiglio europeo di Bruxelles, ha risposto a una domanda dei giornalisti che gli chiedevano se il governo avrebbe appoggiato un’eventuale candidatura di Massimo D’Alema a mister Pesc da parte del Partito socialista europeo. L’ipotesi della candidatura di un esponente del centrosinistra a una delle due nuove cariche previste dal Trattato di Lisbona (presidente del Consiglio europeo e Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza), che avrà il via libera della Corte costituzionale ceca il 3 novembre, era trapelata già prima che si esprimesse Frattini. Una nota di Palazzo Chigi aveva infatti annunciato che “il governo valuterà con serietà e responsabilità le candidature capaci di assicurare all’Italia un incarico di così alto prestigio”. Parole che lasciavano intuire che l’ipotesi in oggetto non riguardava elementi vicini all’attuale maggioranza. Questa nota ha indotto D’Alema a ringraziare il governo per il sostegno. E dando per scontato che i socialisti chiederanno la carica di mister Pesc, D’Alema si è detto “onorato” di essere stato “inserito nella short list”. L’esponente del Pd ha comunque precisato di non essere “candidato a nulla”, e ha ammesso sia l’esistenza di “candidati più forti” sia di “non avere molte possibilità”. Continua a leggere »
BILDT IN POLE POSITION PER IL POSTO DI MR.PESC. FRATTINI CANDIDA TAJANI, D’ALEMA SPERA..
IL DOCUMENTO DI SOLLAZZO CONTRO LO SCIOGLIMENTO DEL PS E CONTRO S.e.L
L’epicentro della crisi economica che ha investito le economie di tutto il mondo è stato chiaramente individuato negli Stati Uniti d’America.
Le operazioni economiche avventate, i titoli spazzatura, i derivati, le scatole cinesi, i fondi truffaldini, le banche sanguisughe, le finanziarie banditische e quant’altro, hanno avuto origine nel Paese più capitalista di tutti.
Per questo fa specie rilevare che proprio chi ha provocato la crisi metta in moto una serie di correttivi che con il sistema capitalistico hanno ben poco a che spartire.
Non si tratta interventi pensati solo con la elezione del nuovo Presidente Obama, ma di provvedimenti già iniziati sotto la guida di quello che sarà ricordato come uno dei peggiori Presidenti degli USA, George W. Bush.
Un controllo sugli effetti del capitalismo selvaggio, sulle scorrerie delle banche e delle Assicurazioni, su tutta la politica dei mutui, sul sistema delle concessioni dei prestiti ed infine un intervento massiccio dello Stato per il sostegno alle famiglie, per sostenere il settore automobilistico, per evitare il fallimento di altre Banche, per salvare le industrie operanti nel settore della innovazione e della ricerca, sono stati interventi che sia gli USA che altri Paesi, a capitalismo avanzato, hanno adottato per far fronte ad una delle crisi economiche più gravi che il mondo industrializzato ricordi.
Voler assegnare a tali provvedimenti una denominazione di politica economica non si può rifuggire dalla parola socialismo democratico e liberale.
Lo Stato interviene per garantire la tenuta della propria economia,per preservare i posti di lavoro, per evitare il fallimento di banche ed aziende, per rilanciare l’export, per far riprendere i consumi, per assicurare i servizi ai cittadini. Che significa tutto ciò se non il ritorno, in qualche forma, alle Partecipazioni Statali, di lombardiana memoria, ed al progetto socialista degli anni sessanta e settanta della programmazione economica?
Nel nostro Paese si ha una sorta di idiosincrasia verso tutto ciò che richiama al socialismo ed ai successi mietuti, negli anni, dal Partito Socialista.
Il giustizialismo imperante, la pretesa di superiorità culturale della sinistra massimalista, l’avversione al modernismo istituzionale, invocato proprio dai socialisti con trent’anni di anticipo rispetto all’oggi, la diversa qualità della cultura politica degli uomini e del progetto socialista, hanno spinto sinistra e destra a rimuovere dalla coscienza nazionale i grandi meriti del socialismo italiano.
Troppo pochi ripensamenti, qualche limitato mea culpa, nessun atto di contrizione, nessun coraggioso che si alzi a dire “ i socialisti hanno avuto ragione”!.
L’equazione socialismo eguale a tangentopoli, i socialisti protagonismi del malaffare, hanno avuto il sopravvento,unitamente alla codardia di qualche gruppo dirigente socialista che invece di combattere è scappato a richiedere la protezione dei potenti del momento, a destra ed a sinistra.
Nessuno che ricordi, o meglio, che voglia ricordare che le grandi riforme sono state iniziate o proposte proprio dai socialisti: Grande Riforma istituzionale(Craxi), riforma della sanità(Mariotti), del fisco(Formica), dell’Istruzione(Codignola), dell’economia(Lombardi e Ruffolo), del Lavoro(Brodolini e Giugni) e l’elenco potrebbe allungarsi di molto.
Con anni di anticipo i socialisti avevano indicato la strada. Oggi i dilettanti vogliono percorrerla provocando molti disastri.
A livello politico i post-comunisti hanno sempre evitato di dirsi socialisti in Italia, anche se aderenti al socialismo europeo. Insomma i socialisti benché ridotti al lumicino fanno ancora paura.
Per non parlare dei neo-comunisti, che, ancora, non si capacitano della caduta del muro di Berlino e di tutte le loro utopie. Cancellare la parola socialismo e l’aggettivo socialista diveniva imperativo proprio per la sinistra perdente. Il comunismo sconfitto in tutti i suoi teoremi fondamentali: le masse non si guidano con l’autoritarismo militare ed economico, il collettivismo in economia è stato un immane disastro, l’individuo non sarà mai un numero ed ha bisogno di spazi propri non confinabili con ideologie politiche autoritarie. Morto il comunismo, il capitalismo non sta proprio bene.
C’è, per fortuna, anche qualche attento osservatore che ci induce a considerare la realtà attuale come la fine di un altro sistema economico sul quale per decenni se ne era dichiarato l’infallibilità e la irreversibilità, il capitalismo.
La crisi economica ha scoperto il nervo debole del sistema capitalistico.
Migliaia di miliardi di dollari bruciati in un breve lasso di tempo, il tempio della finanza, rappresentato dalle Borse, che scricchiola quando non crolla, il profitto che scende sempre di più, la finanza diventa sempre più una palla al piede della economia reale. Il capitale senza profitto non ha più ragione di essere.
E’ la rivincita dell’industria sulla finanza, della produzione sulla gestione, dell’economia reale su quella virtuale.
Il capitalismo per decenni si è sviluppato in presenza di una democrazia politica e di una coesione sociale che hanno consentito a tutte le economie occidentali di crescere e creare benessere.
La crisi avviene in contemporanea con il declino delle istituzioni ed il venir meno di regole e di controlli sul sistema capitalistico. Lo Stato non ha frenato più le scorrerie e le imposizioni del capitale, si è creata una nuova povertà, è cresciuta la forbice tra i ceti ricchi e quelli poveri, è stata dimezzata la capacità economica del ceto medio.
Il potere economico si sta saldando con l’antipolitica e alle difficoltà si sta rispondendo con il populismo e con l’invocazione dell’uomo forte.
Una politica dell’eguaglianza, dimenticata dalla sinistra italiana, diventa urgente ed indispensabile per rilanciare il sistema economico.
La ridistribuzione della ricchezza diventa inderogabile non solo rispetto ai Paesi poveri ma anche all’interno dei Paesi ricchi.
Concentrare la ricchezza in poche mani significa aumentare la povertà, ciò blocca i consumi e impedisce la crescita, riduce la coesione sociale, e limita la spinta alla concorrenza.
Per tale situazione di incertezza economica e politica diventano necessari ordini giuridici e regole economiche nuove a livello nazionale ed internazionale.
Le economie devono ridurre sensibilmente la dipendenza dal petrolio, sviluppare nuove economie come quella legata alla bio-medicina per sconfiggere le nuove malattie, avere al centro di ogni loro azione la difesa dell’ambiente e del clima, creare nuova occupazione e garantire i servizi ai cittadini.
Gli aiuti vanno dati alla domanda e non all’offerta, alle famiglie e non ai grandi gruppi industriali ed economici, occorre sostenere i redditi per far riprendere i consumi e, quindi, rilanciare la produzione industriale. L’evasione fiscale va combattuta, per le sue dimensioni, a livello planetario e con accordi internazionali.
Se la crisi prima che economica è culturale e politica, allora è necessario un progetto politico della speranza, che produce sviluppo, in luogo di quello della paura che provoca conservazione. La soluzione da ricercare dopo la morte del comunismo e la crisi del capitalismo, non può che essere quella che ci porta all’ideale socialista e democratico.
Socialista è chi si preoccupa degli altri, come diceva Nenni. Il socialismo italiano è anche il riformismo della svolta impressa da Craxi. Di fronte al dilettantismo di oggi, all’incultura politica, agli scandali di macro-dimensioni, che fanno impallidire tangentopoli, abbiamo il dovere di rivendicare la validità dei nostri ideali, la qualità della nostra cultura, il successo delle nostre azioni.
In virtù di che cosa ci viene richiesto di rinunciare alle nostre convinzioni?
Si ha la volontà di far riconoscere Sinistra e Libertà quale componente ufficiale del socialismo europeo, aderendo al PSE ed all’Internazionale socialista?
Altrimenti di cosa stiamo parlando?
Un’alleanza elettorale, imposta dalla necessità per superare gli sbarramenti, può essere accettata da tutti, ma da qui a farne un partito politico, con fusioni a freddo accelerate e senza progetto, ce ne corre.
Diciamo chiaramente che non esistono le condizioni per dar vita ad un soggetto politico unitario, che il ritiro dei Verdi ha annullato il percorso indicato, che l’attuale cartello a livello elettorale è lontanissimo dalla soglia del 4 % secondo ogni tipo di sondaggio, che le proposte politiche all’interno di Sel sono diverse e spesso divergenti. Quando parliamo degli ammortizzatori sociali, della legge Biagi, del nucleare, con l’Italia circondata da Centrali in Francia Svizzera e Croazia, di sviluppo delle infrastrutture, con il nostro Paese che registra ritardi di trent’anni rispetto a Francia e Germania e che sta per essere superato perfino dalla Spagna, con il sistema viario delle autostrade e delle ferrovie che ha bisogno di immediato rilancio e di nuove costruzioni. Quando rileviamo la necessità di costruire per i lavoratori e per i giovani migliaia di nuove abitazioni, il tutto produce nuova occupazione anche per gli immigrati di cui si parla spesso a sproposito. Parimenti, quando affermiamo che i nostri militari in Afghanistan lottano contro il terrorismo e non per far piacere agli USA, allora risulta chiaro che senza un progetto politico condiviso non sia possibile far nascere un soggetto politico unico. La nostra politica è a vocazione maggioritaria e non gruppettara, in Europa e nel Mondo i socialisti sono al Governo, vincono le elezioni, come in Grecia in Portogallo e in tanti altri Paesi. Gli amici di SeL, invece, ci propongono di diventare antagonisti, alternativi al sistema o cos’altro?
Quali sono gli sbocchi? Diventare comunisti, allearsi con Rifondazione, ovvero farci portare da loro nel PD, dove non abbiamo bisogno di essere accompagnati? Una politica di centro-sinistra si può anche fare su alleanze tra diversi, ripetere l’Ulivo ovvero l’esperienza toscana. I socialisti vogliono parteciparvi con le loro idee e con il loro partito.
Noi socialisti siamo orgogliosi della nostra storia e dei nostri ideali, in particolare oggi che i fatti ci danno ragione. Chiederci di ammainare le nostre bandiere è assurdo e da sprovveduti, chiederci di dar vita ad una nuova sinistra senza anima e senza indirizzo è da dilettanti. Non abbiamo niente a che spartire con il movimentiamo, con le scelte assembleari, con i comitati di base, con i centri sociali.
Noi siamo la sinistra di Governo. Una politica di alleanza è possibile, lo scioglimento del PSI non è nella nostra agenda e nella nostra volontà.
