GIOVEDI’ A CHIANCIANO CONGRESSO RADICALE

 - Roma, 9 nov. – Si aprono giovedi’ alle 15.30, a Chianciano, i lavori dell’ottavo Congresso nazionale di Radicali Italiani, aperto a iscritti e non. Le Assise, informa una nota, sono chiamate a decidere le iniziative e il progetto politico del prossimo anno, in vista di elezioni regionali “da considerarsi elezioni politiche a tutti gli effetti”.

Il congresso e’ chiamato anche ad affontare il nodo della possibilita’ stessa per Radicali Italiani di proseguire nell’iniziativa e nella lotta politica, “proprio mentre precipita la questione morale, incalzano proposte di riforma presidenzialiste ’sudamericane’, si minaccia una semplificazione autoritaria come ultimo atto della degenerazione partitocratica”. “Per scongiurare tutto cio’ – si legge ancora – verra’ approfondita la proposta radicale di riforma ‘americana’ delle istituzioni europee, nazionali e regionali e di tutte le articolazioni dello Stato”.

Nei quattro giorni di congresso sono gia’ previsti, fra gli altri, gli interventi di Antonio Di Pietro, Angelo Bonelli, Marco Boato e Paola Balducci, Riccardo Nencini, Bobo Craxi e Saverio Zavettieri, Stefano De Luca, Salvatore Buonadonna, Luigi Manconi, dello psicoterapeuta Massimo Fagioli, del costituzionalista Mario Patrono, del giuslavorista Pietro Ichino, degli economisti Franco Debenedetti, Riccardo Gallo e Alessandro De Nicola, degli avvocati Carla Rossi e Giandomenico Caiazza. I lavori si concluderanno nella serata di domenica 15 novembre con il rinnovo della cariche di segretario, presidente e tesoriere e l’elezione degli altri organi statutari.

E DIRE CHE NON VOLEVANO MORIRE SOCIALISTI..

D’ALEMA MR PESC IN RIALZO

Se fossimo a Piazza affari potremmo dire che al momento le quotazioni di Massimo D’Alema a Ministro degli esteri dell’Unione europea sono in rialzo, dopo la rinuncia di David Miliband. Bisogna, però, fare i conti con il premier Gordon Brown il quale punta decisamente ancora su Tony Blair alla presidenza, contro la volontà di Sarkozy e della Merkel. In questa vicenda, l’inquilino di Downing Street è più che mai amletico e, quindi, ce da aspettarsi di tutto.

Entrambi – D’Alema e Miliband- appartengono alla famiglia socialista alla quale, per accordo fatto con il Ppe, spetta indicare il nominativo per il nuovo Alto rappresentante europeo. Tuttavia, la partita è ancora tutta da giocare e non è detto, fino alla fine, che non ci sarà il colpo di scena. Potrebbe succedere, come nei conclavi, che uno entra Papa ed esce cardinale.

Massimo D’Alema non vedrebbe l’ora di essere Mr Pesc per lasciare l’Italia dove la deriva populista dell’antipolitica domina su tutto, mentre  lui impersona il contrario: la politica con la P maiuscola. Fino a quando ci sarà Berlusconi,  è convinto che la vittoria elettorale del Pd non sia a portata di mano. Insomma, non c’è trippa per gatti, quindi, ogni sforzo risulta vanificato, finché non cambia il vento.

Consegnato il partito alla guida di Bersani, D’Alema è consapevole di averlo lasciato in mani sicure. Stando così le cose e, comunque, queste non si possono modificare nello spazio di un mattino, se potesse, prenderebbe il largo. Non è  che scappa, epperò trasferendosi da Roma a Bruxelles, potrebbe giocare un ruolo politico di maggiore peso. Oltretutto, è uno dei pochi, in Italia e in Europa, che sa quello che dice di politica estera.

In verità, scarseggiano gli esperti di politica estera, se ne contano sulle dita di una mano: oltre a D’Alema, ci sono Emma Bonino -la cui candidatura è voluta da Marco Pannella -, Gianni De Michelis, Piero Fassino e Antonio Martino. Al contrario di D’Alema proposto dal Pse, questi non hanno santi in paradiso.   

Vale la pena ricordare che quando D’Alema è stato Presidente del consiglio e Ministro degli esteri ha sempre appoggiato l’invio di missioni militari italiane nei teatri di crisi. In particolar modo, l’Italia, con lui a Palazzo Chigi, partecipò nella guerra “umanitaria” del Kosovo.    

Il governo Berlusconi, intanto, è alle prese con le due nomine previste dal trattato di Lisbona: la nomina del presidente del consiglio europeo e quella dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica della sicurezza. Due cariche che  sono un punto di equilibrio per essere un combinato disposto di esigenze nazionali ed esigenze dell’Unione europee. Che con il tempo assumeranno prestigio e potere, per cui sono molto ambite.   

L’Italia non occupa un posto di rilevanza internazionale, eppure il centrodestra ha tutte le carte i regola per piazzare uno dei suoi uomini di prestigio in posizione di comando nell’Unione europea. Ma quando si muove su questo terreno, dovrebbe procurarsi un feticcio scaramantico contro la iella. Per esempio, Buttigliore prima e Mauro ora hanno fatto flop. A ben pensarci, i due casi non depongono a favore dei governi Berlusconi.

Adesso, si trova di fronte a un passaggio delicato: sostenere la candidatura bipartisan di Massimo D’Alema a Ministro degli esteri dell’Unione europea. Per questa ragione, a maggior ragione, non può sbagliare come le volte scorse, perché, oltretutto, si tratta di una nomina che riguarda il “Lider maximo” dell’opposizione e, nel contempo, fa parte del disegno di dare all’Italia autorevolezza, in campo internazionale.

Di fronte alla candidatura D’Alema non è che non ci siano i maldipancia all’interno e all’esterno della maggioranza, ma quelli che soffrono sentendo il nome dell’ex premier , dovrebbero ragione fuori dagli interessi spiccioli di bottega. Nel caso in cui passasse il leader Pd su proposta del Pse e sostenuta dal governo italiano  si rafforzerebbe l’unità nazionale a scapito di coloro che lavorano per costruire un muro tra maggioranza e opposizione. Non si capisce perché in Francia, Sarkozy ha nominato esponenti socialisti in posti chiave a livello internazionale e nazionale, in Italia, questo non si può fare, perché mena scandalo.

Detto questo, D’Alema Mr Pesc sposterebbe l’asse politico del Pd su chiare posizioni socialiste, ponendo un problema politico agli ex Dc che già dall’Assemblea nazionale sono usciti fortemente ridimensionati. E a dire che non volevano morire socialisti.

 

giovanardi, senza pietà

Il cattolicissimo Carlo Giovanardi non conosce la pietà, eppure è un sentimento molto forte per chi è cristiano. Sul caso Cucchi avrebbe potuto evitare di fare quelle considerazioni fuori luogo- che per carità cristiana non vogliamo ripetere -, anche perché la magistratura inquirente sta indagando sulle cause della morte del giovane. Speriamo che al più presto scopra le cause del suo decesso e faccia giustizia. E se ci saranno colpevoli dovranno essere puniti severamente, anche perché bisogna avere rispetto della persona umana, qualunque essa sia. A maggior ragione, questo vale per un cattolico che sa bene che si persegue l’errore e non l’errante.