NON RIMPIANGIAMO MA...

IL DEGRADO DELLE ISTITUZIONI

“Non,je ne regrette rien”, “non rimpiango e non rinnego nulla”, dice una famosa canzone di Edith Piaf, a maggior ragione, se il presente è una cronaca di degrado. Le malcapitate in questo periodo sono in ordine gerarchico le istituzioni.

Se la memoria non inganna, due sono gli episodi che hanno dato la stura alla crisi delle istituzioni, In primo luogo, quando sul Colle c’era Francesco Coissiga il cui mitragliamento sul mondo a lui ostile portò al primo significativo degrado delle istituzioni. Cossiga impazzì quando capì che alcuni suoi “amici” di partito e, in particolare, una lobby editoriale ed economica complottavano per farlo dimettere anticipatamente.

In secondo luogo, un colpo mortale fu assestato quando i due schieramenti in campo, destra e sinistra, allegramente, decisero di appioppare al proprio simbolo il nome del candidato alla premiership, creando, di fatto, un vulnus nella vita democratica parlamentare.  

Non passa giorno che sul Quirinale non soffi un vento di polemica e altrettanto accade per le altre cariche dello Stato. Una brutta regressione che rischia di incartarle.

Sembra che sia diventato uno sport quello di sparare sul “pianista”. Fuor di metafora, sulle istituzioni.

Non è che coloro che le presiedono facciano molto per tenerle fuori, per maggiormente salvaguardarle dalla furia delle polemiche. Fatto sta che le loro invasioni di campo sono continue e talvolta con la gamba tesa, come, d’altra parte, il mondo politico è, alcune volte, irriguardoso nei loro confronti. Ultimamente, si sta toccando il diapason, quando dovrebbe essere il contrario: ognuno dovrebbe farsi carico di smorzare i toni della polemica.        

Le istituzioni non vivono un momento felice, troppo impegnate sul fronte politico, per cui soggette, nel bene e nel male, a polemiche accese e a scontri a calor bianco,

In altri tempi, erano considerate neutre, proprio per il loro ruolo super partes e non sarebbero mai entrate negli affari politici, invece, oggi, sono protagoniste in prima persona.

Vero è che nella Prima repubblica, le crisi di governo si avevano, statistica alla mano, ogni sei mesi e, pertanto, l’ingovernabilità era una costate, ma è pure vero che le istituzioni erano sacre e svincolate dalla lotta politica.

Nella seconda Repubblica, chi presiede le istituzioni veste abiti double face: una faccia istituzionale e l’altra politica. Non è per nulla bello quello che sta accadendo, ma è il segno dei tempi. Tempi malvagi in cui la polemica sovrasta tutto e non perdona alcuno. In questo quadro chi viene mortificata è la democrazia parlamentare. Che da tempo non se la passasse per nulla bene si sapeva, ma mai si pensava che stesse in una situazione tale da tenersi in vita con la flebo. Quando l’attività parlamentare si riduce in pochi giorni e in quei precisi giorni, sciaguratamente, l’Aula è vuota o semi vuota, chi ci perde è la democrazia. Per di più, le sedute sono convocate, in special modo, per approvare decreti legge a go go, non è che deponga bene per la politica, per il governo e per le istituzioni. Con ciò si crea purtroppo una frattura tra Paese legale e Paese reale che procura guasti e danni incalcolabili che si possono pagare caramente.   

Si grida alla Grande riforma, ma in realtà, da decenni, si abbaia alla luna. Tuttavia, i due poli, invece, di dialogare – l’assurdo sta nel fatto che il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, vorrebbe cancellare dal vocabolario la parola dialogo, perché troppo usata e abusata e alla fine si è accorto che porta una sfiga della malora-, per riformare le istituzioni e la Costituzione, se le suonano di santa ragione. In mezzo alla rissa da taverna, spessissimo ci capitano, loro malgrado, le alte cariche dello Stato.

Capita spesso che quando il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito. In questo periodo, in molti si mettono nelle condizioni di guardare il dito e guardarsi, oltretutto, l’ombelico.  

Ultimamente, il Presidente della repubblica è entrato nel tritacarne de il Giornale – Marcello Veneziani-, commemorando l’ex sindaco di Napoli, Maurizio Valenzi. Peraltro è stato un piccolo omaggio alla politica, precisamente al professionismo della politica, come responsabilità, emulazione e sacrificio. Tre categorie che non fanno parte della forma mentis del politico di oggi, sempre più alla ricerca di una sua personale affermazione a scapito delle istituzioni nonché della politica. Resta il fatto che di questo passo non si salva nessuno.  

Dio ci scampi se incolpiamo di lesa maestà l’autore dell’articolo, ma non è bello che se la prende con il capo dello Stato, per una riflessione sul primato della politica che oggi molti fanno spontaneamente, dopo l’ubriacatura nuovista e lo sbandieramento della moralità pubblica e individuale. Vero è che si è perso il senso dello Stato e con questo è cresciuto il deficit di cultura istituzionale. Più partiti personali meno cultura politica, portano, amaramente, al leaderismo, al personalismo e all’individualismo. Il che non da dignità politica e prestigio alle istituzioni.

                                Biagio Marzo          

“Non,je ne regrette rien”, “non rimpiango e non rinnego nulla”, dice una famosa canzone di Edith Piaf, a maggior ragione, se il presente è una cronaca di degrado. Le malcapitate in questo periodo sono in ordine gerarchico le istituzioni.

Se la memoria non inganna, due sono gli episodi che hanno dato la stura alla crisi delle istituzioni, In primo luogo, quando sul Colle c’era Francesco Coissiga il cui mitragliamento sul mondo a lui ostile portò al primo significativo degrado delle istituzioni. Cossiga impazzì quando capì che alcuni suoi “amici” di partito e, in particolare, una lobby editoriale ed economica complottavano per farlo dimettere anticipatamente.

In secondo luogo, un colpo mortale fu assestato quando i due schieramenti in campo, destra e sinistra, allegramente, decisero di appioppare al proprio simbolo il nome del candidato alla premiership, creando, di fatto, un vulnus nella vita democratica parlamentare.  

Non passa giorno che sul Quirinale non soffi un vento di polemica e altrettanto accade per le altre cariche dello Stato. Una brutta regressione che rischia di incartarle.

Sembra che sia diventato uno sport quello di sparare sul “pianista”. Fuor di metafora, sulle istituzioni.

Non è che coloro che le presiedono facciano molto per tenerle fuori, per maggiormente salvaguardarle dalla furia delle polemiche. Fatto sta che le loro invasioni di campo sono continue e talvolta con la gamba tesa, come, d’altra parte, il mondo politico è, alcune volte, irriguardoso nei loro confronti. Ultimamente, si sta toccando il diapason, quando dovrebbe essere il contrario: ognuno dovrebbe farsi carico di smorzare i toni della polemica.        

Le istituzioni non vivono un momento felice, troppo impegnate sul fronte politico, per cui soggette, nel bene e nel male, a polemiche accese e a scontri a calor bianco,

In altri tempi, erano considerate neutre, proprio per il loro ruolo super partes e non sarebbero mai entrate negli affari politici, invece, oggi, sono protagoniste in prima persona.

Vero è che nella Prima repubblica, le crisi di governo si avevano, statistica alla mano, ogni sei mesi e, pertanto, l’ingovernabilità era una costate, ma è pure vero che le istituzioni erano sacre e svincolate dalla lotta politica.

Nella seconda Repubblica, chi presiede le istituzioni veste abiti double face: una faccia istituzionale e l’altra politica. Non è per nulla bello quello che sta accadendo, ma è il segno dei tempi. Tempi malvagi in cui la polemica sovrasta tutto e non perdona alcuno. In questo quadro chi viene mortificata è la democrazia parlamentare. Che da tempo non se la passasse per nulla bene si sapeva, ma mai si pensava che stesse in una situazione tale da tenersi in vita con la flebo. Quando l’attività parlamentare si riduce in pochi giorni e in quei precisi giorni, sciaguratamente, l’Aula è vuota o semi vuota, chi ci perde è la democrazia. Per di più, le sedute sono convocate, in special modo, per approvare decreti legge a go go, non è che deponga bene per la politica, per il governo e per le istituzioni. Con ciò si crea purtroppo una frattura tra Paese legale e Paese reale che procura guasti e danni incalcolabili che si possono pagare caramente.   

Si grida alla Grande riforma, ma in realtà, da decenni, si abbaia alla luna. Tuttavia, i due poli, invece, di dialogare – l’assurdo sta nel fatto che il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, vorrebbe cancellare dal vocabolario la parola dialogo, perché troppo usata e abusata e alla fine si è accorto che porta una sfiga della malora-, per riformare le istituzioni e la Costituzione, se le suonano di santa ragione. In mezzo alla rissa da taverna, spessissimo ci capitano, loro malgrado, le alte cariche dello Stato.

Capita spesso che quando il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito. In questo periodo, in molti si mettono nelle condizioni di guardare il dito e guardarsi, oltretutto, l’ombelico.  

Ultimamente, il Presidente della repubblica è entrato nel tritacarne de il Giornale – Marcello Veneziani-, commemorando l’ex sindaco di Napoli, Maurizio Valenzi. Peraltro è stato un piccolo omaggio alla politica, precisamente al professionismo della politica, come responsabilità, emulazione e sacrificio. Tre categorie che non fanno parte della forma mentis del politico di oggi, sempre più alla ricerca di una sua personale affermazione a scapito delle istituzioni nonché della politica. Resta il fatto che di questo passo non si salva nessuno.  

Dio ci scampi se incolpiamo di lesa maestà l’autore dell’articolo, ma non è bello che se la prende con il capo dello Stato, per una riflessione sul primato della politica che oggi molti fanno spontaneamente, dopo l’ubriacatura nuovista e lo sbandieramento della moralità pubblica e individuale. Vero è che si è perso il senso dello Stato e con questo è cresciuto il deficit di cultura istituzionale. Più partiti personali meno cultura politica, portano, amaramente, al leaderismo, al personalismo e all’individualismo. Il che non da dignità politica e prestigio alle istituzioni.

IL SEGRETARIO GENERALE DIFENDE LA LEGALITA INTERNAZIONALE

ONU : LE COLONIE ISRAELIANE SONO ILLEGALI

ONU : LE COLONIE ISRAELIANE SONO ILLEGALI

NEW YORK – Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, critica duramente la decisione di Israele di autorizzare la costruzione di novecento nuovi alloggi a Gerusalemme est. “La colonia di Ghilo – ha sottolineato il numero uno del Palazzo di Vetro – e’ stata costruita su un territorio palestinese occupato da Israele nella guerra del 1967″. “Le colonie sono illegali”, ha aggiunto, richiamando “Israele a rispettare i suoi impegni”.