CHIAREZZA POLITICA ED AUTOCRITICA

Non è passato neanche un mese e mezzo dall’assemblea di Sinistra e Libertà di bagnoli , quella nella quale con enfasi fuori posto Nencini e Di lello annunciarono “piena e convinta adesione al progetto politico di Sinistra e Libertà”.

Com’è e come non è , alla luce degli avvenimenti che seguirono quell’evento che solennemente preannunciava un percorso politico chiaro e definito : La presentazione di liste comuni di S&L alle regionali , preambolo di un più ampio e duraturo patto d’azione che sarebbe culminato nella celebrazione di un congresso da tenersi dopo le regionali, il progetto é franato, finito , fallito nel peggiore dei modi, ed ora si vuol fare finta di niente.

L’assemblea nazionale del ps aveva ratificato fin da luglio quella linea politica senza indugi respingendo la richiesta di un congresso nazionale che sancisse il cambio della linea politica stabilito nel congresso di montecatini , i dissenzienti avevano preso la strada dell’abbandono del partito e manifestato una netta contrarietà a questo vero e proprio suicidio politico.

Nencini ha cercato di scoraggiare ulteriori divisioni socialiste e l’utilizzo della originale denominazione socialista cambiando il nome del partito ( irritualmente perché decisioni di questo tipo si assumono nelle assemblee nazionali aventi poteri congressuali come recita lo statuto) ritenendo anche per lui insidiosa un’eventuale concorrenza elettorale avendo scelto la presentazione sic et simpliciter in Sinistra e libertà.

Galeotta fu la sua scelta politica in toscana, stringendo un serrato patto con il Pd locale difficilmente sarebbe stato proponibile ad un assemblea di Sinistra e Libertà una presentazione alle elezioni che prevedesse deroghe ed eccezioni.

La crisi pugliese , l’abbandono dei verdi , la divisione socialista , i rapporti interni a sinistra e libertà e fra i socialisti che con convinzione avevano aderito al progetto e quelli che con scetticismo avevano , senza condizionare , lasciato fare il manovratore sono state concause di questo clamoroso fallimento politico e di questo altrettanto clamoroso cambio di spalla del fucile nenciniano

Ora sta cercando di adottare  una strategia che fa venire il  mal di mare  : dopo aver cercato d recuperare , snobbato dal congresso , un rapporto con pannella , ha confermato fedeltà all’alleato bersani , ricerca terreni di convergenza con casini. Insomma la parola d’ordine è far dimentica re vendola e non far dimenticare i socialisti e soprattutto chi li “guida”.

Ha lanciato , con “non chalance “ la linea dell’autonomia socialista attribuendo a sinistra e Libertà , al suo gruppo dirigente Vendola in testa, la responsabilità del fallimento. Ma quale sarebbero le colpe di Vendola? ’ sin dall’inizio non solo era chiara la strategia , ma era anche ovvio , legittimo e logico l’obiettivo di fondo dell’alleanza politica che andava trasformandosi in un tentativo, anche politicamente nobile di creare un’alternativa nella sinistra al pd , non contro di esso ma diverso da esso cercando di inserirsi nelle contraddizioni del grande partito promuovendo una posizione più laica , più sociale , più di sinistra cercando di sviluppare coerentemente una linea autonoma di fuoriuscita dalla gabbia dogmatica comunista approdando verso le dominanti correnti europee della nuova sinistra.

Questo avrebbe dovuto modificare l’impostazione politica ed ideologica dei sopravvissuti socialisti, sviluppando anch’essi coerentemente una revisione che promuovesse una convergenza nuova , ma non inedita , delle correnti riformiste moderne con i filoni a-dogmatici dei reduci dell’esperienza rifondativa del comunismo italiano. Troppo per un’organizzazione piccola che ha fondato il suo carattere di resistenza socialista innanzitutto sulle enclaves elettorali tenutesi in piedi dopo la bufera della fine della prima repubblica , troppo per un gruppo dirigente che è reduce da comuni esperienze ma che non ha fondato su una prospettiva ideologica , ma su un legittimo spirito di sopravvivenza identitaria il proprio collante ed il proprio idem sentire. L’alleanza con massimalisti, tardo-giustizialisti e settori orgogliosi di una sinistra d’antan non poteva avere alcuna possibilità di sopravvivenza , e quel che peggio , rischiava di non avere alcun beneficio elettorale per i socialisti della diaspora.

Questi i fatti , la parziale ma realistica versione delle cose che si sono verificate nel giro di pochi mesi.

Lo scoglio elettorale dev’essere superato , ma il danno provocato da questo passo falso ha determinato condizioni ancora più precarie di resistenza sulla provata comunità socialista. E’ necessaria una radicale catarsi , ed una prova di coraggio politico sapendo essere capaci anche di analisi politiche dal respiro lungo , e non trattative politiche dall’utile immediato che non puntano ad una capacità di perseguire per l’avvenire un obiettivo più ambizioso.

Se non si apre una discussione politica fra i socialisti , si prepara un nuovo terreno per ulteriori divisioni, io , per parte mia non chiedo né il conto né pretendo il privilegio di avere denunciato per tempo questo stato di cose e gli errori che puntualmente si sono riprodotti.

Però vedo troppa disinvoltura nel ritenere di poter rappresentare i Socialisti in Italia cambiando opinioni , schieramenti e prospettive come se nulla fosse.

Torno a ripetere che una sede politica allargata sarebbe il luogo ideale per evitare ulteriori fratture e divisioni. Diversamente ciascuno cercherà di far valere le proprie ragioni ed il proprio peso nella società italiana.

IL B-DAY DIVIDE LA SINISTRA ED IL PD

DI PIETRO LA SPINA NEL FIANCO DI BERSANI

Ci risiamo. “Si potrebbe andare tutti quanti …, canta Enzo Jannacci, ma tra Di Pietro e Bersani, invece, se le suonano.

Antonio Di Pietro non si smentisce mai: ha ripreso ad aggredire il Partito democratico,  affermando, dopo il colloquio con il neo segretario Pier Luigi Bersani, che intercorre tra Pd e Idv  un rapporto privilegiato.   

La materia del contendere è la partecipazione o meno del Pd alla manifestazione “No- B- Day” contro Berlusconi indetta da un gruppo di blogger e alimentata su Facebook.

Il segretario Bersani non ha alcuna intenzione che il Pd partecipi alla manifestazione né che aderisca alla mozione di sfiducia dell’Idv contro il sottoscritto Cosentino.

In primo luogo, non vuole stare al carro dipietrista, in condo luogo, dove sta Di Pietro volano sempre gli stracci e quasi sempre sono finiti per colpire il Colle. Questo non significa che i democrat seguiranno alla lettera l’ordine impartito da Bersani: molti di loro sulla giustizia sono più realisti del re,per cui non vedono l’ora di partecipare. Fatto sta che sono divisi e Bersani viene strattonato da una parte e dall’altra. I giustizialisti sono pronti ad accodarsi a Di Pietro, i garantisti sono contro e neanche a morire sono intenzionati a partecipare al “No –B-Day”.

I più ostili sono gli ex Dc che fanno capo a Marini, i quali sono usciti dal congresso con le ossa rotte e sono molto furiosi anche perché hanno perso Franceschini che per un piatto di lenticchie è passato armi e bagagli con Bersani. Fuor di metafora, il piatto di lenticchie sarebbe la sua elezione alla presidenza del gruppo parlamentare della Camera. Vatti a fidare di Franceschini che ha sparato palle infuocate contro Bersani, reo di essere a capo della vecchia nomenclatura comunista. C’è la vie. In particolare, è la vita politica di questi tempi. 

La situazione in cui si trova Bersani non è per nulla bella: vuoi per la politica aggressiva nei confronti del Pd di Di Pietro vuoi per il maldipancia del gruppo di Franco Marini che considera un errore partecipare alla manifestazione dei giustizialisti duri e puri. E, comunque, questo fa il gioco di Di Pietro per tenere divisi i democrat.

Il neo segretario rischia parecchio, dopo la scissione di Francesco Rutelli ci potrebbe essere quella di Marini e Fioroni la cui permanenza nel Pd, egemonizzato dagli ex comunisti, va loro molto stretta. Insomma, se non cambia aria loro rischiano di morire, politicamente, di claustrofobia e giacché vogliono continuare  a vivere e, nel contempo, avere agibilità politica, non passerà molto tempo che fuoriusciranno. E, comunque, il Pd nelle condizioni in cui si trova va bene ai dossettiani – prodiani e, guarda caso, hanno portato alla presidenza dell’assemblea del Pd, Rosy Bindi, ed Enrico Letta vice di Bersani. Quasisia Franceschi a capogruppo del Pd, gli ex Dc sarebbero stati più che accontentati.                  

Di Pietro non molla l’osso del Pd, perché sa che da quel partito possono arrivare i voti, essendo ancora una enclave giustizialista.

Di Pietro deve molto al Pd, in special modo a Walter Veltroni, ma vorrebbe ancora di più, ridurlo al lumicino, cioè prendersi buona parte dei suoi voti. Consapevole che dal Pdl e dintorni non può incassare alcun voto. E, comunque, non c’è trippa per gatti.

Con Veltroni, Di Pietro ha avuto gioco facile, eleggendo parlamentari e poi si è fatto un gruppo autonomo rispetto al Pd, con Franceschini ancora di più per il fatto che questi faceva la faccia feroce e maneggiava il giustizialismo come fosse una clava e con Bersani il rapporto si sta incrinando per il “No-B-Day” e non sappiamo come andrà a finire il caso.

Cosa certa è che tra Pd e Idv non ci sarà mai pace, conoscendo di che pasta è fatto Di Pietro. A maggior ragione, di questi tempi con i sondaggi che lo danno in calo.

MINISTRO DEGLI ESTERI UE AD UN PAESE SOCIALISTA DOC E AL GOVERNO

D’ALEMA NON CE L’HA FATTA. I SOCIALISTI SCELGONO L’INGLESE

D’ALEMA NON CE L’HA FATTA. I SOCIALISTI SCELGONO L’INGLESE

Tramonta l’ipotesi di Massimo D’Alema alla guida della diplomazia dell’Ue. Il candidato del Partito socialista europeo alla carica di Alto rappresentante per la politica estera è la britannica Catherine Ashton, commissaria europea al Commercio. E’ quanto si è appreso a margine della riunione del Pse.

“Gli otto capi di governo socialisti si sono incontrati e hanno deciso all’unanimità, quindi anche da Gordon Brown, di sostenere Catherine Ashton”, ha riferito uno dei partecipanti alla riunione, trinceratosi dietro l’anonimato.

Una scelta di questo genere implica che il governo di Londra ha rinunciato alla candidatura di Tony Blair all’altra importante carica europea in gioco, quella di presidente del Consiglio europeo.