VERSO IL DECENNALE

UN DEBITO DA SANARE

UN DEBITO DA SANARE

Il prossimo 19 gennaio, forse, si ridisegneranno quindici anni di storia

Craxi, dieci anni dopo.
Un debito che è tempo di sanare

di Sergio Talamo

Dieci anni sono un’epoca, sono il terrorismo che irrompe sul mondo, sono l’America di un presidente nero, sono la crisi globale, sono la Cina, l’India e il Brasile. In dieci anni l’Italia non ha ancora deciso chi è stato Bettino Craxi. Lo ha lasciato appeso al dileggio di un ricordo obliquo, oscillante fra statista e avventuriero; e la sua Tunisia si è scissa fra la terra dell’esule e il rifugio del latitante. Ora, scrive Fabio Martini sulla Stampa, sembra certo che il 19 gennaio 2010 – dieci esatti dalla morte di Craxi – arriverà un segno dal Colle più alto. Forse allora, con le parole di Giorgio Napolitano, il dilemma sarà finito. Dopo Ciampi, Violante, D’Alema, Casini, Fassino, Veltroni, Bossi e persino Francesco De Gregori, sarà la Repubblica Italiana a salutare con rispetto un suo figlio illustre.
Il prossimo 19 gennaio potrà così essere il giorno in cui si ridisegnano 15 anni di storia italiana, e si riabilitano i partiti che hanno costruito ciò che siamo. Tra le righe, apparirà chiaro anche ciò che un presidente della Repubblica non può dire: se Craxi è uno statista, allora sono uomini piccoli o in malafede coloro che lo hanno crocifisso e perseguitato. Il 19 gennaio del 2000 Craxi morì da solo. Dal giorno in cui lasciò l’Italia aveva dismesso giacca e cravatta per la sahariana. Al posto dei palazzi del potere, c’erano le spiagge e i mercatini arabi. Invece del futuro di un paese e di un partito, il suo orizzonte si fermava al flash del futuro che più temeva: «A riabilitarmi saranno coloro che mi uccideranno». Non Napolitano, che allora taceva ma non infieriva, ma i campioni di una sinistra delle manette che speravano di speculare sulla sua demolizione.

Il risultato, per loro, è stato molto deludente: senza le idee e i consensi socialisti e laici, la sinistra si è snaturata ed è politicamente perdente da 15 anni. Tra le sue tante vicissitudini, gli errori e le divisioni, il socialismo italiano ha sempre precorso i tempi e anticipato le scelte che hanno fatto grande l’Italia. Da Turati a Rosselli, odiati non solo dai fascisti ma soprattutto dai massimalisti e dai comunisti, a Saragat e Nenni, fino al Psi che con Craxi sceglie definitivamente di tagliare i ponti con le parole d’ordine della sinistra conservatrice: il classismo, lo statalismo, il neutralismo in politica estera. l’economia in cui salari e costi si rincorrono in una spirale impazzita. 

Craxi pensa a una Repubblica in cui il governo tratta e si confronta con tutti, ma poi è in grado di decidere; a un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza in cui i partiti siano ancora centrali; a uno Stato non ingessato dalle corporazioni e a un sistema giudiziario non condizionato dalle caste. Poi commette l’errore di non cogliere una voglia di rinnovamento che uno come lui aveva sempre sollecitato e che quindi avrebbe dovuto gestire e non contrastare. Infine, preso dalla lotta politica contro Dc e Pci, lascia che il suo partito si riempia di opportunisti senza scrupoli, rimandando sempre il momento di una rigenerazione ormai necessaria, perché, come diceva il suo padre politico Nenni, «le idee camminano sulle gambe degli uomini». Quando l’Italia è pervasa dal furore giacobino dei tagliateste, lui non sa far altro che tenere la testa dritta. E va in Parlamento a dire ciò che tutti sanno. Quando finisce di parlare, nessuno fiata. Tacciono soprattutto coloro che tanto volentieri parlano con i giornali forcaioli. Tacciono soprattutto coloro per cui, in tribunale e sulla stampa, non varrà la regola del “non poteva non sapere”. 
Oggi Craxi non è tanto un nome da riabilitare per dedicargli qualche targa, ma un politico di cui cogliere l’incredibile modernità. Oltre ai temi più strettamente politici e di riforma costituzionale, si pensi alla sua idea di partito: idee, programmi e riforme invece che etichette come destra, sinistra, laici e cattolici, progressisti e moderati. Pragmatico, decisionista, post-ideologico: nei suoi anni questi pregi erano insulti, come sempre accade agli anticipatori. Nei suoi discorsi c’era sempre un riferimento a ciò che ancora doveva succedere. Dopo 10 anni, il suo “partito dell’avvenire”, concreto e animato da nuove idee e nuove generazioni, è ancora da fare. È il debito che l’Italia migliore ha con Craxi. 

 

LA PUGLIA, LA SINISTRA, LE ELEZIONI REGIONALI

In Puglia, lo scontro tra Massimo D’Alema e Nichi Vendola continua, seppure sia arrivato alle battute finali che lascerà sul campo, metaforicamente parlando,  morti, feriti e dispersi. Solo oggi, – ma non è detto che si decida oggi il destino di Vendola – ,  gli stati generali democrat pugliesi affronteranno il caso Vendola con tutte le conseguenze possibile ed immaginabili. Potrebbe succedere che decidano a favore oppure contro la sua ricandidatura. Ma in un caso o nell’altro, Nichi Vendola sarà candidato.   

Secondo D’Alema, con il governatore uscente si perdono le prossime elezioni regionali e di fronte a questa sconfitta, che dà per scontata, ha cambiato spalla al suo fucile e punta a fare l’accordo con l’Udc e con “Io Sud” guidato dall’ex  Msi – An, Adriana Poli Bortone. Che vista la malaparata, – nessuno dei nuovi compagni di viaggio  l’ha candidata alla presidenza della Puglia al posto di Vendola -, sta facendo dietrofront e  tratta per ritornare nel centrodestra, da dove è uscita. La trattativa si basa sulla riconquista di scampoli di potere, perso dopo la sua fuga dal centrodestra.

A ben pensarci, ruppe con il Pdl per le medesime ragioni per cui sta rompendo con il Pd: la sua mancata candidatura alla presidenza della regione Puglia.

La senatrice ricorda il colonnello Aureliano Buendìa – Cent’anni di solitudine di Màrquez Gabriel Garcìa-,”smarrito nella solitudine del suo potere, cominciò a perdere la rotta”.

Con Vendola candidato, l’Udc volta le spalle al Pd e questo complica il gioco politico del lider maximo che considera la Puglia una sorta di trampolino di lancio di nuove alleanze, partendo dall’interlocutore privilegiato, il partito di Pier Ferdinando Casini.

Chi trama nell’ombra, contro Nichi Vendola, è il sindaco di Bari, Michele Emiliano, che, afflitto da bulimia di potere, vorrebbe estromettere Vendola per prendere il suo posto, come candidato. Eppure, sembravano due fratelli siamesi, figurarsi che decisero insieme il rimpasto di giunta contro D’Alema, nella scorsa estate. Vero è che c’è poca amicizia nel mondo, e men che meno nel modo politico pugliese, per come si sta incrinando il rapporto tra i due.     

Il governatore, con l’avallo del sindaco, prese a pretesto il caso escort, in cui era coinvolto il vice presidente della giunta pugliese , e fece fuori gli assessori dalemiani.

Al congresso Pd, Emiliano, segretario uscente, si presentò con una propria mozione autonoma rispetto alle mozioni nazionali di Bersani, Franceschini e Marino, conquistando un discreto successo, per poi convergere su Bersani.

In quella fase, sparò palle incatenate contro D’Alema fino al punto di dire che era meglio che non mettesse più piede in Puglia. Dopo la guerra, la pace. Si parla di lui candidato, a maggior ragione, da quando è diventato il prescelto dell’Udc di Casini.       

Fatto sta che Nichi Vendola ha toccato con mano che il Pd sta facendo di tutto, per non ricandidarlo alla presidenza della giunta regionale pugliese, e messo alle strette ritorna sul luogo del delitto.  Ritorna tra i suoi compagni del Partito di Rifondazione comunista, dopo che li aveva lasciati con una scissione consumata dopo la sconfitta congressuale.

Un congresso che pensava di averlo già in tasca, ma fece male i suoi conti, lo perse per una manciata di voti e furono, ironia della sorte, proprio i Rifondaroli pugliesi a dargli la botta finale. Per cui Paolo Ferrero vinse in un mare di polemiche e, comunque, si impossessò del partito e Vendola insalutato ospite, andò via.

Tuttavia, chi pagò il prezzo maggiore fu Piero Sansonetti, direttore de la Liberazione, organo di partito, perché fu accusato di non essere in linea con il nuovo vertice neo comunista.

A ben vedere, non si è perso d’animo e ha fondato prima il quotidiano Altri, trasformato, nel giro di un anno, nel settimanale Altri.       

L’area più di sinistra dello schieramento politico prova a ricomporsi, dopo una serie di sconfitte elettorali alle politiche prima e alle europee dopo.

Alle scorse europee, Sel ottenne il 3,1%, un risultato fuori da ogni previsione che fece aprire un cantiere per costituire un nuovo progetto politico.  

Tuttavia, ai primi lavori perse buona parte dei soci fondatori. Il socialista Riccardo Nencini ha stretto un patto con il Pd di Bersani rivolto, essenzialmente, alla sua riconferma a consigliere regionale della Toscana. La qualcosa ha prodotto malumori nello stesso Partito socialista, per essersi venduto per un piatto di lenticchie.

Nel campo dei Verdi, invece, con la vittoria della linea autonomista di Angelo Bonelli, una parte è restata con Sel, l’altra, quella del neo presidente del Sole che ride, sta dialogando con i Radicali di Marco Pannella e i socialisti di Bobo Craxi.

Intanto,si stanno moltiplicano gli appelli e i messaggi a ricomporre le divisioni che hanno lacerato il Prc.

Vendola non si sta per nulla tirando indietro, alla luce anche delle vicende pugliesi,e considera il partito di Ferrero “un interlocutore fondamentale”.

Se sono rose fioriranno, in particolare in terra pugliese.

 

E LO CHIAMANO INCIUCIO…

E lo chiamano inciucio, ma altro non è che un tentativo di compromesso bipartisan sulle riforme. Il termine usato da Massimo D’Alema ha lasciato molto a desiderare e proprio su questo modo di dire sono state ricamate varie chiavi di lettura malevoli. Guarda caso, dall’opposizione in generale e  da una corrente, in particolare, del Pd – interlocutore a cui è rivolta la proposta del patto democratico per le riforme da parte dello stato maggiore del Pdl -, è venuta l’ostilità. Continua a leggere »

CANALE CINCO SI COMPRA PURE IL PAìS

LOR SENORES SE LA CAVANO SEMPRE…

LOR SENORES SE LA CAVANO SEMPRE…

Dopo mesi di trattativa, Telecinco, la controllata spagnola di Mediaset della famiglia Berlusconi, ha trovato l’accordo con  il gruppo editoriale Prisa, diretto da Jesus de Polanco, per l’acquisizione del canale in chiaro Cuatro e di una quota di controllo del 22% in quello satellitare Digital+.

Così il Biscione è diventato il primo gruppo tv in Spagna e il secondo in Europa, dopo il gruppo Murdoch. Sia il francese Bouygues che il tedesco Axel Springer restano confinati nei loro paesi.

L’acquisto di Cuatro servirà anche per fare fronte ad un altra fusione annunciata tra il concorrente diretto di Telecinco, Antena 3 (proprietà al 44% di Planeta DeAgostini), che si dovrebbe fondere con LaSesta per creare il secondo polo televisivo di Spagna, con circa il 20,6% di share.

Prisa stava affogando in un debito di circa 5 miliardi di euro e  Mediaset con l’operazione a&m di  1,5 miliardi di euro e andata in suo soccorso.  
In base agli accordi raggiunti:  su Cuatro e Digital+, il gruppo Prisa avrà una quota del 18,3% della controllata di Mediaset, un pacchetto valutato circa 550 milioni di euro. Per la cessione di Cuatro e del 22% di Digital Plus riceverà poi 500 milioni di euro in contanti.  

Inoltre, Telecinco procederà a un aumento di capitale da 500 milioni di euro, al quale l’azionista Mediaset aderirà per la quota spettante.

Detto questo, la parte interessante dell’operazione sta nel fatto che Prisa è editore di El Pais e il colosso Telefonica è presente in Digital +.   

El Pais  è un quotidiano  spagnolo per eccellenza di sinistra, con una media di 457.675 copie giornaliere, è il periodico a maggior diffusione in Spagna. La sua prima edizione fu in stampa 4 maggio 1976, nel periodo della transizione democratica spagnola. Il modello di riferimento fu il quotidiano francese Le Monde. A partire da 1989, El País avviò  collaborazioni con altri giornali europei. Partecipa ad una rete di risorse comuni con il gruppo editoriale Espresso & Repubblica e con quello che fa capo a Le Monde.

Finora, El Pais si è caratterizzato nei confronti del governo Berlusconi in modo ostile, tant’è che  l’ambasciatore italiano a Madrid, ha sollevato il problema della linea editoriale  tendenzialmente anti-italiana. Scrive l’ambasciatore, Pasquale Terraciano, in una lettera aperta pubblicata dal giornale: “Giorno dopo giorno, cresce in me la sensazione che El País stia portando avanti, non so fino a che punto consapevolmente, una campagna di demolizione sistematica dell’immagine dell’Italia”. (…)

 “Tutto questo mi preoccupa — conclude l’ambasciatore — perché con una campagna così dura, oltraggiosa e a senso unico si corre il rischio di provocare effetti negativi sull’amicizia e la simpatia che tradizionalmente caratterizzano le relazioni tra i nostri due popoli”.

Insomma, nell’immaginario del Popolo delle libertà, nella  vicenda rosa di Villa Certosa e in quelle delle escort di Palazzo Grazioli, El Pais è stato uno dei nemici giurati di Berlusconi.

L’altro aspetto è la presenza nell’azionariato di Digital + di Telefonica di Cesar Alierta.

Tra l’altro in Digital+ è presente anche la compagnia spagnola Telefonica, prima azionista di Telco – di cui sono pure azionisti Mediobanca, Generali, Banca Intesa San Paolo. Nel frattempo, Sintonia della famiglia Benetton ha deciso di uscirsene -, la holding che controlla Telecom Italia.

Di là dagli sforzi, il presidente Gabriele Galateri di Genola e l’amministratore delegato, Franco Bernabè non riescono a prosciugare il debito pregresso,accumulato con la  privatizzazione che ha fatto più male che bene: dagli Agnelli a Colaninno a Tronchetti Provera. Epperò, Cesar Alierta, ad di Telefonica, soffre di questa situazione in cui ha investito e conta poco per cui sarebbe dell’avviso di aumentare la sua quota in Telco e in Telecom, ma il governo sull’onda dell’italianità – Alitalia docet – si oppone, preoccupato che l’azienda diretta da Franco Bernabé possa passare agli spagnoli.

Alla luce dei fatti, non sappiamo quanto il governo italiano possa ancora opporsi alla pressioni spagnole. Pressioni sì, no al do ut des. Speriamo!. 

Mentre in politica due più due può fare cinque o tre, in economia, viceversa, fa sempre quattro, l’investimento della Fininvest – Mediaset ha fatto Bingo!

Insomma,cambia parecchio il panorama massmediologico europeo e italiano a favore della famiglia Berlusconi.

                                                         Biagio Marzo

Ps.

Non va trascurato il fatto che il Lodo Mondadori non sarà uno spargimento di sangue tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti. Anzi.

A COPENHAGEN

ACCORDO A META’ SUL CLIMA.. DELLA TERRA

ACCORDO A META’  SUL CLIMA.. DELLA TERRA
Obama incassa il sì di Cina e India:
«Passo significativo ma non basta»
COPENHAGEN
Sei ore dopo la scadenza del vertice di Copenaghen sul clima, originariamente prevista per le 17 di oggi, i paesi della conferenza Onu hanno trovato una prima intesa: Stati Uniti, Cina, India, Sudafrica e Brasile hanno sbloccato il negoziato trovando fra loro un accordo di massima, definito però da diversi negoziatori come ancora insufficiente.

«Dopo un incontro multilaterale tra il presidente Obama, il premier cinese Wen, il premier indiano Singh e il presidente sudafricano Zuma, è stato ottenuto un accordo significativo», ha indicato un responsabile americano sotto condizione di anonimato. «Non è sufficiente per combattere la minaccia del cambiamento climatico, ma è una prima tappa importante», ha aggiunto. Una «svolta significativa e senza precedenti», ha commentato comunque il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, spiegando che sarà «molto difficile» e che «ci vorrà molto tempo» per arrivare a un patto vincolante. Il presidente ha fatto inoltre sapere che lascerà la capitale danese prima del voto finale sul testo.

L’intesa fisserebbe, come era previsto da tutte le bozze finora negoziate, il limite di surriscaldamento globale a 2 gradi Celsius, secondo le fonti a margine dei negoziati. Ma la decisione degli obiettivi di medio termine di riduzione delle emissioni dei paesi industrializzati, quelli cioè entro il 2020, secondo una fonte europea sarebbe stata rinviata a gennaio. Questi obiettivi di taglio sono i più rilevanti, perché i più vicini nel tempo e quindi più vincolanti per gli Stati nella lotta contro il riscaldamento. Le cifre con gli impegni di riduzione del Co2 dovranno essere comunicate dai paesi che hanno accettato l’accordo – hanno precisato le fonti – al più tardi entro il 1 febbraio del 2010. Dal testo dell’accordo è stata tolta quindi la frase in cui si affermava che i paesi ricchi si impegnano a ridurre le loro emissioni dell’80% entro il 2050 e i paesi in via di sviluppo prendevano impegni per una riduzione del 50% entro il 2050.

Restano invece le cifre sugli aiuti economici ai paesi più poveri e vulnerabili sia per il periodo di «fast start» (2010-2012) sia per le azioni a lungo termine per la mitigazione e l’adattamento al cambio climatico.