CRITICHE AD ISRAELE

IL PREMIER ITALIANO ” ISRAELE SI RITIRI”

IL PREMIER ITALIANO ” ISRAELE SI RITIRI”

La politica della colonizzazione è errata. Israele deve ritirarsi dal Golan». Con questo titolo a tutta pagina, il quotidiano Haaretz di Tel Aviv presenta un’intervista al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, atteso lunedì a Gerusalemme con otto ministri per una visita di tre giorni durante la quale pronuncerà un discorso alla Knesset, il Parlamento israeliano, e visiterà il memoriale di Yad Vashem. Il premier tocca diversi temi, tra cui il processo di pace in Medio Oriente, i piani di sviluppo economico nei Territori palestinesi, la politica italiana di fronte al terrorismo e la minaccia nucleare iraniana.

 

NETANYAHU: «GRANDE AMICO» – E nonostante la critica alla politica degli insediamenti, incassa l’elogio del premier Benyamin Netanyahu: «Ammiro molto Silvio Berlusconi, Israele non ha un amico più grande di lui nella comunità internazionale» ha detto aprendo la seduta del Consiglio dei ministri a Gerusalemme. Netanyahu ha spiegato ai suoi ministri di annettere grande importanza all’incontro con Berlusconi e i ministri che lo accompagneranno: «La visita rientra nel contesto della politica israeliana di rafforzamento qualitativo delle relazioni con governi di importanza centrale in Europa». In questo contesto ha menzionato l’incontro allargato fra il governo tedesco e una parte di quello israeliano avvenuto due settimane fa in Germania e il progetto di organizzare un incontro analogo con l’esecutivo polacco.

OSTACOLO ALLA PACE - Nell’intervista, Berlusconi usa parole forti contro la politica degli insediamenti spiegando che la colonizzazione dei territori arabi occupati da Israele dal giugno 1967 rappresenta «un ostacolo alla pace»: «Nella mia veste di amico, la mano sul cuore, voglio dire al popolo e al governo di Israele che insistere con questa politica è un errore. È giunto il momento che Israele e la Siria agiscano di concerto per la pace e in questo contesto le alture del Golan dovranno essere restituite (alla Siria, ndr), così che possano essere ristabilite le relazioni diplomatiche e Damasco rinunci a sostenere le organizzazioni che non riconoscono Israele». Per quanto riguarda i palestinesi, aggiunge, «non si potrà mai convincerli della buona volontà di Israele, se continuerà a edificare su territori che dovrebbero essere restituiti nel quadro di un accordo di pace».

SINAGOGHE BRUCIATE - Ma, nello stesso tempo, «non si possono rimuovere gli insediamenti per avere sinagoghe bruciate, devastazioni e violenza infra-palestinese e lanci di razzi in territorio israeliano». «Gli arabi – dice il premier – vivono in Israele e partecipano alla sua splendida vita democratica, e la guerra sarà davvero finita quando i palestinesi accetteranno di ripristinare la grande tradizione araba di tolleranza e di ospitalità verso gli ebrei nel loro territorio. Condannare gli insediamenti con gli stessi argomenti dell’estremismo è troppo facile, è ipocrita e non è degno delle classi dirigenti dell’Occidente democratico». Berlusconi punta poi il dito contro l’Iran, spiegando che «bisogna vigilare sui Paesi che sembrano vicini a dotarsi dell’arma nucleare, magari coltivando il folle desiderio di cancellare Israele dalla mappa geografica. La via del controllo multilaterale sugli sviluppi del programma iraniano, del negoziato intelligente, delle sanzioni efficaci è quella da percorrere».

DOPO LO SCANDALO DEL BONO

LUCIO DALLA : “PER BOLOGNA S’IMPEGNI ROMANO PRODI”

LUCIO DALLA : “PER BOLOGNA S’IMPEGNI ROMANO PRODI”

articolo del “Corriere dells Sera”

Il bolognese più famoso al mondo sta preparando la sua casa, a un passo da san Petronio, per accogliere Mimmo Paladino, Luigi Ontani e altri amici scultori e pittori, in arrivo qui per Artefiera. La scrivania del suo studio ha un abbaino che dà sui tetti di Bologna, dove da ragazzo gli capitava di passare intere notti, come i gatti, «a sentire il profumo dei mangiari, i discorsi della gente, i rumori della città».

 

Lucio Dalla, cosa dice la città?
«Che qui ci vuole Romano Prodi. È un’idea che non è venuta solo a me. I bolognesi lo vogliono. Io l’ho sempre stimato, e soprattutto lo stima la gente. Prodi è stato un buon presidente del Consiglio; sarebbe un buon sindaco».

Lui fa sapere di non pensarci neanche.
«Temo anch’io che questa sia la sua attitudine, che voglia fare il professore, l’uomo che pensa. Però, al punto in cui siamo, o spunta fuori un giovane che ci sorprende, oppure Prodi è l’uomo giusto. Fare il sindaco è un mestiere difficilissimo, molto più che il politico. Per affrontare una realtà fluttuante come una città, per giunta in crisi, ci vuole una personalità fuori dall’ordinario: esperta, decisa, coraggiosa. Uno che “senta” Bologna».

Lei come «sente» oggi Bologna?
«Depressa, per la consapevolezza di non essere più la città di un tempo. Non si compiace neppure più di quel che rappresenta nell’immaginario italiano: la città dotta, grassa, godereccia. Non è più capitale culturale; infatti i concerti e le mostre importanti la “saltano”. A parte Artefiera, tutto è dimesso. Fané. La vicenda Delbono è grave proprio perché destabilizza una situazione già impoverita dalla scarsità di energia sociale e politica ».

Come valuta il quinquennio di Cofferati?
«Non ha lasciato il segno, ma non mi sento di incolpare lui. Al di là del giudizio sull’uomo, Cofferati ha avuto il coraggio di scelte che non hanno giovato alla sua popolarità ma neppure intaccato la sua coerenza. Io ho lavorato con lui, come avevo fatto con Guazzaloca e stavo facendo con Delbono—le regie al teatro comunale, l’impegno per Bologna capitale Unesco della musica—perché posso permettermi di non essere pagato e perché amo la mia città. Il concerto di due anni fa è stato l’ultimo sussulto. Patti Smith venne in ricordo del suo concerto trionfale del ’78. C’erano anche Renato Zero e la Nannini, che a Bologna hanno casa, come Biagio Antonacci e Antonio Albanese, l’attore. Vengono, si fermano qualche giorno, hanno l’impressione di ritrovare l’effervescenza di un tempo. Poi si rendono conto che non è così, e ripartono».

Che idea si è fatto del caso Delbono?
«Non ho alcuna informazione specifica, ma mi pare sbagliato dimettersi per una vicenda del genere. Il sindaco sta pagando molto cara una leggerezza. La gente non sa spiegarselo: tutti parlano di un gesto di sensibilità, di dignità; ma, se Delbono è stato indotto a un passo così grave, è possibile che dietro ci sia qualcosa di più importante. La risposta ce la darà il tempo, e la magistratura. Comunque su di lui non ho cambiato idea. Non lo conosco nel profondo. Abbiamo pranzato insieme, emi è parsa una persona deliziosa, che aveva iniziato con il passo giusto. Ora siamo senza sindaco. Ammiro Firenze, che ha trovato in Matteo Renzi un giovane di sicuro avvenire».

L’addio di Delbono segna la fine di un sistema già intaccato dalla sconfitta del ’99 e dalle difficoltà di Cofferati?
«Più che la fine di un sistema, vedo la crisi della città. Un declino che comincia da lontano, dai giorni duri del ’77, quando si passò dall’esplosione degli Anni Sessanta all’implosione. Prima, il comunismo bolognese era integrità. La gente ci credeva. La classe operaia coltivava una visione utopica, coniugata però con le esigenze dell’amministrazione: le scuole, lo sviluppo, le cooperative, l’università; e le banche tedesche stringevano accordi con la finanza locale. Un’utopia quotidiana. Che si autocelebrava in piazza Maggiore, sempre piena, sempre colorata di bandiere rosse. Poi, con la violenza, i carri armati nelle strade, la rottura tra le due sinistre — quella al potere e quella di piazza —, qualcosa si è perso per sempre. Non era solo uno scontro generazionale, tra i giovani e la struttura del partito; era la fine di uno schema politico che aveva retto per decenni».

In questi giorni è stato citato spesso il verso di una sua canzone, «nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino», per indicare una città- famiglia.
«Una città che non esiste più. Il centro di Bologna era davvero una comunità, luogo di discussioni pubbliche, di capannelli, di pazzi: i famosi pazzi di Bologna. Poi c’era il liceo Galvani, dov’erano passati Pasolini, Roberto Roversi, Volponi, Alfonso Gatto: scrivevano talmente bene che i professori non riuscivano a dare i voti ai loro temi, avevano inventato il 12 e anche il 13. Un luogo leggendario per la letteratura. Oggi Bologna non è più una città-famiglia, dalla bonomia intelligente. Resta straordinaria per certi aspetti, ad esempio gli investimenti sul sociale. Ma è disorientata. Produce sempre meno idee. Vive un senso quasi di panico, certo di disillusione».

Bersani come le sembra?
«In tv lo vedo deciso, ragionevole, comprensibile. Uno che non ha nulla da nascondere. Però sono contento per Vendola, che ha infranto regole e ordini superiori per seguire il proprio destino».

A Bologna non sarebbe meglio l’alternanza? Com’è la destra locale?
«Non sono dentro queste cose. Ma considero inutili gli steccati, gli schieramenti; mi sta a cuore la città. A Lampedusa ho conosciuto la senatrice leghista, Angela Maraventano, e mi ha colpito il fatto che sia eletta qui a Bologna. La tendenza si fa sempre più evidente: gli operai sono i nuovi migranti delle idee, e stanno lasciando in massa la sinistra per la Lega».

VERSO LE ELEZIONI

IL PD : OGNI GIORNO LA SUA PENA..

IL PD : OGNI GIORNO LA SUA PENA..

Il Partito democratico sembra colpito da una maledizione che nemmeno l’intervento di un esorcista riuscirebbe a liberarlo. E’ nato male e sta vivendo la sua giovane vita malissimo. Ogni giorno la sua pena. Probabilmente, la fusione fredda con cui il Pd è stato costituito non è stata una operazione riuscita e mettere le mani per ripararla c’è il rischio di restarne senza.     

Travolto dalle primarie pugliesi, dal nodo giustizia, dal sesso, dai casi soldi e politica e dallo scontro sulle candidature, il Pd in versione bersaniana ha perso, in poco tempo, la spinta propulsiva, ( così come diceva Enrico Berlinguer sul comunismo sovietico in declino), come era nelle aspettative congressuali.

Chi comanda nel Pd?, si domanda Prodi. Vattelappesca. Bersani si è rabbuiato. 

La vittoria di Vendola su Boccia alias D’Alema, l’incapacità di liberarsi del giustizialismo,  il caso Marazzo e quelli di Frisullo e Delbono e gli scontri per le candidare nelle regioni Umbria, Calabria e Campania sono anelli di una catena che sta strozzando il neo segretario.

Si pensava che con l’ascesa alla segreteria di Pier Luigi Bersani tutto andasse nel verso della normalizzazione e su questa scia il velleitarismo veltroniano sarebbe stato sepolto definitivamente.

Soprattutto il partito liquido e le primarie si sarebbero dovuti archiviare, ridando il potere al nuovo gruppo dirigente uscito dal congresso. Il cui compito affidatogli era, peraltro, di lavorare per strutturare l’organizzazione sul paradigma del partito di massa.

Politicamente, invece, avrebbe dovuto preparare di certo non dall’oggi al domani, ma gettando già ora le basi, partendo dalla Puglia, per la costituzione del centro sinistra di nuovo conio, – senza e con trattino non è all’ordine del giorno -, per seppellire l’Unione e per abbattere il bipolarismo.

Vero è che non è nato sotto una buona stella il Pd di Bersani e i suoi avversari interni, che sono quelli che lui non vedeva di buon occhio, quando avevano in mano le redini del partito, lo aspettano al varco: ai risultati delle elezioni regionali. Solo allora si verificherà lo stato di salute del partito e si vedrà se il Pd è una formazione elettoralmente nazionale dalle Alpi e all’isola di Pantelleria, oppure un partito appenninico.

Le primarie pugliesi stanno esaltando gli animi del popolo della sinistra come se queste fossero l’”arma segreta” che porterebbe al successo. Da qui, è nata la leggenda che la vittoria di Nichi Vendola sia a portata di mano. Dal dire al fare, c’è di mezzo il mare. Una cosa è la gramsciana “connessione sentimentale” con le masse di sinistra,come a Vendola piace ripetere, un’altra cosa è la “connessione” con la stragrande maggioranza degli elettori pugliesi. Anche perché, il governatore non ha gestito la cosa pubblica nel miglior modo possibile. Basterebbe fare mente locale sullo scandalo sanità per rendersi conto che la “superiorità morale” della sinistra comunista e post comunista è stata messa sotto i piedi. In Puglia, c’è una questione morale che non si può ignorare , dato che ci sono delle inchieste in corso.

APULIA CAPUT MUNDI

TRE SFIDANTI : IL CHAVEZ DI TERLIZZI “CONTRO TUTTI”

TRE SFIDANTI : IL CHAVEZ DI TERLIZZI “CONTRO TUTTI”

Nichi Vendola, Rocco Palese e Adriana Poli Bortone:tre sfidanti per una sola poltrona, quella più prestigiosa della Puglia: la presidenza della giunta regionale.    

Il primo è stato votato dal 73%  dei duecentomila elettori delle primarie,il secondo è stato scelto dal vertice del Pdl e la terza in base a un accordo stipulato con Casini, dopo la sconfitta di Boccia alle primarie e la candidatura di Palese. E, comunque, la leader di “Io sud” era nella rosa di Palazzo Grazioli, per l’esattezza era uno dei petali preferiti, ma avendo rotto con il suo partito di provenienza, An, sarebbe stata il pomo della discorda, ragion per cui, è stata scartata e lei, per non darla vinta ai suoi avversari, ha scelto di candidarsi anche per conto dell’Udc. Politicamente, è una populista di destra, una Evita Peron leccese. Che ha fatto la ministra, la sindaca, l’europarlamentare e la parlamentare nazionale. Adesso, è candidata alla presidenza della giunta regionale. Basta e avanza. Continua a leggere »

INIZIATIVA SOCIALISTA

A CAGLIARI , LA PIAZZA CRAXI DIVIDE I POLI

A CAGLIARI , LA PIAZZA CRAXI DIVIDE I POLI

 Proposta di un consigliere socialista. E la politica si divide. An: niente vie ai condannati. Il Pd: nessuna fretta. Il dibattito, ancor prima di arrivare all’attenzione dell’assemblea, si è acceso tra i gruppi consiliari.

Intitolare una strada, un parco o una piazza in ricordo di Bettino Craxi, l’ex presidente del Consiglio morto ad Hammamet (da latitante o da esule, a seconda dei punti di vista) il 19 gennaio di dieci anni fa? La proposta, destinata a far discutere, è stata presentata ieri dal consigliere comunale Mondo Perra, segretario provinciale dei Socialisti, sotto forma di ordine del giorno da discutere in Consiglio. E il dibattito, ancor prima di arrivare all’attenzione dell’assemblea civica, si è scatenato negli ambienti della politica, in attesa (come già successo nel resto d’Italia) di propagarsi al resto della città. Il sindaco Floris, ad esempio, non esclude a priori l’eventualità, «specie dopo le parole recentemente pronunciate dal capo dello Stato a proposito del ruolo storico svolto dall’ex leader socialista».

LA PROPOSTA La lettera giunta sul tavolo del presidente del Consiglio comunale Sandro Corsini chiede un dibattito sulla figura dell’ex premier e chiede che vengano avviate le procedure per l’intitolazione dello spazio pubblico alla sua memoria. «Crediamo che, a distanza di dieci anni dalla sua scomparsa, ne vengano esaltate le doti del leader che ricoprì vari ruoli di primaria importanza nel panorama politico italiano: segretario del Psi e presidente del Consiglio dei ministri – dice Mondo Perra – un ruolo di primissimo piano nel panorama nazionale e internazionale fino al 1992, vigilia della stagione di Mani pulite, che svolse un ruolo determinante nel rimescolare gli ideali negli animi degli italiani». E con le condanne penali e la fuga in Tunisia come la mettiamo? «È passato tempo sufficiente perché si possa valutare con serenità quella che è stata una stagione d’odio e condanne vissute sia dal protagonista che dal suo partito politico come ingiuste». Continua a leggere »