L'EDITORIALE DE IL TEMPO

CRAXI.IL RIFORMISTA il ricordo di Beppe Scanni

CRAXI.IL RIFORMISTA il ricordo di Beppe Scanni
Categorie: Politica

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Da “IL TEMPO”

Chi ha oggi venti anni troverà difficoltà a seguire quanto si scriverà e si dirà da oggi e nei prossimi giorni, rievocando la scomparsa di Bettino Craxi, morto ad Hammameth, in Tunisia, alle 17 del 19 gennaio 2000. Eppure i ventenni d’oggi, ma anche quelli di domani, dovranno parlare di Craxi, perché la sua figura rappresenta un drammatico passaggio tra la fine di un secolo, il ‘900, e l’inizio di un altro; perché sul suo nome si sviluppa oramai da diciotto anni un’irrisolta questione di poteri all’interno delle istituzioni; perché in pochi anni la sua leadership socialista e di governo confuse prima e mise in crisi poi il più grande, influente e autorevole Partito Comunista dell’Occidente, il PCI, aprendo la strada a cambiamenti storici.
La Storia, poiché è figlia della verità, è un fiume carsico che, scorrendo nascosto nelle viscere della terra, crea l’illusione dell’oblio e infine, apparendo alla luce, con gagliardia spazza via falsità, menzogne. Craxi era un figlio del Risorgimento italiano, si professava garibaldino e come tale aveva un amore senza limiti per la patria, era convintamente repubblicano, socialista e internazionalista. Non era massone, ma dei massoni si professava protettore contro chi intendeva limitarne le libertà, nello stesso tempo riuscì a firmare il nuovo Concordato con il Vaticano. Il nuovo Concordato, introducendo l’otto per mille, ha reso la Chiesa cattolica italiana non solo economicamente autosufficiente, ma soprattutto libera di esprimersi sui temi sociali e politici.

 
Il socialismo di Bettino Craxi fu riformista, democratico, libertario. Un pugno nello stomaco della sinistra italiana conservatrice e gramsciana, culturalmente «diversa» e pubblicamente pronta a rivendicare, grazie alla sua diversità, una superiorità di governo ed etica. Accompagnando Craxi a Ginevra dal 23 al 27 novembre del 1976 assistetti al congresso di Rifondazione della Internazionale Socialista, durante il quale fu eletto presidente Willy Brandt e tra i vicepresidenti, Bettino Craxi. Craxi era stato eletto segretario del Psi soltanto il 14 luglio dello stesso anno. Un famoso corsivista dell’Unità dell’epoca, Fortebraccio, lo definiva «il signor Nulla», la Repubblica di Eugenio Scalfari, lo accusava della terribile colpa d’essere un «socialdemocratico tedesco».
A Ginevra il giovane segretario, che già aveva avuto un ruolo nella vecchia Internazionale, impressionò i partiti presenti per la concreta indicazione di una strada socialista ed occidentale per uscire dalle contraddizioni imposte dalla Guerra Fredda, nell’ambito dell’alleanza occidentale basata sul rispetto dei partner. Ricordo che la sera del 26 novembre l’ex presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, ospite dell’ambasciatore d’Italia e in procinto d’essere nominato — grazie allo stesso Craxi — Presidente Onorario dell’Internazionale, assieme a Nenni, ebbe parole di sincero compiacimento per il giovane segretario socialista. Compiacimento e ringraziamento per l’atteggiamento che i socialisti avevano assunto nei confronti dello scandalo Lockeed, che da scandalo democristiano divenne colpa socialdemocratica con la condanna dell’uomo forte del Psdi, Mario Tanassi.

 
In pochi anni, passando attraverso la difesa appassionata di una scelta che assicurasse la vita all’onorevole Aldo Moro, Bettino Craxi sconfisse la politica di Compromesso Storico ideata dal segretario comunista Berlinguer e costrinse i comunisti ad affrontare il mare malmestoso della competizione alternativa di una democrazia conflittuale e non consociativa. Dopo aver impedito all’onorevole Andreotti di rieditare un esecutivo appoggiato dai comunisti, Craxi fu incaricato il 10 luglio 1979 di formare il Governo. Sull’aereo militare che ci accompagnava a Strasburgo per la solenne inaugurazione del nuovo Parlamento europeo, per la prima volta eletto a scrutinio universale, chiesi a Craxi cosa ci aspettava.

 
Mi rispose che l’incarico non sarebbe sfociato in un suo governo, ma che grazie alle consultazioni si poteva lasciare un progetto un po’ più solido al suo successore, in attesa di una nuova occasione. E così accadde, perché alla fine delle consultazioni apparve chiaro che l’onorevole Cossiga avrebbe potuto guidare un governo Dc, Psdi, Pli, appoggiato dall’esterno dai repubblicani e dai socialisti. Il governo Cossiga durò fino ad aprile del 1980, per rinascere con una formula diversa (Dc, Psi, Pri) fino all’ottobre del 1980. L’8 maggio del 1980 morì il potente presidente della Federazione Iugoslava Tito. Il 9 maggio una delegazione nazionale presieduta da Pertini e composta fra gli altri da Craxi e Berlinguer si ritrovò all’aeroporto di Ciampino per partire e partecipare ai funerali dell’illustre capo di stato.
Giunti a Ciampino trovammo Cossiga che attendeva tutti i delegati per salutarli. Dopo qualche convenevole Craxi si accorse che stava entrando nel salone Berlinguer, lo salutò e inventandosi al momento qualcosa di molto importante da dirmi, cominciò a entrare e uscire dalla sala parlandomi velocemente e impedendo a Cossiga di aprire «per caso» un incontro informale con Berlinguer, che sarebbe stato disposto a diminuire le ostilità verso il governo in cambio di un’apertura nei confronti del suo partito. Craxi non lo permise e il secondo governo Cossiga cadde il 18 ottobre del 1980. Si è molto favoleggiato su rapporti conflittuali tra Craxi e Pertini. Craxi, invece, mi ha sempre detto che senza Pertini al Quirinale forse non sarebbe stato nominato Presidente del Consiglio, sicuramente non sarebbe restato al suo posto per quattro anni consecutivi, e, in effetti, nel 1987, dopo che da poco Cossiga era stato nominato Presidente della Repubblica, Craxi fu costretto alle dimissioni, gli fu impedito di andare alle elezioni e fu incaricato di formare un governo elettorale il senatore Fanfani. Craxi governò brillantemente. In politica estera, allargò l’Europa a Spagna, Grecia e Portogallo; fece entrare l’Italia nel G5; riaffermò con Sigonella l’importanza di un’alleanza con gli Stati Uniti basata sulla lealtà e il rispetto tra pari e riaffermò i principi collegati all’installazione degli Euro-missili, necessaria per lo schieramento missilistico antieuropeo dell’Urss; nella politica economica abbassò drasticamente l’inflazione; superò in termini macroeconomici la Gran Bretagna, portando l’Italia per la prima volta al quinto posto tra i paesi industrializzati del mondo, rilanciò il made in Italy, modernizzò l’impresa italiana; in politica interna sbaragliò definitivamente il terrorismo di sinistra, ristabilì il buon vivere nelle città e stroncò l’industria dei rapimenti.
A partire dal 1989 Consigliere speciale, con rango di vice segretario generale, del segretario delle Nazioni Unite, riuscì in quella che era diventata una chimera, mettere d’accordo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che unanimemente si espresse a favore, su un documento assai complesso che indicava diverse e modulate soluzioni all’aggravamento della crisi economica mondiale, provocata dal Debito. Ancora oggi quel pacchetto di soluzioni è di volta in volta adottato. Come Consigliere dell’Onu provvide fra l’altro alla ricostruzione del Libano (1991) a mirati interventi per la pace e lo sviluppo nei Balcani, in Medio Oriente, nel Corno d’Africa. Questo leader italiano è morto, avendo vicino solo i suoi cari, a Hammameth, essendogli stato rifiutato persino un salvacondotto per curarsi dalla malattia che lo uccise e che l’onorevole Di Pietro definì «un foruncolone». Questa «brava persona», come l’ha recentemente definito l’onorevole De Mita, è stato accusato e condannato come se fosse un ladro, essendo invece parte integrante di un sistema generale che prevedeva forme irregolari di finanziamento dei partiti. A quest’uomo che ha modernizzato l’Italia, è stato impedito di riformarla istituzionalmente.
Ricordo gli incontri delle delegazioni del Pci dopo la caduta del muro di Berlino, quando oramai era chiaro il fallimento del comunismo a Oriente e Occidente. Occhetto e Fassino chiedevano di non agevolare l’uscita dal partito dei miglioristi, che avevano come leader Napolitano, di non provocare le elezioni anticipate, promettevano in cambio un comune lavoro per la riedificazione di una sinistra democratica all’interno di un comune contenitore internazionale, l’Internazionale Socialista. Tornando da Berlino a bordo di un aereo privato sul quale erano ospitati Occhetto e Napolitano, Craxi mi chiese di parlare con Napolitano per convincere Occhetto a discutere con lui. Dopo qualche reticenza Occhetto si sedette vicino a Craxi, che iniziò a parlare. Occhetto guardava davanti a sé e non proferì parola. Fino a Roma.
La storia dell’aggressione anche fisica e non solo giudiziaria a Craxi è nota e stranota. I comunisti pensarono davvero che una spallata giudiziaria, il cambio di nome e il silenzio sugli orrori del comunismo sarebbero stati dimenticati grazie alla supposta diversità, alla superiorità etica che faceva di Greganti un ladro in proprio e dei socialisti dei ladri professionisti. Pensarono davvero che svendere l’Italia alla migliore finanza angloamericana sarebbe stato un salvacondotto per l’eternità. I fatti ci dicono invece che con Craxi si è amputata la democrazia in Italia e che il segretario socialista l’aveva vista lunga nel 1978 quando partendo da Proudhon e arrivando a Bobbio, passando per Rosselli, Gilas e Russell, aveva tracciato il profilo di una dottrina democratica, laica e pluralista, in contrapposizione con la lezione marxista e i concetti di libertà collettiva e di egemonia gramsciana. La modernità della sinistra, il tentativo di riformare l’Italia, sono valse per Craxi l’esilio e la morte. L’Italia sta, però, iniziando a capire. Dopo la scomparsa del Partito Socialista, convinto che in un futuro lontano ( dieci anni) i socialisti avrebbero ripreso il loro ruolo, nei miei soggiorni a Hammameth, Bettino mi invogliava a tenere accesa «la fiammella», come quelli del Movimento Sociale, mi diceva – proprio lui che per primo aveva sdoganato nel 1983 Almirante e il suo partito. Fiducia nei giovani e tutti gli altri a casa o a far da consiglieri, suggeriva. Così non è stato e i risultati sono sotto gli occhi di vuol vedere.
Una sola nota personale vorrei aggiungere. Io non riesco ad andare in Tunisia, perché mi si stringe il cuore. Aspetto il momento nel quale ciascuno, illuminato, incontrerà i risorti e potrò allora dire: Ciao, Bettino.

Chi ha oggi venti anni troverà difficoltà a seguire quanto si scriverà e si dirà da oggi e nei prossimi giorni, rievocando la scomparsa di Bettino Craxi, morto ad Hammameth, in Tunisia, alle 17 del 19 gennaio 2000. Eppure i ventenni d’oggi, ma anche quelli di domani, dovranno parlare di Craxi, perché la sua figura rappresenta un drammatico passaggio tra la fine di un secolo, il ‘900, e l’inizio di un altro; perché sul suo nome si sviluppa oramai da diciotto anni un’irrisolta questione di poteri all’interno delle istituzioni; perché in pochi anni la sua leadership socialista e di governo confuse prima e mise in crisi poi il più grande, influente e autorevole Partito Comunista dell’Occidente, il PCI, aprendo la strada a cambiamenti storici.
La Storia, poiché è figlia della verità, è un fiume carsico che, scorrendo nascosto nelle viscere della terra, crea l’illusione dell’oblio e infine, apparendo alla luce, con gagliardia spazza via falsità, menzogne. Craxi era un figlio del Risorgimento italiano, si professava garibaldino e come tale aveva un amore senza limiti per la patria, era convintamente repubblicano, socialista e internazionalista. Non era massone, ma dei massoni si professava protettore contro chi intendeva limitarne le libertà, nello stesso tempo riuscì a firmare il nuovo Concordato con il Vaticano. Il nuovo Concordato, introducendo l’otto per mille, ha reso la Chiesa cattolica italiana non solo economicamente autosufficiente, ma soprattutto libera di esprimersi sui temi sociali e politici.

 
Il socialismo di Bettino Craxi fu riformista, democratico, libertario. Un pugno nello stomaco della sinistra italiana conservatrice e gramsciana, culturalmente «diversa» e pubblicamente pronta a rivendicare, grazie alla sua diversità, una superiorità di governo ed etica. Accompagnando Craxi a Ginevra dal 23 al 27 novembre del 1976 assistetti al congresso di Rifondazione della Internazionale Socialista, durante il quale fu eletto presidente Willy Brandt e tra i vicepresidenti, Bettino Craxi. Craxi era stato eletto segretario del Psi soltanto il 14 luglio dello stesso anno. Un famoso corsivista dell’Unità dell’epoca, Fortebraccio, lo definiva «il signor Nulla», la Repubblica di Eugenio Scalfari, lo accusava della terribile colpa d’essere un «socialdemocratico tedesco».
A Ginevra il giovane segretario, che già aveva avuto un ruolo nella vecchia Internazionale, impressionò i partiti presenti per la concreta indicazione di una strada socialista ed occidentale per uscire dalle contraddizioni imposte dalla Guerra Fredda, nell’ambito dell’alleanza occidentale basata sul rispetto dei partner. Ricordo che la sera del 26 novembre l’ex presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, ospite dell’ambasciatore d’Italia e in procinto d’essere nominato — grazie allo stesso Craxi — Presidente Onorario dell’Internazionale, assieme a Nenni, ebbe parole di sincero compiacimento per il giovane segretario socialista. Compiacimento e ringraziamento per l’atteggiamento che i socialisti avevano assunto nei confronti dello scandalo Lockeed, che da scandalo democristiano divenne colpa socialdemocratica con la condanna dell’uomo forte del Psdi, Mario Tanassi.

 
In pochi anni, passando attraverso la difesa appassionata di una scelta che assicurasse la vita all’onorevole Aldo Moro, Bettino Craxi sconfisse la politica di Compromesso Storico ideata dal segretario comunista Berlinguer e costrinse i comunisti ad affrontare il mare malmestoso della competizione alternativa di una democrazia conflittuale e non consociativa. Dopo aver impedito all’onorevole Andreotti di rieditare un esecutivo appoggiato dai comunisti, Craxi fu incaricato il 10 luglio 1979 di formare il Governo. Sull’aereo militare che ci accompagnava a Strasburgo per la solenne inaugurazione del nuovo Parlamento europeo, per la prima volta eletto a scrutinio universale, chiesi a Craxi cosa ci aspettava.

 
Mi rispose che l’incarico non sarebbe sfociato in un suo governo, ma che grazie alle consultazioni si poteva lasciare un progetto un po’ più solido al suo successore, in attesa di una nuova occasione. E così accadde, perché alla fine delle consultazioni apparve chiaro che l’onorevole Cossiga avrebbe potuto guidare un governo Dc, Psdi, Pli, appoggiato dall’esterno dai repubblicani e dai socialisti. Il governo Cossiga durò fino ad aprile del 1980, per rinascere con una formula diversa (Dc, Psi, Pri) fino all’ottobre del 1980. L’8 maggio del 1980 morì il potente presidente della Federazione Iugoslava Tito. Il 9 maggio una delegazione nazionale presieduta da Pertini e composta fra gli altri da Craxi e Berlinguer si ritrovò all’aeroporto di Ciampino per partire e partecipare ai funerali dell’illustre capo di stato.
Giunti a Ciampino trovammo Cossiga che attendeva tutti i delegati per salutarli. Dopo qualche convenevole Craxi si accorse che stava entrando nel salone Berlinguer, lo salutò e inventandosi al momento qualcosa di molto importante da dirmi, cominciò a entrare e uscire dalla sala parlandomi velocemente e impedendo a Cossiga di aprire «per caso» un incontro informale con Berlinguer, che sarebbe stato disposto a diminuire le ostilità verso il governo in cambio di un’apertura nei confronti del suo partito. Craxi non lo permise e il secondo governo Cossiga cadde il 18 ottobre del 1980. Si è molto favoleggiato su rapporti conflittuali tra Craxi e Pertini. Craxi, invece, mi ha sempre detto che senza Pertini al Quirinale forse non sarebbe stato nominato Presidente del Consiglio, sicuramente non sarebbe restato al suo posto per quattro anni consecutivi, e, in effetti, nel 1987, dopo che da poco Cossiga era stato nominato Presidente della Repubblica, Craxi fu costretto alle dimissioni, gli fu impedito di andare alle elezioni e fu incaricato di formare un governo elettorale il senatore Fanfani. Craxi governò brillantemente. In politica estera, allargò l’Europa a Spagna, Grecia e Portogallo; fece entrare l’Italia nel G5; riaffermò con Sigonella l’importanza di un’alleanza con gli Stati Uniti basata sulla lealtà e il rispetto tra pari e riaffermò i principi collegati all’installazione degli Euro-missili, necessaria per lo schieramento missilistico antieuropeo dell’Urss; nella politica economica abbassò drasticamente l’inflazione; superò in termini macroeconomici la Gran Bretagna, portando l’Italia per la prima volta al quinto posto tra i paesi industrializzati del mondo, rilanciò il made in Italy, modernizzò l’impresa italiana; in politica interna sbaragliò definitivamente il terrorismo di sinistra, ristabilì il buon vivere nelle città e stroncò l’industria dei rapimenti.
A partire dal 1989 Consigliere speciale, con rango di vice segretario generale, del segretario delle Nazioni Unite, riuscì in quella che era diventata una chimera, mettere d’accordo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che unanimemente si espresse a favore, su un documento assai complesso che indicava diverse e modulate soluzioni all’aggravamento della crisi economica mondiale, provocata dal Debito. Ancora oggi quel pacchetto di soluzioni è di volta in volta adottato. Come Consigliere dell’Onu provvide fra l’altro alla ricostruzione del Libano (1991) a mirati interventi per la pace e lo sviluppo nei Balcani, in Medio Oriente, nel Corno d’Africa. Questo leader italiano è morto, avendo vicino solo i suoi cari, a Hammameth, essendogli stato rifiutato persino un salvacondotto per curarsi dalla malattia che lo uccise e che l’onorevole Di Pietro definì «un foruncolone». Questa «brava persona», come l’ha recentemente definito l’onorevole De Mita, è stato accusato e condannato come se fosse un ladro, essendo invece parte integrante di un sistema generale che prevedeva forme irregolari di finanziamento dei partiti. A quest’uomo che ha modernizzato l’Italia, è stato impedito di riformarla istituzionalmente.
Ricordo gli incontri delle delegazioni del Pci dopo la caduta del muro di Berlino, quando oramai era chiaro il fallimento del comunismo a Oriente e Occidente. Occhetto e Fassino chiedevano di non agevolare l’uscita dal partito dei miglioristi, che avevano come leader Napolitano, di non provocare le elezioni anticipate, promettevano in cambio un comune lavoro per la riedificazione di una sinistra democratica all’interno di un comune contenitore internazionale, l’Internazionale Socialista. Tornando da Berlino a bordo di un aereo privato sul quale erano ospitati Occhetto e Napolitano, Craxi mi chiese di parlare con Napolitano per convincere Occhetto a discutere con lui. Dopo qualche reticenza Occhetto si sedette vicino a Craxi, che iniziò a parlare. Occhetto guardava davanti a sé e non proferì parola. Fino a Roma.
La storia dell’aggressione anche fisica e non solo giudiziaria a Craxi è nota e stranota. I comunisti pensarono davvero che una spallata giudiziaria, il cambio di nome e il silenzio sugli orrori del comunismo sarebbero stati dimenticati grazie alla supposta diversità, alla superiorità etica che faceva di Greganti un ladro in proprio e dei socialisti dei ladri professionisti. Pensarono davvero che svendere l’Italia alla migliore finanza angloamericana sarebbe stato un salvacondotto per l’eternità. I fatti ci dicono invece che con Craxi si è amputata la democrazia in Italia e che il segretario socialista l’aveva vista lunga nel 1978 quando partendo da Proudhon e arrivando a Bobbio, passando per Rosselli, Gilas e Russell, aveva tracciato il profilo di una dottrina democratica, laica e pluralista, in contrapposizione con la lezione marxista e i concetti di libertà collettiva e di egemonia gramsciana. La modernità della sinistra, il tentativo di riformare l’Italia, sono valse per Craxi l’esilio e la morte. L’Italia sta, però, iniziando a capire. Dopo la scomparsa del Partito Socialista, convinto che in un futuro lontano ( dieci anni) i socialisti avrebbero ripreso il loro ruolo, nei miei soggiorni a Hammameth, Bettino mi invogliava a tenere accesa «la fiammella», come quelli del Movimento Sociale, mi diceva – proprio lui che per primo aveva sdoganato nel 1983 Almirante e il suo partito. Fiducia nei giovani e tutti gli altri a casa o a far da consiglieri, suggeriva. Così non è stato e i risultati sono sotto gli occhi di vuol vedere.
Una sola nota personale vorrei aggiungere. Io non riesco ad andare in Tunisia, perché mi si stringe il cuore. Aspetto il momento nel quale ciascuno, illuminato, incontrerà i risorti e potrò allora dire: Ciao, Bettino.

Chi ha oggi venti anni troverà difficoltà a seguire quanto si scriverà e si dirà da oggi e nei prossimi giorni, rievocando la scomparsa di Bettino Craxi, morto ad Hammameth, in Tunisia, alle 17 del 19 gennaio 2000. Eppure i ventenni d’oggi, ma anche quelli di domani, dovranno parlare di Craxi, perché la sua figura rappresenta un drammatico passaggio tra la fine di un secolo, il ‘900, e l’inizio di un altro; perché sul suo nome si sviluppa oramai da diciotto anni un’irrisolta questione di poteri all’interno delle istituzioni; perché in pochi anni la sua leadership socialista e di governo confuse prima e mise in crisi poi il più grande, influente e autorevole Partito Comunista dell’Occidente, il PCI, aprendo la strada a cambiamenti storici.
La Storia, poiché è figlia della verità, è un fiume carsico che, scorrendo nascosto nelle viscere della terra, crea l’illusione dell’oblio e infine, apparendo alla luce, con gagliardia spazza via falsità, menzogne. Craxi era un figlio del Risorgimento italiano, si professava garibaldino e come tale aveva un amore senza limiti per la patria, era convintamente repubblicano, socialista e internazionalista. Non era massone, ma dei massoni si professava protettore contro chi intendeva limitarne le libertà, nello stesso tempo riuscì a firmare il nuovo Concordato con il Vaticano. Il nuovo Concordato, introducendo l’otto per mille, ha reso la Chiesa cattolica italiana non solo economicamente autosufficiente, ma soprattutto libera di esprimersi sui temi sociali e politici.

 
Il socialismo di Bettino Craxi fu riformista, democratico, libertario. Un pugno nello stomaco della sinistra italiana conservatrice e gramsciana, culturalmente «diversa» e pubblicamente pronta a rivendicare, grazie alla sua diversità, una superiorità di governo ed etica. Accompagnando Craxi a Ginevra dal 23 al 27 novembre del 1976 assistetti al congresso di Rifondazione della Internazionale Socialista, durante il quale fu eletto presidente Willy Brandt e tra i vicepresidenti, Bettino Craxi. Craxi era stato eletto segretario del Psi soltanto il 14 luglio dello stesso anno. Un famoso corsivista dell’Unità dell’epoca, Fortebraccio, lo definiva «il signor Nulla», la Repubblica di Eugenio Scalfari, lo accusava della terribile colpa d’essere un «socialdemocratico tedesco».
A Ginevra il giovane segretario, che già aveva avuto un ruolo nella vecchia Internazionale, impressionò i partiti presenti per la concreta indicazione di una strada socialista ed occidentale per uscire dalle contraddizioni imposte dalla Guerra Fredda, nell’ambito dell’alleanza occidentale basata sul rispetto dei partner. Ricordo che la sera del 26 novembre l’ex presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, ospite dell’ambasciatore d’Italia e in procinto d’essere nominato — grazie allo stesso Craxi — Presidente Onorario dell’Internazionale, assieme a Nenni, ebbe parole di sincero compiacimento per il giovane segretario socialista. Compiacimento e ringraziamento per l’atteggiamento che i socialisti avevano assunto nei confronti dello scandalo Lockeed, che da scandalo democristiano divenne colpa socialdemocratica con la condanna dell’uomo forte del Psdi, Mario Tanassi.

 
In pochi anni, passando attraverso la difesa appassionata di una scelta che assicurasse la vita all’onorevole Aldo Moro, Bettino Craxi sconfisse la politica di Compromesso Storico ideata dal segretario comunista Berlinguer e costrinse i comunisti ad affrontare il mare malmestoso della competizione alternativa di una democrazia conflittuale e non consociativa. Dopo aver impedito all’onorevole Andreotti di rieditare un esecutivo appoggiato dai comunisti, Craxi fu incaricato il 10 luglio 1979 di formare il Governo. Sull’aereo militare che ci accompagnava a Strasburgo per la solenne inaugurazione del nuovo Parlamento europeo, per la prima volta eletto a scrutinio universale, chiesi a Craxi cosa ci aspettava.

 
Mi rispose che l’incarico non sarebbe sfociato in un suo governo, ma che grazie alle consultazioni si poteva lasciare un progetto un po’ più solido al suo successore, in attesa di una nuova occasione. E così accadde, perché alla fine delle consultazioni apparve chiaro che l’onorevole Cossiga avrebbe potuto guidare un governo Dc, Psdi, Pli, appoggiato dall’esterno dai repubblicani e dai socialisti. Il governo Cossiga durò fino ad aprile del 1980, per rinascere con una formula diversa (Dc, Psi, Pri) fino all’ottobre del 1980. L’8 maggio del 1980 morì il potente presidente della Federazione Iugoslava Tito. Il 9 maggio una delegazione nazionale presieduta da Pertini e composta fra gli altri da Craxi e Berlinguer si ritrovò all’aeroporto di Ciampino per partire e partecipare ai funerali dell’illustre capo di stato.
Giunti a Ciampino trovammo Cossiga che attendeva tutti i delegati per salutarli. Dopo qualche convenevole Craxi si accorse che stava entrando nel salone Berlinguer, lo salutò e inventandosi al momento qualcosa di molto importante da dirmi, cominciò a entrare e uscire dalla sala parlandomi velocemente e impedendo a Cossiga di aprire «per caso» un incontro informale con Berlinguer, che sarebbe stato disposto a diminuire le ostilità verso il governo in cambio di un’apertura nei confronti del suo partito. Craxi non lo permise e il secondo governo Cossiga cadde il 18 ottobre del 1980. Si è molto favoleggiato su rapporti conflittuali tra Craxi e Pertini. Craxi, invece, mi ha sempre detto che senza Pertini al Quirinale forse non sarebbe stato nominato Presidente del Consiglio, sicuramente non sarebbe restato al suo posto per quattro anni consecutivi, e, in effetti, nel 1987, dopo che da poco Cossiga era stato nominato Presidente della Repubblica, Craxi fu costretto alle dimissioni, gli fu impedito di andare alle elezioni e fu incaricato di formare un governo elettorale il senatore Fanfani. Craxi governò brillantemente. In politica estera, allargò l’Europa a Spagna, Grecia e Portogallo; fece entrare l’Italia nel G5; riaffermò con Sigonella l’importanza di un’alleanza con gli Stati Uniti basata sulla lealtà e il rispetto tra pari e riaffermò i principi collegati all’installazione degli Euro-missili, necessaria per lo schieramento missilistico antieuropeo dell’Urss; nella politica economica abbassò drasticamente l’inflazione; superò in termini macroeconomici la Gran Bretagna, portando l’Italia per la prima volta al quinto posto tra i paesi industrializzati del mondo, rilanciò il made in Italy, modernizzò l’impresa italiana; in politica interna sbaragliò definitivamente il terrorismo di sinistra, ristabilì il buon vivere nelle città e stroncò l’industria dei rapimenti.
A partire dal 1989 Consigliere speciale, con rango di vice segretario generale, del segretario delle Nazioni Unite, riuscì in quella che era diventata una chimera, mettere d’accordo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che unanimemente si espresse a favore, su un documento assai complesso che indicava diverse e modulate soluzioni all’aggravamento della crisi economica mondiale, provocata dal Debito. Ancora oggi quel pacchetto di soluzioni è di volta in volta adottato. Come Consigliere dell’Onu provvide fra l’altro alla ricostruzione del Libano (1991) a mirati interventi per la pace e lo sviluppo nei Balcani, in Medio Oriente, nel Corno d’Africa. Questo leader italiano è morto, avendo vicino solo i suoi cari, a Hammameth, essendogli stato rifiutato persino un salvacondotto per curarsi dalla malattia che lo uccise e che l’onorevole Di Pietro definì «un foruncolone». Questa «brava persona», come l’ha recentemente definito l’onorevole De Mita, è stato accusato e condannato come se fosse un ladro, essendo invece parte integrante di un sistema generale che prevedeva forme irregolari di finanziamento dei partiti. A quest’uomo che ha modernizzato l’Italia, è stato impedito di riformarla istituzionalmente.
Ricordo gli incontri delle delegazioni del Pci dopo la caduta del muro di Berlino, quando oramai era chiaro il fallimento del comunismo a Oriente e Occidente. Occhetto e Fassino chiedevano di non agevolare l’uscita dal partito dei miglioristi, che avevano come leader Napolitano, di non provocare le elezioni anticipate, promettevano in cambio un comune lavoro per la riedificazione di una sinistra democratica all’interno di un comune contenitore internazionale, l’Internazionale Socialista. Tornando da Berlino a bordo di un aereo privato sul quale erano ospitati Occhetto e Napolitano, Craxi mi chiese di parlare con Napolitano per convincere Occhetto a discutere con lui. Dopo qualche reticenza Occhetto si sedette vicino a Craxi, che iniziò a parlare. Occhetto guardava davanti a sé e non proferì parola. Fino a Roma.
La storia dell’aggressione anche fisica e non solo giudiziaria a Craxi è nota e stranota. I comunisti pensarono davvero che una spallata giudiziaria, il cambio di nome e il silenzio sugli orrori del comunismo sarebbero stati dimenticati grazie alla supposta diversità, alla superiorità etica che faceva di Greganti un ladro in proprio e dei socialisti dei ladri professionisti. Pensarono davvero che svendere l’Italia alla migliore finanza angloamericana sarebbe stato un salvacondotto per l’eternità. I fatti ci dicono invece che con Craxi si è amputata la democrazia in Italia e che il segretario socialista l’aveva vista lunga nel 1978 quando partendo da Proudhon e arrivando a Bobbio, passando per Rosselli, Gilas e Russell, aveva tracciato il profilo di una dottrina democratica, laica e pluralista, in contrapposizione con la lezione marxista e i concetti di libertà collettiva e di egemonia gramsciana. La modernità della sinistra, il tentativo di riformare l’Italia, sono valse per Craxi l’esilio e la morte. L’Italia sta, però, iniziando a capire. Dopo la scomparsa del Partito Socialista, convinto che in un futuro lontano ( dieci anni) i socialisti avrebbero ripreso il loro ruolo, nei miei soggiorni a Hammameth, Bettino mi invogliava a tenere accesa «la fiammella», come quelli del Movimento Sociale, mi diceva – proprio lui che per primo aveva sdoganato nel 1983 Almirante e il suo partito. Fiducia nei giovani e tutti gli altri a casa o a far da consiglieri, suggeriva. Così non è stato e i risultati sono sotto gli occhi di vuol vedere.
Una sola nota personale vorrei aggiungere. Io non riesco ad andare in Tunisia, perché mi si stringe il cuore. Aspetto il momento nel quale ciascuno, illuminato, incontrerà i risorti e potrò allora dire: Ciao, Bettino.


(10 gennaio 2010)

10 Commenti su “CRAXI.IL RIFORMISTA il ricordo di Beppe Scanni”

  1. luca biagini scrive:

    L’ARTICOLO DI SCANNI EVIDENZA I TRATTI, LA POLITICA DELLO STATISTA BETTINO CRAXI, LA CONDIVIDO.

  2. pasquale claps scrive:

    Solo i coglioni alla di pietro ( in piccolo perchè non merita) non possono condividere. Dimenticavo i coglioni sono due, peppino il grillino. Che schifo…………

  3. Marco scrive:

    di Gianvito Mastroleo

    I socialisti ci accingono a ricordare Craxi morto dieci ani fa, in latitanza per alcuni, in esilio per altri: sicuramente in un’ingiusta solitudine, lasciato sia di chi non ha potuto sia da coloro che hanno preferito non esserci.
    La ricorrenza si presta a molte letture, come composita è stata la sua attività politica: più che quella di statista, uno dei più illuminati nella seconda metà del secolo breve verso il rinnovamento delle Istituzioni.
    Ogni giorno se ne occupano leader politici a lui contemporanei con valutazioni serene e mai encomiastiche, tutte con pieno riconoscimento per il suo ruolo: da De Mita a Pannella, Intini e Frattini, De Michelis (Corriere) e molti altri ancora.
    Se ne sono occupati fino ad oggi studiosi di politica che lo riconobbero o l’avversarono fieramente, come Rina Gagliardi e Andrea Colombo (ALTRI di Sansonetti).
    Si è richiamato alla memoria degli italiani un’altra figura essenziale per la nascente democrazia italiana nella prima metà del secolo, come Giolitti (Ricciardi, Il Riformista).
    A Milano la Sindaco Moratti giustamente prende l’iniziativa di intitolare a Craxi una via, come le tantissime “via Giolitti” sparse nell’intero paese.
    Insomma, pur fra molti affanni si stanno predisponendo gli elementi della memoria storica di Craxi, perché in un futuro più o meno prossimo, lontani dai clamori o dai settarismi della passione politica, su Craxi e il craxismo gli Storici possano pronunciare il giudizio inesorabile (quello sì, per quanto non unanime) della Storia.
    E’ ciò cui concorre la Fondazione Di Vagno con il Convegno del 29 gennaio, per il quale, più che per la celebrazione dell’evento, ha convocato giovani studiosi di storia e socialisti-testimoni: per l’avvio di una discussione obiettiva, per quello che è possibile al “testimone”, sul ruolo di Craxi dirigente politico e statista.
    Vi sono cose di questi giorni, tuttavia, che non possono essere tollerate.
    La faziosità, le bugie, i tentativi di manipolazione, quell’insieme che non fa la Storia.
    E’ una manipolazione politica e storica l’accostamento con Berlusconi, che non giova neppure a Craxi: quando si paragonano le due figure per la persecuzione della Magistratura, ma anche per il rispettivo ruolo alla guida del Governo.
    ALLEGO QUANTO RIPORTATO DAL SITO DEL PSI PUGLIA SCRITTO DA GIANVITO MASTROLEO RAPPRESENTANTE DEL PSI BARI E PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE G. DI VAGNO.
    SALUTI

    Craxi è stato tratto a giudizio per fatti legati solo alla sua attività di dirigente politico; Berlusconi è “perseguitato” dai Giudici (ammettiamolo pure!) solo per vicende legate a presunti reati quale capo del suo impero finanziario.
    Craxi, “il cinghialone”, ha governato il Paese e diretto il suo Partito sempre nel rispetto delle regole democratiche e della Costituzione; altrettanto non può dirsi del Berlusconi che delegittima il Capo dello Stato e la Corte Costituzionale “a maggioranza di sinistra”.
    Sono menzogne autentiche quelle di Giorgio Bocca (La Repubblica, 5 gennaio) che nel rapporto con il finanziamento della politica presenta un Craxi esistito solo nella sua fantasia, con bugie raccontate (forse) dai suoi nemici interni.
    Perché sanno tutti, Bocca per primo, che le cose non andavano così: e che a Piazza Duomo 19, a via Del Corso, a via Tomacelli (gli uffici di Craxi) c’erano code interminabili di “clienti” in doppiopetto scuro, e con auto blu al seguito, per “chiedere” favori, appalti e commesse, pronti a tutto pur di violare le regole della concorrenza, più che per farsi concutere.
    Una verità nota a molti dirigenti socialisti sulla quale sarebbe ora di parlare e che la maggior parte dei Giudici e dei giustizialisti sia pur tardivamente ha riconosciuto: ma di cui nessuno parla più. Come accade in questi giorni per la vicenda Del Turco.
    E’ frutto di faziosità la “patetica” (Bobo Craxi) manifestazione di Milano capeggiata da Antonio Di Pietro che a distanza di quasi vent’anni si ostina a non voler prendere atto della sconfitta della linea sua e del suo capo Borrelli che pretendevano di rovesciare per via giudiziaria un sistema che invece è peggiorato e che non si è “purificato”.
    Sicché – più che ripercorrere la strada tra giustizialismo e legalità, fra corruttori e concussi, vittime e persecutori – oggi sarebbe necessario fare di conto di quel poco che resta del giustizialismo, anche per bocca dei suoi maggiori cantori.
    E anche di discutere, purchè senza ipocrisie e falsi moralismi, il tema del finanziamento della politica, delle differenze fra ieri e oggi: della via che prende oggi quello pubblico (che ne dice Di Pietro?) per la vita di partiti in via di estinzione, della formazione politica e dei rispettivi dirigenti.
    E, ormai storicamente, del contributo dei socialisti italiani, attraverso Craxi, alle lotte per la libertà in tutto il mondo (Grecia, Palestina, est d’Europa, Cile ecc.).
    Questi, fra gli altri, i temi che pone il decennale della scomparsa del Craxi, il grande percettore di tangenti: forse, finanche quello se sia stato giusta la sua fuga-esilio, più che se sia opportuno che a Craxi, nella sua Milano, sia intitolata una strada.
    Lasciamo la faziosità a Di Pietro e a Borrelli, i quali credono ancora di portare sulle spalle quella toga che il primo non esitò e che il secondo sarebbe stato prontissimo a deporre, in cambio di uno scranno nella politica.
    E cerchiamo di consegnare la lezione in particolare i giovani socialisti, con l’invito a loro a chiederne di più a chi non è più tale (ahinoi!), e che quei fatti conosce, anche per averli vissuti non sempre senza conseguenze personali: ma con dignità umana e politica.
    10 gennaio ’10

  4. Marco scrive:

    Marco scrive:
    11 gennaio 2010 alle 00:48
    ALLEGO QUANTO RIPORTATO DAL SITO DEL PSI PUGLIA SCRITTO DA GIANVITO MASTROLEO RAPPRESENTANTE DEL PSI BARI E PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE G. DI VAGNO.
    SALUTI

    I socialisti si accingono a ricordare Craxi morto dieci ani fa, in latitanza per alcuni, in esilio per altri: sicuramente in un’ingiusta solitudine, lasciato sia di chi non ha potuto sia da coloro che hanno preferito non esserci.
    La ricorrenza si presta a molte letture, come composita è stata la sua attività politica: più che quella di statista, uno dei più illuminati nella seconda metà del secolo breve verso il rinnovamento delle Istituzioni.
    Ogni giorno se ne occupano leader politici a lui contemporanei con valutazioni serene e mai encomiastiche, tutte con pieno riconoscimento per il suo ruolo: da De Mita a Pannella, Intini e Frattini, De Michelis (Corriere) e molti altri ancora.
    Se ne sono occupati fino ad oggi studiosi di politica che lo riconobbero o l’avversarono fieramente, come Rina Gagliardi e Andrea Colombo (ALTRI di Sansonetti).
    Si è richiamato alla memoria degli italiani un’altra figura essenziale per la nascente democrazia italiana nella prima metà del secolo, come Giolitti (Ricciardi, Il Riformista).
    A Milano la Sindaco Moratti giustamente prende l’iniziativa di intitolare a Craxi una via, come le tantissime “via Giolitti” sparse nell’intero paese.
    Insomma, pur fra molti affanni si stanno predisponendo gli elementi della memoria storica di Craxi, perché in un futuro più o meno prossimo, lontani dai clamori o dai settarismi della passione politica, su Craxi e il craxismo gli Storici possano pronunciare il giudizio inesorabile (quello sì, per quanto non unanime) della Storia.
    E’ ciò cui concorre la Fondazione Di Vagno con il Convegno del 29 gennaio, per il quale, più che per la celebrazione dell’evento, ha convocato giovani studiosi di storia e socialisti-testimoni: per l’avvio di una discussione obiettiva, per quello che è possibile al “testimone”, sul ruolo di Craxi dirigente politico e statista.
    Vi sono cose di questi giorni, tuttavia, che non possono essere tollerate.
    La faziosità, le bugie, i tentativi di manipolazione, quell’insieme che non fa la Storia.
    E’ una manipolazione politica e storica l’accostamento con Berlusconi, che non giova neppure a Craxi: quando si paragonano le due figure per la persecuzione della Magistratura, ma anche per il rispettivo ruolo alla guida del Governo.
    Craxi è stato tratto a giudizio per fatti legati solo alla sua attività di dirigente politico; Berlusconi è “perseguitato” dai Giudici (ammettiamolo pure!) solo per vicende legate a presunti reati quale capo del suo impero finanziario.
    Craxi, “il cinghialone”, ha governato il Paese e diretto il suo Partito sempre nel rispetto delle regole democratiche e della Costituzione; altrettanto non può dirsi del Berlusconi che delegittima il Capo dello Stato e la Corte Costituzionale “a maggioranza di sinistra”.
    Sono menzogne autentiche quelle di Giorgio Bocca (La Repubblica, 5 gennaio) che nel rapporto con il finanziamento della politica presenta un Craxi esistito solo nella sua fantasia, con bugie raccontate (forse) dai suoi nemici interni.
    Perché sanno tutti, Bocca per primo, che le cose non andavano così: e che a Piazza Duomo 19, a via Del Corso, a via Tomacelli (gli uffici di Craxi) c’erano code interminabili di “clienti” in doppiopetto scuro, e con auto blu al seguito, per “chiedere” favori, appalti e commesse, pronti a tutto pur di violare le regole della concorrenza, più che per farsi concutere.
    Una verità nota a molti dirigenti socialisti sulla quale sarebbe ora di parlare e che la maggior parte dei Giudici e dei giustizialisti sia pur tardivamente ha riconosciuto: ma di cui nessuno parla più. Come accade in questi giorni per la vicenda Del Turco.
    E’ frutto di faziosità la “patetica” (Bobo Craxi) manifestazione di Milano capeggiata da Antonio Di Pietro che a distanza di quasi vent’anni si ostina a non voler prendere atto della sconfitta della linea sua e del suo capo Borrelli che pretendevano di rovesciare per via giudiziaria un sistema che invece è peggiorato e che non si è “purificato”.
    Sicché – più che ripercorrere la strada tra giustizialismo e legalità, fra corruttori e concussi, vittime e persecutori – oggi sarebbe necessario fare di conto di quel poco che resta del giustizialismo, anche per bocca dei suoi maggiori cantori.
    E anche di discutere, purchè senza ipocrisie e falsi moralismi, il tema del finanziamento della politica, delle differenze fra ieri e oggi: della via che prende oggi quello pubblico (che ne dice Di Pietro?) per la vita di partiti in via di estinzione, della formazione politica e dei rispettivi dirigenti.
    E, ormai storicamente, del contributo dei socialisti italiani, attraverso Craxi, alle lotte per la libertà in tutto il mondo (Grecia, Palestina, est d’Europa, Cile ecc.).
    Questi, fra gli altri, i temi che pone il decennale della scomparsa del Craxi, il grande percettore di tangenti: forse, finanche quello se sia stato giusta la sua fuga-esilio, più che se sia opportuno che a Craxi, nella sua Milano, sia intitolata una strada.
    Lasciamo la faziosità a Di Pietro e a Borrelli, i quali credono ancora di portare sulle spalle quella toga che il primo non esitò e che il secondo sarebbe stato prontissimo a deporre, in cambio di uno scranno nella politica.
    E cerchiamo di consegnare la lezione in particolare i giovani socialisti, con l’invito a loro a chiederne di più a chi non è più tale (ahinoi!), e che quei fatti conosce, anche per averli vissuti non sempre senza conseguenze personali: ma con dignità umana e politica.
    10 gennaio ’10

  5. marcellogurnari scrive:

    …torno a ribadire quello che ho scritto alcuni giorni fa: perchè di pietro, quel paladino della giustizia, non è rimasto a indossare la toga in difesa di noi cittadini contro una politica immorale e corrotta? la mia considerazione è: o di pietro non è efficace in politica come lo era in magistratura o fa parte anche lui di quel sistema impuro, stando poggiato su quel piedistallo giustizialista e forcaiolo cui lo hanno poggiato i comunisti di allora.

  6. Marco scrive:

    marcello.. hai scoperto l’acqua calda….

  7. cardono scrive:

    Il vuoto che ha lasciato sia nella politica sia nel cuore dei suoi cari a distanza di tanto tempo è incolmabile

  8. GIULIO ROSI scrive:

    Condivido quanto scrive Beppe Scanni. Un saluto.Giulio Rosi

  9. Francesco Vincenzi scrive:

    Per Marco che scrive: “E’ una manipolazione politica e storica l’accostamento con Berlusconi, che non giova neppure a Craxi: quando si paragonano le due figure per la persecuzione della Magistratura, ma anche per il rispettivo ruolo alla guida del Governo”.

    certamente è questa una manipolazione… ma è INCONFUTABILE il rapporto disinvolto e pieno di errori gravissimi e irreparabili fra Craxi e Berlusconi. INCONFUTABILE. Come è inconfutabile l’accanimento della magistratura verso il nostro partito di allora. Sono socialista da sempre e tale resterò pur non essendo mai stato craxiano. Del resto ridurre tutta la storia politica ad un quindicennio è ridicolo. Craxi, per me socialista lombardiano e manciniano, è stato luci ed ombre ma in ogni caso uno STATISTA. E’ proprio per questo non doveva assolutamente sottrarsi al corso della giustizia che lo avrebbe certamente assolto. Il capo del governo non rifiuta il giudizio delle leggi dello Stato che rappresenta, quand’anche il verdetto potrebbe essere severo e ritenuto iniquo. Lo sappiamo dai tempi di Socrate. Berlusconi è una vergogna alimentata da tanti cortigiani formatisi, ahime, nella cultura socialista: peccato imperdonabile e deprecabile. come è imperdonabile questa immagine a cui vi rimando e che non è una manipolazione, purtroppo:

    http://www.inviatospeciale.com/wp-content/uploads/2009/06/craxi_berlusconi.jpg

  10. Franco Marta scrive:

    I poteri forti, i nipoti di Togliatti ed i giustizialisti hanno abbattuto negli anni 90 le istituzioni demicratiche. I lanciatori di monetine sfogarono la ferocia contro Bettino ed il “sommo” Di Pietro, divenne l’eroe nazionale, naturalmente il golp mediatico e giudiziario fu appoggiato dal Papa Scalfari e dai suoi repubblicones. Oggi le istituzioni sono di nuovo attaccate, dagli stessi di ieri e di nuovo si tenta di intimidire il Parlamento, per via giudiziaria e di nuovo le monetine vengono lanciate contro il Parlamento ed il governo. Gli obiettivi dei lanci non sono di certo le stesse persone “arcinemiche”, ma i personaggi che fanno violenza a quelle istituzioni che non riescono a conquistare col voto popolare, sono sempre i repubblicones, i forcaiole e le false sinistre. Purtroppo, però c’è chi ancora chiude gli occhi e non solo lascia fare, ma collabora con i portatori della violenza e del vituoperio. Fraterni saluti.FRANCO MARTA

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