DIECI ANNI DOPO CRAXI..

DIECI ANNI DOPO CRAXI..

Bettino Craxi moriva 10 anni fa in terra straniera, dove si rifugiò perseguitato dalla magistratura, per aver infranto la legge sul finanziamento dei partiti. Per non dargli pace e per aggravarlo di più di reati di un certo peso, Mani pulite lo incolpò anche di corruzione nonché di concussione. Le condanne subite attraverso processi che gridano vendetta al cospetto di Dio. Due di queste la Corte di Strasburgo le ha dichiarate illegittime. Nei suoi confronti ci fu un violento accanimento sia della magistratura inquirente sia di quella giudicate. Di fronte a ciò,scelse di rifugiarsi in quel Hammamet, laddove è sepolto.

Il personaggio era tale che non avrebbe mai accettato di essere umiliato e sbattuto in carcere, con tutte le conseguenze del caso. Per lui la libertà era sacra e il suo spirito “garibaldino” avrebbe sofferto maledettamente,in quello stato di recluso. Non a caso, sulla sua tomba c’è l’epitaffio:” La mia libertà equivale alla mia vita”.   

Nel dibattito parlamentare in corso,la maggioranza  accusa i magistrati del fatto che fanno durare i processi oltre i dieci anni, e, quindi, propone il provvedimento per il  processo breve, ma per Craxi i processi ebbero la durata brevissima, un amen.

I giudici vollero condannarlo a tamburo battente,per metterlo in piena Tangentopoli al ludibrio pubblico. A questo punto viene il dubbio che ci stata un passa parola sia per le inchieste sia per i processi, in modo da velocizzarle.

Molti fatti sono ancora inspiegabili tra cui il ruolo giocato da Antonio Di Pietro, allora Pm oggi leader politico a tempo pieno, grazie a Massimo D’Alema e Romano Prodi che lo vollero prima Ministro e poi eletto al collegio senatoriale del Mugello. Di certo, senza il sostegno dei mass media Di Pietro e il pool di Mani pulite non avrebbero avuto il successo riportato. Commentò Craxi: “Di fronte al golpe- post moderno che prevede l’alleanza fra clan giudiziari e clan giornalistici non c’è nulla da fare”.

Per alzare la tensione popolare su Tangentopoli, le inchieste erano pubblicate in anteprima assoluta sulla stampa che ampliava e amplificava i fatti e misfatti. Per colpe vere o presunte i parlamentari furono falcidiati dagli avvisi di garanzia. Sicché, il Parlamento fu pieno di indagati e anche per questo motivo fu sciolto e si andò al voto. Per dovere di cronaca, i parlamentari -indagati furono nella stragrande maggioranza assolti.

In quel clima, crollò la Prima repubblica e nacque la Seconda, su fondamenta costruite sulla mistificazione. E tal proposito, Craxi profetizzò:” Se la Seconda repubblica si costruisce sulla menzogna franerà”. A ben vedere, è stato un facile profeta, per quello che si vede in giro. Finché delle riforme si parla e non si fanno la democrazia soffre, essendo arrivata al capolinea. Di riforme si parla dal lontano 1978, quando Craxi lanciò la Grande riforma, ma  trovò l’ostilità del Pci e della Dc e il progetto naufragò. Oggi, la destra e la sinistra, invece, sono d’accordo, ma non riescono a varare un ette.

Craxi non riuscì a imporre la Grande riforma, perché guidava un partito medio tra i due colossi, Dc e Pci, che dettavano legge. Vero è che il  Psi era un partito piccolo tra i grandi e grande tra in piccoli. Per la sua condizione elettorale, non aveva il potere per condizionare i partner di governo e men che meno l’opposizione. A quei tempi, oltretutto,parlare di riforma Costituzionale era una bestemmia. 

A pensarci bene, è stato un miracolo che, contemporaneamente, il Psi ebbe al Colle, Sandro Pertini, e a Palazzo Chigi, Bettino Craxi. Entrambi sono entrati nella storia: il Presidente partigiano per come riuscì a dare lustro e decoro alla carica che ricopriva, il Presidente in blu jeans per come governò.

Detto questo, non possiamo ridurre il caso C solo e soltanto al suo epilogo giudiziario, senza mettere in evidenza il contesto nazionale e internazionale in cui operò Craxi.

In fondo, fu un irregolare nella vita e nel governare. Politicamente un anticonformista. Culturalmente, un antiborghese per eccellenza.

 

IL RICORDO DI BIAGIO

IL RICORDO DI BIAGIO

La redazione de L’Avanti!  telefonò, nel pomeriggio inoltrato,-probabilmente tra le ore 18 e 18,30 –, per informarmi della morte di Bettino, restai attonito e dopo pochi secondi telefonai a Paolo Pillitteri per avere conferma, il quale mi disse che l’avevano “ammazzato”.

Avevamo seguito giorno dopo giorno il suo stato di salute, ma non stava nei nostri pensieri che venisse a mancare d’improvviso quel “Socialista garibaldino” esule in Africa. 

I vincitori, – che altro non erano che i vinti della storia -, non avevano voluto che venisse da uomo libero, in Italia, per curarsi. Probabilmente, si sarebbe salvato, ma loro lo volevano morto. Quelli che l’hanno “giustiziato” sono personaggi che non conoscono la pietà e lo stanno dimostrando in questi giorni, che non la conoscono. Quello che gli è stato fatto non è degno di un paese civile e grida vendetta al cospetto di Dio.  

Gli italiani, nel corso della storia, non che si siano sempre comportati come recita la vulgata ipocrita:” Italiani brava gente”, basterebbe solamente leggere la storia delle nostre guerre coloniali, per vergognarci. O, ricordarsi, del misfatto barbaro di Piazzale Loreto.  

Con L’Avanti!, conducemmo battaglie, molte delle quali suggerite da Bettino, ma mai riprese dalla stampa di regime e nemmeno da coloro che ci consideravano loro amici. Tant’è che il quotidiano socialista lanciò la costituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta su Tangentopoli, ma nessuno mai si fece carico. Non ci aspettavano che l’iniziativa partisse dai nostri “carnefici”, ma almeno quel partito a cui i socialisti votavano a mani basse qualche segnale in questo senso l’avrebbe potuto dare. Macché. Leggi ad personam, sempre, battaglie politiche di verità, mai. Alla luce dei fallimenti delle commissioni su Telekom Serbia e sul caso Mitrokhin è stato meglio che non si sia costituita. E’ come voler cavare sangue dalle rape.    

 Chi aveva voluto a tutti costi che ci fosse almeno una pagina socialista, -come del resto era in origine e poi passò a quattro -, per condurre battaglie di controinformazione e campagne di verità, fu Bettino e fu lui a voler che Paolo Pillitteri ed io scrivessimo sul quotidiano.

Lavoravo come editorialista della testata socialista rivisitata, dopo la scomparsa della storico quotidiano il cui nome si ispirò all’omonimo periodico della socialdemocrazia tedesca. Tra quello storico e quello a cui lavoravo gratis ogni giorno, con il sole e con la pioggia, e avevo contribuito a farlo uscire in edicola assieme a un manipolo di collaboratori, stava in una”L”: in quello originale non c’era la consonante nella nuova veste editoriale sì, con questo escamotage abbiamo potuto pubblicarlo, così da poter dire la nostra, quando, in Italia, i mass media erano tanto antisocialisti e anticraxiani alla morte quanto conformisti al nuovo regime, nato dopo il crollo della Prima repubblica.

L’ultima volta che potei avere notizie dirette su Bettino, fu quando fallì la breve esperienza del “Trifoglio”: una piccola coalizione il cui ispiratore fu Francesco Cossiga e di cui facevano parte i Repubblicani di Giorgio La Malfa e lo Sdi di Enrico Boselli. Non si capacitava di quanto era accaduto: Boselli aveva fatto dietrofront, sciogliendola di fatto per imbarcarsi in una alleanza con i post comunisti Ds. In quella esperienza autonoma, rispetto ai due poli egemoni, l’Ulivo e la Casa delle libertà, ci credeva e il suo naufragio, per colpa dei socialisti, l’aveva messo di malumore, per cui fui invitato a scrivere un pezzo contro la politica di sabotaggio di Enrico Boselli. 

D’allora non l’ho avuto più notizie dirette, epperò, ero al corrente del suo stato di salute e di quello che gli passava, politicamente, per la testa. I giudizi sulla politica italiana erano severi e molto più severi sulla politica estera. Non parliamo della sua ostilità sui bombardamenti clintoniani sull’Irak e sulla “guerra umanitaria” dalemiana combattuta nel Kosovo. 

Prima che morisse Serenella, la sua segretaria dei tempi belli e tristi, ricevevo, suo tramite, lunghi fax, – che per mia negligenza si sono sfocati e, quindi, non più leggibili -, in cui c’erano le sue considerazioni politiche del momento, insomma, mi dettava la linea e io partivo da questa per scrivere i mie articoli. Era il mio maestro e suggeritore politico. Adesso mi mancano i sui fax e, innanzitutto,  mi manca lui come uomo e come politico.

Il suo stato maggiore si è sciolto nella diaspora e ognuno dei componenti ha preso la propria via: quella politica si intende. Alcuni di noi, tra cui il sottoscritto, ce l’hanno messa tutta per costituire un Partito socialista degno di questo nome, senza successo, però. Disgraziatamente, tutti i tentativi hanno fatto flop. Al peggio non c’è mai fine.

Alla domanda che, tristemente, si poneva: “Chi mi difenderà quando non ci sarò più?”, possiamo rispondere che la sua figura di politico e di statista sta crescendo a dispetto di coloro che tentano di gettargli fango.

Il decennale della sua morte è la prova.