L’assalto alle ambasciate occidentali a colpi di pietre che ha coinvolto a teheran anche la rappresentanza Italiana appare un segnale inquietante che segnala il clima di tensione che sta nuovamente scuotendo l’Iran giusto a pochi giorni dal 31° anniversario della Rivoluzione Islamica che si terrà l’11 febbraio prossimo.
Le manifestazioni che vedranno coinvolte sia il movimento di opposizione guidato da Moussavi e il Governo guidato da Ahmadinejad sostenuto dalla Guida suprema Ali Khamenei saranno un ulteriore episodio dell’instabilità politica che regna nella teocrazia persiana e che coinvolge inevitabilmente l’intera area medio-orientale in un nuovo processo di destabilizzazione dagli esiti imprevedibili.
L’Occidente ne è direttamente coinvolto dal momento in cui il regime Iraniano sostiene apertamente che le grandi potenze straniere foraggiano la propria opposizione interna , anzi che quest’ultima è il braccio politico degli interessi internazionali in Iran.
Gli sviluppi sono naturalmente imprevedibili data la natura assai complessa della frattura sociale che si è aperta in Iran che coinvolge strati larghi della popolazione , in particolare i settori più colti e borghesi , che mostrano l’aperta sofferenza nei confronti della stretta politica e democratica sviluppata da Ahmadinejad difeso dalle guide religiose.
L’Italia , che si era negli anni del conflitto iracheno ritagliata uno spazio al di fuori del contenzioso con l’Iran rimanendo al di fuori del negoziato sul nucleare ( il famoso 5+1), si è ritrovata nuovamente al centro della insurrezione dei fanatici islamici ( era già accaduto anni orsono a Benghazi in Libia) offesi per le parole di fuoco pronunciate dal premier Berlusconi al parlamento Israeliano.
E’ evidente che il nostro territorio non può essere considerato un obiettivo sensibile sul piano militare , ma i nostri interessi nella repubblica Iraniana di tipo economico certamente si, così come sarà possibile che una eventuale rappresaglia di tipo dimostrativa possa essere effettuata dalla filiale Libanese della Rivoluzione Islamica rappresentata dal Movimento Hizbollah nei confronti della nostra presenza di interposizione militare ai confini con Israele.
Mentre nei confronti del terrorismo cieco di Al Qaeda e contro i deliri di bin
Laden si rese necessaria adottare una linea politica e diplomatica dalla quale non trasparisse alcun cedimento nei confronti del fanatismo religioso da parte dell’occidente, oggi questa linea “ dura” anziché avvantaggiare e spingere le opposizioni democratiche verso il rovesciamento del quadro politico interno rischia di indebolirle e di renderle il primo obiettivo della repressione teocratica.
Le parole in politica sono pietre e , per amore della verità , va detto che la prima pietra contro l’Iran l’ha scagliata il Capo del Governo Italiano probabilmente sottovalutando le probabili e possibile conseguenze.
(10 febbraio 2010)

caro Bobo, chi è cresciuto in un’altra (e migliore) temperie politica stenta a comprendere gli esponenti politici che aprono bocca e danno fiato. Specie in politica estera. Berlusconi, il “capo” del governo italiano, ha parlato alla Knesset, ma le sue parole erano dirette esclusivamente agli italiani, non avendo egli il minimo interesse per la politica estera, se non come strumento di consenso in Italia. Normale quindi che non abbia minimamente valutato l’impatto delle sue parole.
L’abitudine a calibrare minutamente le dichiarazioni e i discorsi, che pure la ricchezza della nostra lingua consentirebbe facilmente, è purtroppo andata perduta. E non sarà facile riconquistarla.
CONCORDO CON CIO’ ESAURIENTEMENTE AFFERMATO DA BOBO CRAXI.