A renderla tristemente famoso, invece, sono soldi incassati e non spariti. I famosi 200 milioni. Da dove iniziamo, Patelli?
«Dal ’91, quando provo a organizzare una serie di attività e associazioni alternative che permettano di accedere ai finanziamenti e poi distribuirli sul territorio: mi riferisco alll’Aclis (Associazione culturale leghe italiane sportive), al Cicos (l’organismo che doveva procacciare affari all’ estero per i grandi gruppi). Vado in Croazia e a Mosca dove firmo due accordi. Il trucco è che poi i proventi e le consulenze ottenute da queste attività possono essere girate legalmente al partito».
Tra i grandi gruppi, c’è anche Enimont. Quando il primo incontro?
«Nel ’91, con Marcello Portesi. Loro vogliono conoscere il pianeta Lega. Spiego quello che facciamo, programmi e attività. Mi chiedono un progetto scritto e dopo due mesi mi ripresento: possono darci sostegno per Aclis, Cicos e Publinord».
Quante volte vi incontrate in tutto?
«Quattro e l’ultima volta ci sono anche Bossi e per la prima volta Sama. Ma non si parla mai di soldi e cifre. E non chiediamo nessun finanziamento illecito. Anche perché non abbiamo bisogno di denaro in quel momento. Sa perché?».
Lo spieghi lei.
«C’è la campagna elettorale e facciamo due conti. Servirà più o meno un miliardo. I finanziamenti statali sono di 160 milioni. Non bastano. Allora vado dal direttore della Bnl di Varese per il prestito di un miliardo. Mi guarda: “Garanzie?”. “Sono proprietario di un immobile che vale 1 miliardo e 800 milioni, una cascina a Zanica”. Resta sorpreso, mi credeva uno sprovveduto. Si fida e così abbiamo i soldi, senza bisogno di chiedere delibere alla Lega o firme a Bossi».
Torniamo ai 200 milioni. In piena campagna elettorale lei riceve una telefonata da Portesi. Appuntamento a Roma, bar Doney in via Veneto.
«Non so nemmeno dove sia. Il tassista mi porta all’albergo vicino, non al bar. Alla reception chiedo di Portesi. Non risulta. Esco e lo trovo fuori, non dice nulla e mi dà un pacchetto».
Scusi, lei riceve un pacco e che pensa?
«Che sia un anticipo per la consulenza. Poca roba».
Bossi sapeva?
«Non posso rispondere».
Lei ha in mano il pacchetto e che fa?
«Vado nel panico, mai visti tanti soldi insieme. Sull’aereo, poi, realizzo che sono fregato perché ho in mano denaro che scotta ed è impossibile da gestire e da sistemare. Non posso dichiararlo senza sapere per quale attività mi è stato dato. Arrivato a Milano, decido di nascondere questi 200 milioni in sede, che per assurdo è il posto più sicuro».
Dopo qualche giorno, però, quei soldi le vengono rubati.
«La correggo. Mi vengono distratti. La differenza è sottile, ma importante».
Dal dizionario Zingarelli. Distrarre: “sottrarre e utilizzare qualcosa per per scopi diversi dal previsto”.
«Appunto».
In quanti sapevate di quella somma?
«In due».
Lei e Bossi?
«Non glielo posso dire. Lo deduca lei».
Come scoprite il furto?
«Bossi è a un comizio a Cremona. A tarda notte rientra in sede la Pivetti e trova tutto sottosopra. Chiama Bossi, che dopo pochi minuti, stranamente, è già lì. I ladri avevano cercato il denaro solo nei tre punti precisi dei miei tre uffici in cui sarebbe potuto essere…».
Al processo lei dichiara che sono spariti 150 milioni. Scusi, e gli altri 50?
«Vengono utilizzati per il partito. Con regolari fatture».
Ai carabinieri però denuncia il furto di soli 15 milioni.
«Come avrei potuto giustificare così tanti soldi non registrati?».
Patelli, ma in quegli anni come funziona il finanziamento ai partiti? È così necessario cercare sostegno altrove?
«Inevitabile, impossibile farne a meno. Anche la Lega in quel momento è costretta a far fronte ad aiuti, non può viverne senza. Non c’è partito che non va avanti se non in questo modo. Non si è mai chiesto perché Bossi mi sostituisce da responsabile amministrativo solo ad agosto, e non subito dopo il fattaccio dei 200 milioni?».
Perché?
«Nel frattempo la Lega ha 80 parlamentari, che portano entrate. E non c’è più bisogno di chiedere il sostegno ad altri al di fuori del gruppo…».
C’è un grande giro di soldi intorno a voi?
«La Lega fa gola. In quegli anni potrei diventare ricchissimo, se lo volessi. C’è gente disposta a pagare 2 o 3 miliardi per farsi candidare con noi. E io riceverei il 20 per cento. Ma, d’accordo con Bossi, rifiutiamo sempre. E poi, se solo raccontassi dei cambi di governo fino al ‘94…».
Non si dicono le cose a metà. Forza.
«C’era sempre chi veniva a perorare la propria causa per avere ministeri anche non della Lega. Gente che poi ha fatto il primo ministro per altri partiti…».
Tipo Prodi?
«Nessun nome».
Nel frattempo, il 17 febbraio 1992, scatta Mani Pulite.
«Guardi, c’è un aspetto che va preso in considerazione. La settimana prima dell’arresto di Chiesa so per certo che Di Pietro ha due incontri eccellenti».
Scusi, come lo sa. C’era?
«No, ma in quel momento siamo informati: intellettuali e Vip di ogni settore ci vedono con interesse e ci aggiornano».
E con chi si incontrerebbe Di Pietro?
«Lo chieda a lui. A me risulta Cossiga, presidente della Repubblica, e Andreotti, presidente del consiglio. Un modo, secondo me, per ottenere l’ok e partire con l’obiettivo di far fuori il Psi e i partiti. E…».
…e?
«Da chi crede abbia ricevuto i documenti Di Pietro? Pensa che li abbia trovati da solo? In quel periodo andò negli Usa, facile immaginare che i servizi segreti…».
Patelli, restiamo a Mani Pulite. Che ne pensa a distanza di quasi 20 anni?
«Non ha cambiato niente. Ha distrutto il sistema per non crearne un altro. Il vecchio sistema prendeva i soldi e li riciclava. Ora i soldi se li tengono per sé».
Lei viene arrestato il 7 dicembre ’93, un anno e mezzo dopo aver preso i 200 milioni.
«Mesi infernali. Pian piano vengono arrestati tutti i responsabili amministrativi degli altri partiti, manco solo io. Non dormo di notte, sto malissimo».
Finché…
«Una mattina sto andando a pranzo a Tavernola, provincia di Bergamo. Mi telefonano, dicono che devo presentarmi in Questura e penso che ci siano problemi perché sto organizzando il congresso nazionale di Assago. Giro la macchina e faccio l’autostrada a 180 all’ora. Senza sapere che invece corro verso la galera».
Già, raccontiamo.
«Sto dentro per un giorno e mezzo. Sono tranquillo, perché quel momento nella mia testa l’ho già immaginato e vissuto mille volte. Lo psicologo si preoccupa, mi incontra tre volte: “La vedo troppo calmo. Non è che combina qualcosa?”».
A San Vittore come la accolgono?
«Vengo mandato per 4 ore in isolamento nei sotterranei. Poi mi fanno salire in cella e ricevo il dono degli altri carcerati».
In che senso? Insulti?
«No, un benvenuto vero! Chi mi regala un pane, chi una Simmenthal. Io penso al peggio, cerco di capire come potrò fare a lavorare perché sono convinto che starò recluso tanto, tantissimo».
Invece esce subito. Arresti domiciliari.
«Di Pietro mi viene a interrogare in carcere. Appena mi vede, si lascia scappare: “Questo qui non può aver tenuto i soldi per sé, non ha il maglione di cachemire“. Poi cerca di farmi dire che Bossi sapeva tutto, prova a farmi scaricare le colpe sul Senatùr. Ma non riesce nell’intento».
E perché la manda a casa?
«Gli racconto tutto come sto raccontando a lei. É soddisfatto».
Patelli, secondo lei Di Pietro come viene a sapere di quel denaro?
«Una soffiata di qualcuno in area Lega. La sua domanda a Sama, durante il processo, è diretta, di uno che già sa tutto».
Scusi, ma dei 200 milioni non sapevate solo lei e Bossi?
«Sì, ma Bossi era un po’ chiacchierone. Alle cene con gli imprenditori, a fine serata, faceva il giro con il cappello per portare a casa soldi. E a volte si lasciava scappare qualche parola di troppo».
C’è qualcosa che lei, ancora, non ha capito di quella vicenda?
«Mi piacerebbe incontrare Cusani e fargli qualche domanda. Perché mi ha fatto dare quei soldi? Nessuno li aveva richiesti. Li dava a tutti ed era un modo per fregarci? Oppure qualcuno ci voleva ricattare?».
Torniamo all’arresto. Caos. Lega sotto accusa. E Bossi la soprannomina il “pirla”.
«No, errore. Al congresso di Assago racconto tutto e sono io a darmi del pirla! L’idea, però, la rubo a Feltri, che il giorno prima, nell’editoriale sull’Indipendente, mi definisce così. Intendendolo alla bergamasca, però, cioè sempliciotto».
Patelli il pirla. Ma non c’era proprio modo di evitare il coinvolgimento della Lega?
«L’errore è stato non provare a staccarsi dal processo Enimont. Sarebbe bastato farmi eleggere al parlamento europeo. Poi, nell’anno e mezzo passato tra la mazzetta e il mio arresto, sarebbe bastato inserire quei soldi sul bilancio: voci vuote ce ne erano. Invece…».
Lei viene condannato a 8 mesi. Nel frattempo, però, continua a lavorare. Sempre con un ruolo importante.
«Nel ’94 partecipo agli incontri tra Bossi e Berlusconi per la famosa alleanza».
Un aneddoto su Berlusconi?
«La domenica arrivo ad Arcore e mi accoglie il Cavaliere in giardino, in tenuta sportiva. Lo provoco: “Ma come, alla sua età si mette ancora a correre?”. Silvio mi guarda con sfida: “Cribbio, ma lei sa che io faccio i 100 metri in 12 secondi?”. Rido. Lui si gira e parte: giro del giardino di scatto come dimostrazione. Sa perché in quel momento è stato al gioco con uno come me?».
Perché?
«Noi della Lega piacevamo e lui aveva il contatto con la gente, percepiva ciò che le persone comuni e gli imprenditori volevano in quel momento. Ora non è più così. Adesso siamo in una sorta di dittatura democratica, con Berlusconi da una parte e il “Roberspierre Di Pietro” dall’altra».
Un aneddoto di Bossi?
«Il giovedì prima della presentazione delle liste siamo al tavolo io e lui, a un passo dall’accordo con Berlusconi. Ad un certo punto ci comunicano l’ennesima sostituzione tra i loro candidati e Bossi si arrabbia. E decide di far saltare tutto. Poi ci ripensa. Non avesse cambiato idea, chissà, la storia politica italiana sarebbe completamente diversa».
Nel ’96 i rapporti con la Lega si incrinano.
«Mi fanno pagare il fatto che sono stato per anni l’uomo di Bossi. Mi sospendono per 6 mesi per una banalità e poi mi complicano la vita, impedendomi di utilizzare qualsiasi strumento del partito. Scrivo a Bossi: “Se le cose non cambiano, esco dal gruppo”. Bossi mette la pratica nelle mani di Calderoli e non ho alcuna risposta. Come dire: non c’è la volontà di fare qualcosa».
Patelli, ultime domande veloci. 1) Il politico più bravo?
«Bossi perché è un animale politico. Craxi per coerenza: ha avuto il coraggio di dire cose che tutti sapevano e facevano, ma non avevano il coraggio di ammettere».
2) Un politico sottovalutato e uno sopravvalutato.
«Leoni e Di Pietro».
3) Il più simpatico e il più antipatico.
«Grillo e D’Alema».
