Correva l’anno 1993, la Prima repubblica stava terremotando, con epicentro la Procura di Milano. Questa aveva iniziato, attraverso le sue inchieste giudiziarie, incentrate in particolare attorno al finanziamento illecito dei partiti , a spazzar via la classe politica di maggioranza e il sistema dei partiti.
A distanza di anni, per l’esattezza diciotto, grazie a Francesco Cossiga, la cui autorevolezza sui misteri italiani è fuori discussione, abbiamo saputo che l’Fbi e i poteri forti economico – imprenditoriali diedero una mano al pool di Mani Pulite nonché la Cia si oppose che Bettino Craxi andasse alla Presidenza del consiglio.
La Prima repubblica iniziò a terremotare con l’uccisione di Salvo Lima e poi con le violente scosse di Capaci e di Via D’Amelio.
Vale la pena ricordare che Giovanni Falcone aveva indagato sul rapporto Affari & politica in Sicilia, dove erano compromessi con la mafia tutti i gruppi imprenditoriali del Nord, escluso quello che faceva capo a Silvio Berlusconi. Diciamo questo, non per fare il Ghedini della situazione, ma ad onor del vero.
A nostro modesto parere, fu una delle tante scintille per cui scoppiò Tangentopoli, e che, probabilmente, portò alla morte Borsellino.
Lo scopo della strage di Via D’Amelio non fu quello che volevano impossessarsi dell’agenda rossa, che, tralaltro, non era neppure nella borsa lasciata in macchina, in quel drammatico giorno, ma, forse, perché Borsellino disse che la mafia era entrata in Piazza Affari, in due interviste esclusive. Falcone e Borsellino era due gocce d’acqua e questi non poteva non sapere dell’inchiesta Affari & politica e, quindi, “l’aggregato economico imprenditoriale politico” di cui parla Grasso, non aveva alcuna voglia di essere scoperto con le mani nel sacco mafioso.
E’ una versione non campata tanto in aria, visto che di quell’inchiesta non si è saputo molto, anzi quasi niente, tuttavia, ha avuto, trascorso più di un ventennio, in questo mese, un’appendice giudiziaria, il caso Calcestruzzi. Prima in mano alla famiglia Ferruzzi – Gardini, ora alla Italcementi dei Pesenti, ma sempre oggetto dei desideri della Mafia.
Comunque sia, Falcone, stando al Ministero di Grazie e giustizia, con Claudio Martelli, stava indagando con i magistrati di Mosca sull’intreccio tra Mafia siciliana e quella russa, composta da ex agenti Kgb, e su una montagna di rubli, a seguito del crollo dell’Urss, che questi volevano spostare in Italia.
Non è che vogliamo fare di tutta un’erba un fascio, ma ci affidiamo alla narrazione di quei terribili avvenimenti, per capire meglio il contesto del 1993.
Carlo Azeglio Ciampi, Presidente emerito della repubblica, ha ricordato quell’anno e la notte del 27 luglio, notte di bombe in cui si sfiorò, a suo avviso, il golpe.
Bombe mafiose colpirono San Giorgio al Velambro e, strano a dirsi, Palazzo Chigi restò isolato dal resto del mondo, per via dell’interruzione delle comunicazioni. Tuttavia, gli attentati tra il ’92 e il ’93, a Roma, Firenze e Milano, non furono farina solo del sacco mafioso ma ci fu l’entrata in gioco di una “Entità esterna”, il cosiddetto “Antistato,” per aiutare, forse, la formazione di una nuova “Entità politica”, “che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani pulite”. Ciampi non si avventura a dichiarare che tutto ciò servì a spianare la strada alla costituzione di Forza Italia, come, invece, fa il giornalista che lo intervista, Massimo Giannini(La Repubblica).
A dire il vero, ci sorprende che il presidente Ciampi, persona così misurata e di buon senso, parli solo ora di questi fatti e non lo fece quando aveva un potere di permettersi il lusso di investire direttamente il Parlamento e il Csm, avendo ricoperto le cariche di Presidente del consiglio prima e di Presidente della repubblica, successivamente.
E, comunque, Ciampi,quando ha potuto e voluto, è stato tosto. Nel libro Dietro le quinte, Geronimo, Paolo Cirino Pomicino, lo accusa come il capo della congiura antidemocristiana nonché delle svendite dei gioielli di Stato( sistema Ppss di cui facevano parte le tre Bin e gli enti pubblici).
All’epoca della stagione stragista, fummo, e siamo, convinti, al contrario di Ciampi, che le bombe servirono come catalizzatore, ovverosia per accelerare il crollo della Prima repubblica sulla scia della rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite, altrimenti non si spiegherebbero l’uccisione di Lima e gli attentati a Falcone e Borsellino.
In proposito, Bettino Craxi fu il primo a dire che aveva la sensazione che una “manona” esterna stava tentando di destabilizzare la democrazia italiana. Il ragionamento di Bettino è stato ripreso, in questi giorni, dal figlio Bobo: “Le bombe, per chi si ricorda bene, furono di intimidazione perché il Parlamento “degli inquisiti” stava avviando una timida resistenza e i suicidi di Cagliari e Gardini gettarono una luce sinistra sull’operazione Mani Pulite. Indirettamente quelle bombe servirono per accelerare la ‘rivoluzione’ italiana, non per frenarla”.
Chi ha tentato di fare dietrologie su quella lunga notte del ’93, Piero Grasso ha puntualizzato che all’atto delle bombe, non era nato alcun partito politico. Con ciò, ha tracciato una netta linea di confine tra le due vicende: attentati e formazione di un nuovo soggetto politico.
Il Procuratore nazione Antimafia è un magistrato troppo serio, senza il supporto di prove certe, non parla a vanvera. D’altronde, non vuole imitare alcuni suoi colleghi che non hanno dato, certamente, una mano alla giustizia, allorquando hanno azzardato congetture e si sono impegnati in elucubrazioni.
Per Grasso (La Repubblica), “le stragi, secondo la ricostruzione , avevano da un lato la forma di un ricatto allo Stato per ottenere dei vantaggi, quelli indicati nel famoso papello ( 41 bis, abolizione dell’ergastolo e pentiti) e dall’altro le modalità tipiche del terrorismo mafioso lasciavano intravedere interessi di un aggregato economico imprenditoriale e politico che volesse conservare la situazione esistente”. Proseguendo in suo ragionamento, ha affermato che “teoricamente che il vuoto che si era creato poteva essere colmato da qualsiasi formazione politica di destra e di sinistra”. E, comunque, dietro la strategia della tensione del ’93, “c’era una regia che non poteva essere soltanto della mafia. Ma allo stato non c’è una prova giudiziaria dei contatto tra questa Entità e Cosa nostra”. E alla fine, ha concluso:” Dobbiamo stare attenti alla cronologia. Non risulta che all’epoca delle stragi di Roma, Firenze e Milano fosse già nato quel partito politico”. La sua conclusione è che Cosa nostra, il che è anche “provato”, “non aveva ottenuto alcun risultato dalle stragi compiute. La teoria del ricatto non aveva funzionato”.
Più chiaro di così,vivaddio, Grasso non poteva essere, ragion per cui, non capiamo, da un lato, la levata di scudi nei suoi confronti di alcuni esponenti di maggioranza, come se avessero la coda di paglia, dall’altro, la conseguente forzatura da parte di quelli di opposizione che hanno concluso che due più due fa quattro, collegamento tra attentati e formazione di Forza Italia, quando non è nient’affatto vero.
Per questa ragione, stiamo “alla cronologia” dei fatti, come afferma Grasso.
