Nel Sud, restano oramai le industrie dell’auto e della siderurgia, il resto è deserto per via del processo di deindustrializzazione iniziato negli anni Novanta del secolo scorso. A Pomigliano d’Arco e a Taranto sono presenti le uniche storiche “cattedrali nel deserto” sorte, grazie all’Iri, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ancora in produzione.
Mentre nell’Alfasud – Fiat l’assenteismo è stato un male patologico e lo stanno pagando caramente tutt’ora, a Taranto, è restato finora fisiologico. Nello stabilimento siderurgico (ex Italsider – Finsider e Ilva) prima in mani delle Ppss e poi in quelle private di Riva, le relazioni industriali sono state le migliori che si potessero sottoscrivere tra i vertici aziendali e i sindacati. In verità, il vero protagonista dell’accordo fu una figura emblematica, battezzata, da Walter Tobagi, con il nome di “metalmezzadro”, figlio proprio della prima industrializzazione tarantina. E’ il metalmeccanico che lavora nell’industria siderurgica e trova il tempo, per fare il contadino, coltivando il pezzo di terra.
Se chiudesse lo stabilimento napoletano, il Mezzogiorno perderebbe un pezzo dell’industria manifatturiera e il territorio già infestato di criminalità sarebbe occupato dalla più grande “public company” in mano alla camorra. Si badi bene che l’Alfasud da sola vale il 20% del Pil dell’intera regione campana e la disoccupazione giovanile supera il 50%. Continua a leggere »
