Stavolta è Carlo Azeglio Ciampi a fare la vittima e il “killer” non poteva non essere Massimo D’Alema. Sempre lui, e non poteva mancare in questa storia di complotti e dicerie.
Complotto per cacciare Prodi dalla presidenza del consiglio, e chi fu il regista? D’Alema. Pressioni per mandare Ciampi, come sostituto di Prodi alla presidenza del consiglio, e chi fu colui che lo convinse ad accettare per poi sparire dalla circolazione, lasciandolo ancora con l’amaro in bocca, se non D’Alema?
Ironia della vita politica, a Palazzo Chigi, invece di Ciampi, salì D’Alema.
Ciampi si considera vittima di un “complotto”, per la mancata nomina alla Presidenza del consiglio, dopo le dimissioni del primo governo Prodi. Secondo la sua la teoria, non salì a Palazzo Chigi, perché veniva considerato un “corpo estraneo” dal mondo politico e, comunque, “troppa gente” non gradiva che fosse al quel posto. In proposito, chiarisce: “A cominciare dalla mafia, ( ti pareva, ndr), come dimostrò la stagione delle bombe cominciata nel maggio ‘93, nella mia prima esperienza da premier. Cinque anni dopo, la via d’uscita per sbarrarmi le porte di Palazzo Chigi fu di farmi andare al Quirinale”.
Al che, viene il dubbio che Ciampi è stato punito da una folla di persecutori, il cui unico obiettivo fu di non mandarlo a Palazzo Chigi, bensì al Quirinale. Sì bocciato per la presidenza del consiglio, fu promosso, in seguito, per quella della repubblica. Insomma, passò dalle stelle alla stalle. Secondo la sua narrazione essere andato al Colle è stata una diminutio capitis, come se fosse stato mandato a presiedere l’associazione dei bocciofili. Per questo, non capiamo il suo stato d’animo verso coloro che lo hanno gratificato con onori e oneri, visto, dopotutto, che altri personaggio del suo medesimo rango, avrebbero potuto fare la sua carriera istituzionale.
A ben pensarci, solo perché crollò la Prima repubblica, seppellendo la sua classe dirigente, poté salire agli altari presidenziali e ministeriali, altrimenti, avrebbe continuato fare il governatore, per il resto della sua vita pubblica.
Premesso ancora di non aver letto il libro, ma siamo curiosi di sapere come ha ricostruito, – in verità, non sappiamo se l’ha ricostruito o no -, il periodo in cui, lui, Capo del governo, trattò, con il resto delle cariche istituzionali, il caso dello scioglimento anticipata della XI legislatura(’92 – ’94), quella che la vulgata definì il “Parlamento degli inquisiti”. Diciamo questo, perché il potere politico allora accettò, senza fiatare ad eccezione di Bettino Craxi, il diktat del potere giudiziario, con tutte le conseguenze successive: sciogliere le Camere e indire le elezioni anticipate. Cosicché si sarebbe prestato a ciò, lui assieme alle alte cariche dello Stato, quando, in Parlamento, c’era una maggioranza per continuare a governare. Fu consumato una atto inedito dal sapore giacobino che, piaccia o no, ha creato un vulnus nel tessuto della democrazia parlamentare. E, comunque, il concerto delle quattro cariche istituzionali, infischiandosene della maggioranza di governo, portò alla fine anticipata della Legislatura.
Premesso che non abbiamo letto il libro( Da Livorno al Quirinale, a cura di Arrigo Levi, Il Mulino) conversazione dell’ex Presidente della repubblica, Ciampi, con Arrigo Levi, ma solo l’articolo di Marzio Breda sul Corriere della Sera, sul caso della mancata nomina di Ciampi alla presidenza del consiglio, nel 1998. Per la seconda volta, se fosse stato indicato. La prima fu nell’anno horribilis, 1993, in piena Tangentopoli, quando sostituì Amato alla presidenza del consiglio, lasciando il governatorato di Bankitalia, alla cui guida andò nel lontano 1979.
L’ articolo di Breda ricostruisce le dimissioni di Presidente del consiglio, Prodi, e la mancata sostituzione di Ciampi, che allora sedeva alla poltrona di Via XX settembre, come ministro del Tesoro.
Cosa successe, in quel periodo in cui Prodi fu costretto alle dimissioni, di cui il principale artefice dell’operazione fu il leader di Prc , Bertinotti, che ritirò l’appoggio esterno al governo e non avendo più la maggioranza, per il venir meno di un voto, il governo, suo malgrado, dovette dimettersi?
Della caduta di quel governo di centrosinistra sono circolate molte voci, persino si parlò di complotto per far fuori Prodi dal governo, ordito dal Presidente Cossiga, dal leader del Ppi,Marini e dal segretario Pds, D’Alema. Una leggenda metropolitana fatta circolare artatamente, anche perché Prodi cadde a prescindere dai “congiurati” e non volle ricandidarsi con una maggioranza diversa rispetto a quella con cui fu eletta. Come detto, fu Bertinotti, che con l’ingresso dell’Italia a Maastricht, preoccupato della svolta liberista che Prodi avrebbe potuto imprimere alla politica economica del governo, fece cadere il governo.
Come mai fu scelto D’Alema e non Ciampi, per sostituire Prodi? Proprio perché era un “corpo estraneo” ai partiti, essendo un sorta di “Giovanni senza terra”, non fu scelto alla vigilia della guerra nel Kosovo. Cossiga spiega così il caso:”In un certo senso garantii per lui( con i rappresentanti dei governi americano e inglese, ndr). Spiegai cioè ai miei interlocutori che D’Alema era l’ultimo dei togliattiani e ciò avrebbe rappresentato per loro la migliore tra le garanzie possibili. Avevo ragioni io: da allora, per come si comportò in quella guerra, Massimo D’Alema è ritenuta persona assolutamente credibile dagli Stati Uniti”( Fotti il Potere.. , Francesco Cossiga con Andrea Cangini, Aliberti editore ).
(25 giugno 2010)

LA VICENDA DEL PRIMO GOVERNO PRODI E DELLA SUA CADUTA LA CONOSCIAMO PER QUELLO CHE ABBIAMO POTUTO VEDERE MOLTO BENE.
SE POI VI SONO STATI ANCHE DEI LATI OSCURI QUESTO E’ DIFFICILE SAPERLO, ANCHE SE NEL LIBRO DI CIAMPI APPARE UNA SORTA DI CONFESSIONE SUI PRESUNTI MANDANTI PER FAR USCIRE DI SCENA IL PRIMO GOVERNO PRODI.
I TRAUMI DELLA SINISTRA E PIU’ IN GENERALE DELLE FORZE DEMOCRATICHE E DI PROGRESSO NASCE PROPRIO DA QUELLA PESANTE SCONFITTA CHE A PARER MIO E’ STATA CAUSATA DA QUELLA PARTE ESTREMISTA DELLA SINISTRA CHE ALLORA FACEVA A CAPO IL SIG. BERTINOTTI.
DI LI A POCO A POCO L’AVANZATA DELLE DESTRE E L’ASCESA IN MODO PIU’ DIROMPENTE DI BERLUSCONI E DEL BERLUSCONISMO CHE HA FINITO PER DISTRUGGERE LA SINISTRA COMUNISTA E QUELLA SOCIALISTA.
Col senno di poi aveva ragione Bertinotti a preoccuparsi della svolta “liberista”.
Nello stesso periodo a New York uscì un libro di Edward Luttwak (non certo tacciabile di estremismo, men che meno di sinistra) intitolato “La dittatura del capitalismo”, nel quale critica ferocemente la svolta liberista nel mondo occidentale, arrivando a dileggiare senza remore il New Labour di Blair e i socialisti europei che avevano imboccato la via del “neue mitte”. E con particolare acutezza anticipa gli effetti dirompenti del “turbocapitalismo” finanziario.
Solo in un paese nel quale si è spenta qualsiasi capacità di analisi politica e si rpeferisce sguire le mode del pensiero economico “a la page” può succedere che Bertinotti venga visto più o meno come un pericoloso sovversivo. In realtà Bertinotti è di formazione socialista e si sente. I leader socialisti degli anni ‘60 (Saragat compreso) e lo stesso Bettino Craxi si sarebbero ben guardati dal seguire il “mercatismo” senza regole. Probabilmente è proprio questa la causa principale dell’eliminazione “manu militari” del Psi.