La nomina di Massimo D’Alema a presidente della Foundation for European Progressive Studies (Feps) ripropone il caso: qual è la vera natura culturale e politica del Partito democratico.
D’Alema a quell’incarico viene nominato dal Partito socialista europeo , benché il Pd sia un partner non organico a questo partito e suoi europarlamentari siano solamente iscritti al gruppo dei socialisti europei di Strasburgo.
Chiarito questo, c’è sempre il problema dell’identità del Pd, visto che questa nomina, piaccia o no, sposta l’asse del Pd verso a socialismo e non verso le altre culture politiche presenti in questo partito. La liberaldemocrazia, per esempio.
La minoranza interna, quella di origine ex Dc – Ppi, è già critica verso il segretario Bersani, per l’impronta di sinistra sta dando alla politica del Pd, con D’Alema presidente dell’istituzione, che ha il compito di studiare, non solo sul piano storico, bensì su quello teorico e pratico il socialismo e i suoi surrogati ( il centrosinistra), figurarsi adesso: non dormirà sonni tranquilli e accentuerà il suo malessere politico. Anche perché, la scelta socialista fu esclusa all’atto della costituzione del Pd e qualsiasi approccio a quella ideologia viene vista come una sorta rottura del patto fondativo.
E’ vero che la Fesp ha un orizzonte che guarda al socialismo e alle formule di cultura politica a esso assimilabile, fino a quella di tutt’altra natura come il centrosinistra, ma condicio sine qua non l’azionariato della Fondazione resta saldamente a maggioranza socialista. Mai e poi mai questa parte politica vorrà cedere quote di azionariato agli altri soci non appartenenti alla famiglia socialista , men che meno è intenzionata andare in minoranza, stravolgendo la ragione sociale. Bene che il Pd e le altre formazioni esprimano una cultura politica di centrosinistra, ma questo non significa che i partiti socialisti europei abbandoneranno le loro radici per piantare quelle di culture in cui il socialismo è solo l’ombra di se stesso.
La famiglia del Pse è composta di varie razze legate tra loro da un unico filo rosso, il socialismo, ma parlano lingue, politicamente, diverse. Per dirla tutta, il Pse è una babele politica che non è in grado nemmeno di lasciare una sfida una, trovandosi nelle condizioni di non avere munizioni nel proprio arsenale ideologico.
Dopo il crollo del comunismo, 1989, grazie anche al lavoro del socialismo occidentale, ironia della sorte, il prezzo maggiore l’hanno pagato, alla distanza, proprio i principali artefici di quel crollo.
Tuttavia, i partiti socialisti sono in crisi, perché sono andati avanti più sull’onda del pensiero liberale e di culture similari, anziché sulle idee che partorissero dal corpo di quella tradizione. O sono restati bloccati ai reperti archeologici del socialismo, non avendo le chiavi giuste per leggere i processi dell’economia globale e le trasformazioni antropologiche, sociali, culturali e civili avvenute nel mondo in generale e in Italia in particolare.
A dire il vero, il socialismo nel Vecchio continente non è per nulla in ottima salute, nella stragrande maggioranza dei paesi è in minoranza, dopo aver governato, alla fine degli anni Novanta del Novecento, in lungo e in largo. Sotto l’ombra dell’Ulivo si fecero diversi tentativi per sradicarlo e per costituire partiti sul piano internazionale sotto quel simbolo e segno politico, tutti, naturalmente, falliti, non avendo alcun retroterra ideologico e culturale.
Al momento, soltanto in Spagna , Portogallo, Grecia e in alcuni Stati scandinavi, ci sono governi a guida socialista. L’ultimo caposaldo è caduto in Gran Bretagna, nello scorso mese, con la vittoria del conservatore David Cameron sul laburista, Gordon Brown.
In ogni Paese è presente il partito socialista, escluso in Italia, dove, dopo la liquidazione del Psi per via giudiziaria, i comunisti, intanto avevano cambiato simbolo e nome, Pds e Ds, invece si intraprendere il naturale percorso socialista, hanno fondato, con i cattolici di origine democristiana e con alcune schegge di cultura liberaldemocratica il Pd, di cui non si riesce ancora a leggere la vera identità. Al suo interno ci sono sorte spinte contrapposte, per questo il Pd è in mezzo al guado.
Il Pd soffre di un deficit di leadership, oltreché si muove a zig zag, non avendo, politicamente, una stella polare. Le ultime uscite contro la massoneria nonché la proposta di cambiare, nuovamente,il logo, sono la prova di una guida incerta, sempre ondivaga, peraltro, tra il giustizialismo dipietristra e il garantismo peloso. A ragion venduta, diciamo che, pur essendo il Pd il partito guida dell’opposizione, alle viste non c’è un cambiamento tale che possa essere, con i suoi alleati, l’alternativa all’attuale maggioranza di governo.
Insomma, è condannato a restare in minoranza. D’altro canto, i sondaggi lo danno oscillante tra il 25% e il 30% , per cui, con queste percentuali non andrà da alcuna parte, sennò di restare nella trincea dell’opposizione.
In questo quadro, si inserisce la nomina di D’Alema, il quale è il prototipo dell’ex comunista di scuola berlingueriana, da sempre ostile al socialismo autoctono, che, in Italia, fa il leader del Pd, privo sia di presenza ex Psi che di cultura riformista ad esso collegata, mentre dal Pse e dall’Internazionale socialista riceve onori senza grandi oneri.
