La questione morale sta debordando nel Pdl e per salvare il salvabile Berlusconi dovrà intervenire senza alcun indugio, altrimenti lui per primo sarebbe travolto. E’ vero che ha la fortuna dalla sua parte: gli elettori gli perdonano tutto o quasi tutto, ai suoi dirigenti assolutamente nulla. Alla lunga, però, non può assisterlo, da qui all’eternità. Ragion per cui, dovrebbe liberarsi dei casi di malaffare politico di cui l’opinione pubblica dà un giudizio severo. Per questo, c’è il calo del suo gradimento tra gli elettori, per colpa di alcuni dirigenti coinvolti in storie di malcostume. Naturale che sia il segno di un cambio di umore. Il che non può passare sotto gamba, dato che gli italiani hanno, storicamente, un comportamento strano, passando, facilmente, dalle stelle alle stalle. Esistono casi storici a bizzeffe che dimostrano la volubilità degli italiani nei confronti dei governanti e dei leader politici.
Il caso Scajola prima, quello Brancher poi, e l’affaire eolico fresco di giornata fanno supporre che c’è una estesa zona opaca di tipo politico -affaristica dentro il partito del Presidente. Non è tutto. Sull’affaire eolico – Napoli, i cui registi sarebbe, vero o no, raggruppati in una specie di P3, dovrebbe farlo riflettere parecchio per il tasso di imbarbarimento rilevato nel Pdl, dove la lotta politica si è trasformata in cannibalismo.
Il governatore campano, Stefano Caldoro, era la vittima designata, colpito da dossier scandalistici, confezionati all’uopo dalla P3, avrebbe dovuto rinunziare alla candidatura della presidenza della regione Campana. I suo amici di partito avevano ordito il complotto per farlo fuori, screditandolo. Su questa vicenda, pur se non fosse vera, Berlusconi dovrebbe essere rigoroso e sforzarsi di trovare la giusta misura. Intanto, dovrebbe dimettersi colui che ricopre cariche di governo e altrettanto dovrebbe fare chi ricopre cariche di partito. Non intervenendo e trovando pezze giustificative, significa aprire una fase nel Pdl dove ognuno fa e disfà. Cioè si sente in diritto di avere la licenza per fare quello che gli pare e piace.
Berlusconi di ritorno dal tour all’estero pensava che con il suo personale impegno risolvesse i problemi di partito, di governo e del Paese e, di qui, il suo “che pensi mi”. Facile a dirsi, ma difficile che porti risultati, quando la situazione è su se stessa avvitata.
Tuttavia, ci deve pensare seriamente sul da farsi, perché si è quasi arrivati al punto di non ritorno.
La sua agenda politica è piena di scadenze vitali per il Paese e per la sua sorte politica, avendo sulla sua testa alcuni processi pendenti, le cui sentenze di condanna – si fa per dire- sarebbero già scritte. Ragion per cui, scalpita per l’approvazione del lodo Alfano, lo scudo che lo metterebbe al riparo dei processi.
La Seconda repubblica è la coda della Prima e giacché il passaggio è avvenuto non democraticamente, ma attraverso la via giustizialista, ci si trova di fronte a una realtà non riformata e, quindi, in crisi, sotto l’aspetto antropologico, politico, culturale e civile.
Non è che la Prima repubblica fosse rose e fiori, anche allora succedevano fatti di tutti i tipi, ma almeno c’era la politica, nel bene e nel male, che contava rispetto agli altri poteri, ma adesso l’antipolitica domina la scena.
Quello che sta accadendo, in questo periodo, è veramente preoccupante, dato che il morto sta mangiando il vivo e non si vede una via d’uscita. Colpa del fatto che il processo riformista non è stato avviato, per cui il sistema Italia vive a due velocità: quella economica e quella politica. Con la prima che primeggia sulla seconda. Il degrado sta proprio nella afasia e nella impotenza della politica che non saputo rinnovare il paese Italia. Quando parliamo di politica intendiamo con questo termine il ceto politico, che non ha avuto la forza di farsi classe dirigente. Non a caso, come Capo del governo abbiamo un imprenditore di successo e se nel caso fallisse ci sarebbe, così si dice, un altro bell’ e pronto, Luca Cordero di Montezemolo. Ciò dimostra quanto la politica sia in crisi, se ricorre a uno esterno che non conosce l’alfabeto politico neanche a morire.
In ultima analisi, siamo al countdown. Berlusconi è si trova in una lotta contro il tempo: ora o mai più.
(14 luglio 2010)

Forse è proprio la Politica che gli italiani non vogliono più. Intesa come sistema di potere che controlla la società, l’economia, la cultura. In questa chiave va letta, secondo me, l’era Berlusconi. Se, nella “prima repubblica”, la Politica ha condotto a degrado e corruzione per motivi sia di interesse meramente economico sia di privilegio ideologico e “di casta”, allora è meglio che chi governa venga dalla cosidddetta “società civile”, e niente di più vicino a chi governa un Paese è chi governa una o più impresecon la “diligenza del buon padre di famiglia”.
LA PRIMA REPUBBLICA IN CONFRONTO ERA UNA PASSEGGIATA.
Più che alla superiorità del mondo dell’economia rispetto al mondo politico, penso alla sovrapposizione del primo sul secondo con commistioni varie che tentano di usare scorciatoie irrispettose del compito di un qualsiasi governo: mediare tra gli interessi e le esigenze di tutti gli strati della società per dare una mission al Paese e, con essa una speranza per il futuro. In altri consessi provatamente democratici, vedi Gran Bretagna, La stessa Germania, la Francia e, da ultimo gli USA, quando le aspettative, create o determinatesi, si allontanano dalla strada promessa e tracciata, le fortune dei leader scadono immediatamente nel giudizio popolare, pronto a impegnare nel governo della cosa pubblica le forze di opposizione. I mass media sono la cassa di risonanza degli umori degli elettori e si esprimono liberamente con giudizi anche molto ficcanti. La classe politica al governo sa che il proprio operato è quotidianamente vivisezionato dal quarto potere ed accetta e si confronta nel libero gioco democratico. In Italia il confronto è viziato in partenza. La legge elettorale falsa la volontà popolare che, quandanche riesca ad esprimere un proprio giudizio, viene bypassata dall’esercito dei mass media organizzato per far passare solo le notizie apologetiche di una classe dominante peraltro già alle corde. E già, perchè a tavola ci si siede ogni giorno e ogni giorno si verifica di quanto si impoverisce la quantità e la qualità del “cibo” disponibile. Non basteranno allora le leggi bavaglio, per le quali ci ridono dietro nel mondo e ci declassano a repubblica delle banane, a convincere gli italiani che non a caso i casi Bertolaso – vaticano -cricca; il caso Scaiola , inconsapevolmente favorito dal rigonfiamento degli appalti SISDE fatti per dargli, a sua insaputa, una casa restaurata nei pressi del colosseo, il caso banda larga; il caso pale eoliche, delineano un antourage governativo che nasce come squadra la cui azione, a volte, vedi Dell’Utri, parte da molto lontano. De Benedetti, in una intervista che mi è capitato di seguire, ha sostenuto che l’imprenditore in genere è autocratico e, pertanto, impossibilitato a svolgere i ruoli propri della politica, necessariamente piegata verso l’altro. In Italia viviamo, allora, al di là dei conflitti di interessi, pur vistosi e condizionanti, un’anomalia starei per dire filosofica della classe al governo che, appunto, non è politica , ma, anzi, si muove come forza antipolitica. Le logiche partitocratiche, allora, possono affascinare un esteta della politica che si muove come su una scacchiera e si esalta quando la partita si fa stringente ed occorre inventare una mossa sparigliante. E’ un gioco che affascina anche me, che andrebbe però fatto in anni di vacche grasse e non quando la nave vacilla. Salvo che non si discuta per fasce sociali per cui chi sta ancora bene (in guerra ed in tempesta c’è chi si spoglia e chi si veste, dicevano i nostri avi) si diletta ancora di filosofia della politica senza pensare a chi è costretto a bestemmiare per conciliare il pranzo con la cena.
Da una parte esiste la Politica che pervade la società civile, proponendo e disponendo anche di cose non di sua stretta competenza (posti di lavoro, appalti, ecc.), dall’altra esiste la politica del pompino, della barbarie di chi sa vendersi meglio e tutto lo schifo di dove gira tanto denaro. In mezzo c’è la gente, con le sue istanze di giustizia, di dignità, di vita normale. Politici e (grossi) imprenditori devono fare un passo indietro, devono far vivere il Paese. Questa non è anti politica, è esattamente una concezione più alta e meno invasiva della gestione della cosa pubblica. E non è nemmeno una partita a scacchi per le anime belle.