INTERCETTAZIONI,LA RITIRATA

Il ddl intercettazioni torna a dividere Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Dopo l’emendamento presentato oggi dal governo, che di fatto accoglie le istanze dei finiani e i suggerimenti del Colle, il premier si dice deluso e parla di un provvedimento che di fatto non serve più a nulla. Fini, invece, non esita a dire che, grazie all’accordo trovato sul provvedimento, in Parlamento è prevalso senz’altro «il buonsenso».

«C’è stato un momento – ha sottolineato Fini – in cui l’equilibrio, il punto di intesa ragionevole che è stato raggiunto, non c’era. Era giusto nel Pdl fare la battaglia che abbiamo fatto». Ma se il clima non è dei migliori ai vertici del Pdl, anche in Commissione molti berlusconiani parlano di un testo «ormai completamente svuotato». «Sarebbe stato meglio – osserva Luigi Vitali (Pdl) – rinviare tutto a settembre e non accontentarsi di un ddl che ormai ha poco senso». Tesi sostenuta anche da Maurizio Paniz («Voterò solo per disciplina di partito»).

A scatenare la polemica nella maggioranza è l’ emendamento presentato del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, che di fatto fa cadere parte del “bavaglio” all’informazione e riceve l’ok dell’Anm. Nella proposta di modifica, messa a punto dai tecnici del Guardasigilli Alfano, si prevede, in buona sostanza, che il contenuto delle intercettazioni diventi pubblicabile solo se “rilevante” ai fini delle indagini. E se ne potrà scrivere sui giornali solo dopo che il Pm e il Gip avranno fatto una selezione, nella cosiddetta ’udienza filtrò, tra le conversazioni rilevanti e quelle che non lo sono. La proposta di modifica, che cambia non poco il testo del Senato, è accolta con favore dai finiani.

Il presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongiorno, grande protagonista della trattativa con il governo, definisce l’emendamento «un grande balzo in avanti». E anche il finiano doc Italo Bocchino riconosce che «ha vinto la ragionevolezza». Divisa invece l’opposizione. L’Udc, con Roberto Rao, parla di «spirito condivisibile». Mentre il Pd, con il capogruppo in Commissione Donatella Ferranti, sostiene che si tratti di «un ulteriore passo indietro rispetto al testo originario», indicando come negativo il fatto che non sia stato disposto un termine per la fissazione dell’«udienza-filtro». Ora si dovrà attendere il parere del governo agli oltre 600 emendamenti presentati. Perchè, si ragiona nel Pdl, il combinato disposto di alcune norme volute anche dall’opposizione potrebbe dare un nuovo volto al provvedimento.

Al momento, la certezza è che verrà “recepito” il pacchetto di proposte di modifica messe a punto da Giulia Bongiorno (cinque) e dal capogruppo del Pdl in Commissione Enrico Costa (sei). Ma non si escludono new entry. A questo punto, afferma il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, sarebbe bene che il ddl venisse approvato in fretta almeno a Montecitorio. E, infatti, il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto ha già mandato ai deputati del partito un sms per dire di essere in Aula nella prima settimana di agosto. Nel Pdl non tutti sono così ottimisti. Il vicecapogruppo Osvaldo Napoli, ad esempio, teme che l’arrivo in Aula di due decreti (su Tirrenia ed Enel) potrebbe complicare non poco le cose. Calcolando i tempi tecnici per ottenere il parere dalle commissioni di merito e tenendo presente che alla Camera si chiederà il voto di fiducia sulla manovra (per 24 ore le commissioni non lavoreranno), l’Assemblea di Montecitorio, alla fin fine, avrebbe solo tre giorni di tempo (3, 4 e 5 agosto) per votare i due decreti e il ddl intercettazioni. Così, si osserva nella maggioranza, le strade diventano due: o si accelera con il voto di fiducia o si rinvia a settembre.

DUEMILATREDICI

L’AVANZATA VERSO LE ELEZIONI…

E’ iniziata nello schieramento di opposizione la corsa per la candidatura alla premiership, come risponderà quello di maggioranza?

Ricandiderà l’inossidabile Silvio Berlusconi, o il medesimo farà uscire dal cilindro un candidato di sua piena fiducia, bruciando chi sta studiando per prendersi la sua eredità o chi sta dandogli filo da torcere per costringerlo ad arrivare a patti per perdersi il suo bastone di comando?

In un caso o nell’altro, i nomi dei papabili alla successione sarebbero quello di Giulio Tremonti e quello di Gianfranco Fini.

Non metteremmo la mano sul fuoco su entrambi, dato che siamo più che certi che ce la bruceremmo. Berlusconi non ha bisogno di questi nomi, anche perché, per come è fatto, la “roba”, in questo caso il potere politico, vuole che resti ancora nelle mani della sua famiglia. Di chi potrebbe fidarsi ciecamente se non di una persona: carne della sua carne?

Vado a spiegarmi.

Dallo svolgimento delle primarie dovrà uscire il candidato di opposizione  e si prevede che sarà una corsa ad ostacoli, per la ragione che, per la prima volta, ci sarà un gruppo di candidati che si darà battaglia fino all’ultima goccia di sangue. Mentre le volte scorse il candidato era calato dall’alto(Prodi e Veltroni), contornato dai candidati alla De Coubertin, cioè partecipavano alle primarie soltanto per onor di firma, stavolta, ci sfideranno sul serio. Oltretutto, la novità della candidatura esterna, Nichi Vendola,  acuirà lo scontro. Un nome che è tutto un programma, nel senso che scende per vincere, contro la volontà della maggioranza del Pd, le cui condizioni politiche ed elettorali, peraltro, non sono le migliori. Tuttavia, Vendola gioca con due mazzi carte e, alla fine, si regolerà, con quale giocherà. Il primo comprende la sua candidatura, il secondo, invece, quella del suo movimento, Sel.

C’è da dire che anticipando tutti, Nichi Vendola si è autocandidato alla premiership del centrosinistra, per le prossime elezioni politiche del 2013, salvo scioglimento anticipato delle Camere. E proprio su questa eventualità punta le proprie carte il governatore pugliese. A suo avviso, è la mossa del cavallo. D’altronde, corrazzato com’è nella corsa alle primarie, non impiegherà molte energie per stendere a terra gli esponenti a cui, vero o no, si affibbia il titolo di concorrete.  A ben vedere, non hanno il physique du ròle politico tale da fargli ombra. Imbattibile su piano della narrazione, scarso sul piano politico e nullo nella progettualità, resta, però, il nome più spendibile, rispetto ai nomi che circolano. Tuttavia, gli ossi duri del Pd potrebbero essere Sergio Chiamparino ed Enrico Letta, che in concreto lo metterebbero a dura prova, purché l’appoggio del Pd fosse in modo granitico.   

Nulla da dire sul conto degli altri nomi: il presidente della provincia del Roma, Nicola Zingaretti, e il sindaco di Firenze,  Marco Renzi, ma non sono candidati tali da potergli fare ombra.

Vendola parte, avendo l’endorsement del gruppo Repubblica & Espresso di Carlo De Benedetti, ma questo non sappiamo se sarà, alla fine, un vantaggio o uno svantaggio. Perché questo feeling tra il governatore e l’ingegnere? Questioni energetiche in quel di Puglia? Non c’è altra spiegazione plausibile.

A ben pensarci, la candidatura di Vendola non unisce, bensì divide e non calamita i voti moderati. Per questo, non crediamo che lo stato maggiore del Pd l’accetterebbe, senza proferire verbo. A questo punto, potrebbe spuntare il cosiddetto “papa straniero”, cioè un candidato fuori dal Pd: Mario Draghi o Luca Cordero di Montezemolo. Entrambi dell’area moderata per sfondare al centro, con il recupero di Letta o Chiamparino ad affiancare uno dei due.

Intanto, Vendola sta portando acqua a Sel che cresce, settimana dopo settimana, in percentuale, secondo i sondaggi. Gli ultimi la danno al 4,5%.

Nel caso che non fosse lui il candidato a premier, sta facendo pubblicità al suo movimento, senza spendere un soldo bucato. In un modo o nell’altro, grasso che cola.   

Infine. Berlusconi non è eterno, politicamente. Se l’opposizione presenterà un candidato di nuovo conio e più giovane di lui, sarà dura sul piano dell’immagine. Per questa ragione, la ciliegina sulla torta si chiama: Marina.

La figlia che rassomiglia per temperamento e per tutto il resto a cotanto padre, potrebbe prendere il suo posto.

Poiché è stato fatto in questi giorni il nome di PierSilvio, diciamo che è improbabile che scenda in politica. Meglio che resti a Mediaset.