Quando è scoppiata la nota vicenda della minorenne marocchina «io ero dalla Merkel e potete figurarvi i commenti». Gianfranco Fini non ha peli sulla lingua nell’affrontare il caso Ruby parlando ai circoli romani di Futuro e libertà al teatro Adriano, nella Capitale. Il presidente della Camera si dice «amareggiato» e non evita di sottolineare come la vicenda «che sta facendo il giro del mondo» metta «l’Italia in una condizione imbarazzante» Continua a leggere »
L’OBBLIGO DELLA CHIAREZZA E DELLE DIMISSIONI
Un uomo di Stato in una situazione come questa sicuramente sarebbe sfiorato dal dubbio delle dimissioni, i componenti del suo Partito dall’idea di chiedergliele, gli alleati in parlamento dall’obbligo di domandargliele.
Se questo non avviene , e non avverrà , è perché non ci sono più uomini di Stato, non ci sono partiti e quel che più preoccupa è che non c’è più senso delle Stato.
Veramente per molto , ma molto meno, la Prima repubblica è finita a gambe all’aria.
Non si può difendere o giustificare ciò che non è difendibile e giustificabile.
E’ bene fare chiarezza ed in fretta e le Elezioni non sono affatto la risoluzione del problema
IL DIRETTORE POLITICO
FERMARE LA CORSA PRIMA DEL PRECIPIZIO
Ne succede, oramai, una al giorno e non si può dire che la vita politica italiana sia monotona. Sembra che il Paese sia entrato in un tunnel e non si sa né quanto sia lungo né cosa troverà alla fine del suo viaggio. Una cosa è certa che quella cosiddetta Seconda repubblica, che sarebbe dovuta essere una specie di Bengodi in cui la vita dell’italiano non sarebbe stata più soffocata dalla partitocrazia e dalla corruzione insita in questa, sta per crollare, definitivamente, e nessuno è in grado di puntellarla. E’ un viaggio senza speranza, se non si trova da subito un antidoto e gente di buona volontà per fermare la corsa, verso il precipizio. Mai l’Italia repubblicana si è trovata in queste condizioni, nemmeno nel Secondo dopoguerra, quando i vinti e vincitori se le davano si santa ragione, e nemmeno nel corso dei Novanta del Novecento, quando la crisi della Prima repubblica non fece sprofondare il Paese nel vuoto politico, perché furono pronti i “salvatori della Patria” che lo avviarono nella Seconda, facendosi carico di fare meglio dei corrotti del passato. Alla luce dei fatti di questi sedici anni, agli italiani non resta l’amara consolazione che si stava meglio quando si stava peggio. Non è bello, ma non si può fare a meno, quando il presente è schifosamente brutto. A ragion venuta, diciamo che facendo passare come classe dirigente, un personale politico di cui, da una parte, considerava lo Stato come qualcosa da abbattere, dall’altra, inneggiava all’autocrazia, e dall’altra ancora, priva di cultura delle istituzioni e impolitica, non c’era da aspettarsi molto. Il deficit di cultura politica e di governo si è costato subito, quando hanno tentato di mettere mani alle riforme. Come nella vita così in politica non si nasce imparati. E, comunque, quando hanno imparato, stanno facendo disastri. Fatto sta che l’Italia vive una crisi inedita senza via d’uscita, per ora. Con buona pace di Bossi che vorrebbe le elezioni anticipate a tamburo battente e di D’Alema e Casini che vorrebbero estromettere l’attuale maggioranza di governo, sostituendola con un governo tecnico, il Paese Italia non ha bisogno di anticipare il voto, perché la realtà economica non ce lo permetterebbe e nemmeno si può ripetere l’esperienza del governo Dini del 1995, che portò l’anno dopo allo sciogliemmo delle Camere, senza combinare granché. Se il governo tecnico nascesse con l’intento di riformare la legge elettorale, possiamo dire già adesso che è più facile far passare un cammello da una cruna di un ago. Se poi, come afferma D’Alema, dovesse mettere mani in economia, è meglio che ci sia, paradossalmente, Giulio Tremonti per evitare le probabili speculazioni finanziarie del mondo dei raider internazionali, alla George Soros, come avvenne nel ’92, all’epoca del governo Amato. Governo molto combattuto dall’allora Pds con a capo Achille Occhetto, anche se oggi Massimo D’Alema riconosce che quel “governo salvò il Paese grazie alla collaborazione di tutti i soggetti sociali”. Amato non scherzò, facendo approvare dei provvedimenti che si aggirarono attorno ai 120.000 miliardi di lire e con questa manovra gettò le basi per l’ingresso dell’Italia a Maastricht. Amato tentò di allargare la maggioranza di governo e si rivolse a Botteghe oscure per ottenere l’entrata del Pds, Occhetto gli voltò le spalle, chiedendo la testa del leader del Psi, Bettino Craxi, la rottura con la Dc e la formazione di un nuovo governo senza di questa. A ben pensarci, D’Alema propone oggi, perlopiù, la medesima politica: fuori Berlusconi e un nuovo governo. Al momento, per carità di patria, giocare al tanto peggio tanto meglio non conviene a nessuno. Nonostante che Berlusconi ne faccia più di Carlo in Francia. Costui, tutto sommato, governa non peggio dei suoi predecessori, dopotutto su questo terreno nessuno può dare lezioni ex cathedra, ma ha il difetto, lasciato solo, di ficcarsi in pasticci che, francamente, non depongono bene al medesimo e alla carica che riveste. Vero è che il partito dei Pm non gli dà tregua, ma è pure vero che si fa male con le proprie mani. C’è in lui una componente masochista che un leader della sua fatta e con il suo carisma non dovrebbe avere. Di fronte a questo quadro, non possono cantare vittoria l’opposizione per lo stato del Paese, perché anche loro sono colpevoli per non aver fatto le riforme, quando hanno avuto la possibilità di governarlo. La situazione così non può andare avanti e Berlusconi ne è consapevole e fino a quando non porterà a casa uno straccio di scudo giudiziario, non muoverà un dito sul governo. E’ altresì consapevole che andando alle elezioni amministrative del prossimo anno, in queste condizioni, le perderebbe, per cui gli chiederebbero le dimissioni. Per evitarle, dovrà inventarsi qualcosa, o fa la crisi di governo prima del voto o gliela fanno dopo. Delle due l’una: è meglio prima.
I TRASFORMISTI DEL MANIFESTO DI OTTOBRE
Una cosa è certa che il Manifesto d’ottobre è bipartisan, uscito dai cervelli di chierici che hanno servito a destra e/o a sinistra, perdendo. Non dandosi per vinti, si sono dati da fare per lanciare il Manifesto, lasciando indifferenti tutti coloro che hanno lottato su fronti opposti, vincendo sulla storia delle loro ideologie.
“Gli intellettuali – ha annotato Rino Formica – sono sempre stati come la procellaria. Vedono in anticipo la tempesta. E si spostano”. Quella che si sta volando attorno al Manifesto sono consapevoli della fine ingloriosa della cosiddetta Seconda repubblica e dei suoi falsi partiti e, a torto e a ragione, tentano, vestendosi di nuovismo, di smaccarsi, nel peggior modo, arrampicandosi sugli specchi, dopo aver vissuto chi nello zdanovismo più cupo e chi nell’apartheid più completa.
Sbaglierebbe di grosso se qualcuno pensasse che il Manifesto è stato scritto per farlo diventare la bandiera di combattimenti di Futuro e libertà, sebbene la formazione di Fini sia dentro dalla punta dei piedi alla cima dei capelli.
Probabilmente, alcuni sottoscrittori sono soltanto interessati – come è scritto nel Manifesto – alla “rinascita della res pubblica”, ma non è detto che non si imbarchino, in seguito, sulla “novità” finiana, benché il Manifesto non indichi né la rotta e neppure il porto a cui attraccare.
Il Manifesto d’ottobre evoca come mese un evento del secolo passato che allora andava di moda, ora non più. Ci riferiamo alla Rivoluzione d’Ottobre, non avendo più la carica di un tempo, capace di mobilitare le masse sul piano planetario, è stata archiviata nell’anno di grazia 1989.
Il crollo del comunismo ha altrettanto fatto crollare il mito della Rivoluzione bolscevica a cui un mondo culturale e politico si ispirava. E, comunque, era legato anima e corpo e si batteva per realizzarla nei diversi paesi, mettendo in gioco anche la propria sopravvivenza.
Il Manifesto d’Ottobre di colore rosso e nero, cioè post fascista e post comunista, non vivrà settanta anni come quella bolscevica, bensì avrà una vita breve, non avendo alcuna idea rivoluzionaria e tantomeno riscalda i cuori. Insomma, non avendo alcun appeal e look, lascia il tempo che trova.
Anche la rivoluzione fascista, chiamata modestamente Marcia su Roma, ebbe il suo Vangelo, pubblicato su Popolo d’Italia del 6 giugno 1919, con il titolo: Manifesto dei fasci italiani di combattimento. Prima ancora Mussolini lanciò il Programma di San Sepolcro.
Se perlopiù sono queste le sorgenti ideologiche a cui si sono abbeverati gli intellettuali che hanno elaborato il Manifesto, non vogliono sentir parlare di passato, dato che loro sono per il nuovo che avanza. Un nuovo privo di identità nonché di sfide, non avendo la capacità di mobilitare il popolo, per un obiettivo che sia uno.
Tuttavia, il Manifesto, che ha l’intento di superare i vecchi steccati, tramite una “contaminazione” tra le famiglie ideologiche, che sono uscite sconfitte nel corso Novecento, non fa altro che alimentare la confusione, essendo un contenitore di aria fritta. Piaccia o no, è nato morto; come potrà vivere se coloro che l’hanno scritto sono figli di culture politiche totalitarie, considerate dalla gente in carne e ossa, come due “cani morti”?
Lasciando il passato alle spalle, senza alcun rimpianto, per colpa delle loro malefatte, il Manifesto potrebbe essere abbracciato da chiunque, visto che il suo progetto politico – culturale non manca di una peculiarità ecumenica.
Chi potrà alzarsi e dire che non è d’accordo col “patriottismo repubblicano”? E, comunque, non è quello che un tempo intendevano quelli del Msi e, di conseguenza, i post fascisti confluiti nel Pdl. Bensì è tutt’altra cosa: una versione in chiave di “patto costituzionale, caro ieri al Pci e oggi al Pd. E, guarda caso, Fini si è attestato su questa interpretazione, in special modo, da quando ricopre la carica di Presidente della Camera a cui ha dato un significato puramente politico e, per di più, manipolandola ad usum Delphini.
Per caso i sottoscrittori del Manifesto d’Ottobre si discostassero da questo prodotto confezionato per tutti i gusti, per prendere una piega politica, di certo ne vedremmo delle belle. Continua a leggere »
IL SILENZIO DEL BERLUSCA, LA MARCIA VERSO IL COLLE DI FINI..
Nell’immaginario popolare, Silvio Berlusconi è una sorta di San Sebastiano trafitto da decine di frecce di cui le più appuntite sono quelle tirate da Gianfranco Fini. L’arciere l’ha colpito al cuore, affermando che il Lodo non va bene così come è stato formulato, che il processo breve è bene archiviarlo, che la riforma della giustizia lascia il tempo che trova e che se il Presidente del consiglio si azzardasse di muoversi su questo terreno autonomamente, davvero per lui sarebbero cavoli amari, perché ci sarebbe la crisi di governo e la costituzione di un governo tecnico. Continua a leggere »
