LA QUESTIONE SCOLASTICA
Ho già avuto modo di osservare che i ritardi della società italiana nel consesso internazionale, sono dovuti al ritardo dello Stato rispetto alle politiche della formazione.
Nel corso degli anni la Repubblica ha sempre più immiserito il ruolo sociale dei docenti, oltre che le loro remunerazioni, cedendo alle teorie marxisteggianti di certo sindacato operaista tutto teso a rafforzare il ruolo di categorie forti( non perché trainanti ma, ahimè, solo perché totalmente sindacalizzate) della siderurgia, dei trasporti e di alcuni servizi (ENEL, SIP ecc.).
Le stesse categorie sono state, tuttavia, “abbandonate” ad un’agonia destabilizzante mano a mano che le politiche nazionali e comunitarie andavano ridefinendo quote di mercato nei diversi settori come concerto delle politiche comunitarie e di accordi internazionali.
BAGNOLI, TARANTO, GIOIA TAURO, ALFA ROMEO, sono solo alcuni esempi che confermano una politica avventurista di un sindacato che, nel proteggere solo i propri iscritti non difendeva il lavoro ma, anzi, lo destrutturava, lasciando alla sola reazione privata la capacità di aggiornare i processi produttivi alla nuova tecnologia, ai nuovi mercati, ai nuovi soggetti economici planetari.
La Scuola veniva vista come improduttiva e quasi come elemento parassitario della società; una sorta di lavoro part-time da affidare alle sole donne, che potevano così trovare sbocco occupazionale senza interferire troppo con i processi produttivi di una società industrializzata da conservare alle capacità manageriali degli uomini, vero elemento forte della società.
Di converso molti paesi in via di sviluppo puntavano sulla formazione dei loro cittadini, ritenendo possibile il loro riscatto sociale ed economico solo se affidato alle capacità dell’uomo.
Oggi, i Paesi del Sud-Est asiatico invadono i nostri mercati, l’India fornisce matematici ed informatici all’Europa, la Cina progredisce ad un ritmo del 10, 15% annuo di aumento del P.I.L. (Prodotto Interno Lordo).
L’informatica ed INTERNET hanno azzerato le distanze ed i ritardi possono essere superati, paradossalmente, più facilmente da quelle società meno strutturate ed irrigidite dalla vecchia organizzazione della società industrializzata che presenta forti problemi nei processi di riconversione.
Gli economisti che disegnano gli scenari del tipo di sviluppo della società mondiale degli anni che ci sono davanti, hanno già accertato che solo il 20% del lavoro tradizionalmente inteso sarà sufficiente a soddisfare le esigenze primarie della popolazione mondiale mentre l’80% del nuovo lavoro si baserà sugli elementi di conoscenza degli individui e dei popoli.
L’Unione Europea è già consapevole di questo processo evolutivo ed è chiaro ormai a tanti che la fortuna di ogni singolo Paese membro sarà rapportata al bagaglio di conoscenze possedute o alla sua capacità di produrre conoscenza.
L’Italia, culla delle civiltà più antiche, del diritto e depositaria del 50% del patrimonio culturale mondiale, per una sorta di cinica legge del contrappasso, rischia di essere spazzata via, o messa in secondo piano, dalla civiltà del futuro.
Non è, questo, il “destino cinico e baro” che ci perseguita, ma solo una pervicace resistenza degli attuali “poteri forti” al cambiamento, al riconoscimento che la vera rivoluzione culturale la può fare solo l’uomo col suo cervello.
La Scuola non produce beni materiali; produce, plasma, forgia cervelli, personalità.
L’esito del suo lavoro lo si vede a distanza di anni.
Forse è per questo che la miopia politica, l’egoismo elettorale, non hanno, fino ad oggi, messo il Parlamento nelle condizioni di investire sull’unica, vera grande risorsa di questo Paese: l’uomo.
In un clima di abbandono generale i pochi cervelli scappano all’estero e, così, l’impoverimento di conoscenza si avvita con progresso geometrico.
Serve una forte volontà politica.
Sono convinto che la stessa sarà possibile quando tutta la società capirà il danno prodotto all’Italia, alle famiglie, ai nostri figli dalla politica di indifferenza verso la Scuola.
Occorre una forte spinta dal basso. Ogni cittadino italiano la può dare dichiarando la propria indignazione per l’abbandono nel quale si è fatta precipitare la Scuola.