DELLO SCANDALO E DELL’INDIGNAZIONE

 

 

 Da un po’ di tempo, quindici anni circa, nell’Italia istituzionale e politica si respira un’aria pesante.  La delegittimazione della controparte è diventata un fatto abituale, il che comporta  il mancato riconoscimento dell’avversario politico e, di conseguenza, una caduta del rispetto dovuto all’interlocutore. I valori del Paese, tracciati dai padri costituenti all’indomani della caduta del fascismo, sono stati snaturati, almeno nella coscienza e nella cultura di massa, bombardate e plagiate dall’ossessiva propaganda dei mass media. I partiti politici hanno perso la loro cifra ideologica, la tensione morale sufficiente a progettare i destini della nazione, intesa come entità che amministra l’oggi, ma  traguarda anche  il futuro, curando gli interessi dei cittadini non ancora nati. Il progressivo avvitamento dei valori sta lacerando il tessuto connettivo unitario del Paese. Continua a leggere »

 

LA QUESTIONE SCOLASTICA

LA QUESTIONE SCOLASTICA

 

Ho già avuto modo di osservare che i ritardi della società italiana nel consesso internazionale, sono dovuti al ritardo dello Stato rispetto alle politiche della formazione.

Nel corso degli anni la Repubblica ha sempre più immiserito il ruolo sociale dei docenti, oltre che le loro remunerazioni, cedendo alle teorie marxisteggianti di certo sindacato operaista tutto teso a rafforzare il ruolo di categorie forti( non perché trainanti ma, ahimè, solo perché totalmente sindacalizzate) della siderurgia, dei trasporti e di alcuni servizi (ENEL, SIP ecc.).

Le stesse categorie sono state, tuttavia, “abbandonate” ad un’agonia destabilizzante mano a mano che le politiche nazionali e comunitarie andavano ridefinendo quote di mercato nei diversi settori come concerto delle politiche comunitarie e di accordi internazionali.

BAGNOLI, TARANTO, GIOIA TAURO, ALFA ROMEO,  sono solo alcuni esempi che confermano una politica avventurista di un sindacato che, nel proteggere solo i propri iscritti non difendeva il lavoro ma, anzi, lo destrutturava, lasciando alla sola reazione privata la capacità di aggiornare i processi produttivi alla nuova tecnologia, ai nuovi mercati, ai nuovi soggetti economici planetari.

La Scuola veniva vista come improduttiva e quasi come elemento parassitario della società; una sorta di lavoro part-time da affidare alle sole donne, che potevano così trovare sbocco occupazionale senza interferire troppo con i processi produttivi di una società industrializzata da conservare alle capacità manageriali degli uomini, vero elemento forte della società.

Di converso molti paesi in via di sviluppo puntavano sulla formazione dei loro cittadini, ritenendo possibile il loro riscatto sociale ed economico solo se affidato alle capacità dell’uomo.

Oggi, i Paesi del Sud-Est asiatico invadono i nostri mercati, l’India fornisce matematici ed informatici all’Europa, la Cina progredisce ad un ritmo del 10, 15% annuo di aumento del P.I.L. (Prodotto Interno  Lordo).

L’informatica ed INTERNET hanno azzerato le distanze ed i ritardi possono essere superati, paradossalmente, più facilmente da quelle società meno strutturate ed irrigidite dalla vecchia organizzazione della società industrializzata che presenta forti problemi nei processi di riconversione.

Gli economisti che disegnano gli scenari del tipo di sviluppo della società mondiale degli anni che ci sono davanti, hanno già accertato che solo il 20% del lavoro tradizionalmente inteso sarà sufficiente a soddisfare le esigenze primarie della popolazione mondiale mentre l’80% del nuovo lavoro si baserà sugli elementi di conoscenza degli individui e dei popoli.

L’Unione Europea è già consapevole di questo processo evolutivo ed è chiaro ormai a tanti che la fortuna di ogni singolo Paese membro sarà rapportata al bagaglio di conoscenze possedute o alla sua capacità di produrre conoscenza.

L’Italia, culla delle civiltà più antiche, del diritto e depositaria del 50% del patrimonio culturale mondiale, per una sorta di cinica legge del contrappasso, rischia di essere spazzata via, o messa in secondo piano, dalla civiltà del futuro.

Non è, questo, il “destino cinico e baro” che ci perseguita, ma solo una pervicace resistenza degli attuali “poteri forti” al cambiamento, al riconoscimento che la vera rivoluzione culturale la può fare solo l’uomo col suo cervello.

La Scuola non produce beni materiali; produce, plasma, forgia cervelli, personalità.

L’esito del suo lavoro lo si vede a distanza di anni.

Forse è per questo che la miopia politica, l’egoismo elettorale, non hanno, fino ad oggi,  messo il Parlamento nelle condizioni di investire sull’unica, vera grande risorsa di questo Paese: l’uomo.

In un clima di abbandono generale i pochi cervelli scappano all’estero e, così, l’impoverimento di conoscenza si avvita con progresso geometrico.

Serve una forte volontà politica.

Sono convinto che la stessa sarà possibile quando tutta la società capirà il danno prodotto all’Italia, alle famiglie, ai nostri figli dalla politica di indifferenza verso la Scuola.

Occorre una forte spinta dal basso. Ogni cittadino italiano la può dare dichiarando la propria indignazione per l’abbandono nel quale si è fatta precipitare la Scuola.

 

PARTITO SOCIALISTA: PERCHE’

 

 

Uno dei proverbi delle mie parti, che ascolto sin da bambino, è il seguente: durante guerre e tempeste c’è chi si spoglia e chi si veste! E’ un po’ quello che accade nel teatrino della politica italiana dalla caduta del muro di Berlino in poi. Meglio, l’humus adatto si è sviluppato dopo tale avvenimento, mentre le motivazioni economico-culturali  vanno ricercate nelle politiche  liberiste reaganiane e tatcheriane di un decennio prima. Se a quest’ultima teoria economica si aggiunge il processo di globalizzazione in atto  (finanziario, industriale, produttivo), il quadro si delinea sempre più. L’uso sempre pi diffuso  di Internet ha scombinato il vecchio assetto delle classi sociali otto e novecentesche e le loro interrelazioni. La caduta delle ideologie si sta dimostrando essere un velo pietoso dietro il quale le classi attualmente dominanti non riescono più a nascondere la loro sostanziale incapacità di affrontare il groviglio di problemi derivanti dal nuovo assetto. La turbolenza mondiale è stata voluta, o subita dal mondo della politica, per consentire un’accumulazione di ricchezza nelle mani di potentati sempre più ristretti. La crescita del benessere  il secolo scorso era a portata di tutti, ora sembra un miraggio per un’intera generazione di giovani, peraltro culturalmente formati, e, pertanto, più disperati. Oggi si va sempre più affermando una nuova parola d’ordine: cambiamento. Si vuol cambiare tutto perché niente sembra andare nel senso giusto.

La parola d’ordine, alla “caduta” della prima repubblica, fu “unione”. O di qua o di là, si diceva, per favorire la nascita del cosiddetto bipolarismo. Perché, allora non ha funzionato la risposta alla prima parola d’ordine, dato che abbiamo avuto non la semplificazione del quadro politico, ma la crescita esponenziale dei partiti e di nuovi gruppi parlamentari e perché l’indignazione popolare sta costringendo i politici alla nuova parola d’ordine? La mia opinione è presto detta. In Italia rischia di estinguersi la cultura di “nazione” quale espressione di volontà concorrenti e solidali per raggiungere obiettivi comuni. La parcellizzazione degli interessi la sta rappresentando in modo coerente la Lega di BOSSI che non demorde dal suo vero ed unico obiettivo: staccare il nord dell’Italia dal resto del Paese e perseguire una politica regionalistica con territori forti quali alcuni lander tedeschi o regioni spagnole e francesi. Se si osservano gli atteggiamenti di tutte le forze politiche, ma proprio tutte, si nota che ogni singola posizione politica  va nel senso di contrastare quella dell’altro partito, dell’altro schieramento, del possibile concorrente dello stesso bacino elettorale. L’ossessione del conflitto sembra essere una caratteristica propria dei partiti italiani. Se anche in Italia avessimo delle forze tese al raggiungimento del bene del popolo, l’ossessione sarebbe allora quella del consenso, della ricerca del consenso attraverso proposte tendenti a migliorare sul serio le condizioni di vita delle persone. Assistiamo invece alla delegittimazione di tutti da parte di tutti, sicché ogni governo viene definito pericoloso dalle opposizioni di turno. Invece di elaborare e proporre idee efficaci capaci di incalzare l’azione del governo, l’opposizione  non fa che delegittimare ogni decisione e dipingerla come pericolosa per la vita e gli interessi del popolo. I ruoli non vengono più rispettati e, allora, la magistratura supplisce la politica, i sindacati concertano anziché rivendicare e garantire gli interessi dei lavoratori, la Confindustria ha gioco facile nel condizionare le scelte di indirizzo del governo ed i poteri forti (chiesa, militari, lobby, corporazioni, ecc.) guazzano in questo mare di confusione per raschiare il fondo del barile e posizionarsi in pool position per accaparrarsi altri privilegi. Se tutto questo è la conseguenza della caduta delle ideologie, allora viva le ideologie. Quelle avevano almeno un progetto di società da costruire e tutte le azioni dei partiti erano improntate al rispetto del carattere ideologico delle scelte. Certo il mondo non si ferma e non c’è più spazio per posizioni superate dalla storia, ma la repentina conversione sulla strada di Damasco di uomini e forze politiche diventati più realisti del re, non promette nulla di buono. Come si esce da tutto questo? Con la partecipazione vigile del popolo a tutte le scelte e la spinta verso i problemi veri che sono  il lavoro, la formazione, la salute, i salari equi, la  sicurezza, la democratizzazione dei rapporti sociali, pensioni decorose, l’ eliminazione di macroscopici privilegi ovunque essi siano. Il tifo per questo o quest’altro schieramento lasciamolo agli stadi! Come si può evincere, il programma necessario per restituire agli italiani serenità e voglia di crescere, visto che tutti gli indicatori ci spingono verso il basso, è un programma socialista. Tutte le imitazioni non riusciranno mai a “sentire” questa politica come indispensabile. Quanti oggi si dichiarano socialisti, magari ripudiando vecchie fedi politiche che li hanno visti protagonisti al vertice nazionale, e non solo, di partiti fieri avversari della cultura socialista, sappiano che non saranno mai credibili. Le operazioni in atto che provano a cancellare simbolo, storia, ideali, battaglie anche dolorosissime di compagni, alcuni dei quali hanno sacrificato anche la vita, di un partito glorioso quale quello socialista, sono destinate a fallire. Sono manovre per il controllo del potere, ma non hanno il crisma della fede politica. Essere socialisti, peraltro, non è solo una fede politica, è la ricerca innovativa per il bene comune. La crisi odierna ha i seguenti numeri: 5% del PIL in meno, il 20% della produzione industriale in meno. Posto che i lavoratori nell’industria si aggirano fra i quattromilioni e mezzo e i cinque milioni, si rischia una perdita di lavoro per circa 800 mila lavoratori. A questo disastro bisogna aggiungere l’indotto. Quanti, in Italia, hanno avuto sentore di politiche nuove ed originali in grado di affrontare una crisi senza precedenti, salvo forse quella del ’29, come quella attuale? Il governo ha affrontato la crisi con politiche finanziarie, con attenzione al destino delle banche, della situazione economica dei grandi gruppi industriali, ma senza uno straccio di politica per il lavoro. Ecco perché, se non ci fosse, il Partito socialista bisognerebbe inventarlo. Leggo le discussioni dei compagni, alcuni dei quali invaghiti del partito di Occhetto, Vendola e Nencini. Senza scomodare la storia politica di quegli uomini, avanzo un sospetto, se mi è consentito: non hanno formazione socialista e non perseguiranno politiche socialiste. In questa tempesta provano a spogliarci di tutto per vestire abiti nuovi. I loro sono sdruciti!

GIOVANNI SCARAFILE

E la politica non si sente tanto bene

L’ideologia è morta

L’ideologia è morta

Il dato più  tangibile che si osserva oggi in Italia è la disaffezione nei confronti della politica.

I partiti non si differenziano più per una scelta di campo, compiuta in difesa dei ceti sociali che intendono rappresentare, ma solo per i percorsi che scelgono di seguire al fine di raggiungere risultati simili.

Tutti sembrano aver sposato il “dio  Mercato”, regolatore delle dinamiche sociali.

L’individuo non conta più e si ragiona in termini di macrosistemi.

Lo scontro frontale fra chi intendeva dare ad ognuno secondo i bisogni e chi proclamava che fosse necessario dare ad ognuno secondo i propri meriti, si è  risolto in un arido “ad ognuno secondo il potere contrattuale da lui, comunque, conquistato”. Continua a leggere »

 

IL SOCIALISMO DI SALVEMINI

IL SOCIALISMO DI SALVEMINI

Gaetano Salvemini, storico, antifascista e uomo del Sud, aderì al Partito Socialista Italiano e alla corrente meridionalista, collaborando, dal 1897, alla rivista Critica sociale, mostrandosi tenace sostenitore del suffragio universale e della soluzione della questione del Mezzogiorno, cercando di condurre su posizioni meridionaliste il movimento socialista e insistendo sulla necessità di un collegamento tra operai del nord e contadini del sud, sulla necessità dell’abolizione del protezionismo e delle tariffe doganali di Stato (perché proteggono l’industria privilegiata e danneggiano i consumatori), e della formazione di una piccola proprietà contadina che liquidasse il latifondo.

Salvemini combatté il malcostume politico e le gravi responsabilità di Giolitti  nel crack della Banca Romana. Nel partito socialista si scontrò sui temi sopra citati con la corrente maggioritaria di Filippo Turati e, in seguito ad una mancata manifestazione del partito contro lo scoppio della guerra di Libia (1911), uscì dal partito socialista. Sulla scia di questo distacco, nel dicembre 1911 diede quindi vita ad un periodico, “L’Unità”, che diresse fino al 1920, perseguendo il tentativo di fondare un nuovo partito, la Lega democratica, meridionalista, socialista nei fini di giustizia e liberale nel metodo, contro ogni privilegio.

 

 

 

 “Io – confidò in uno scritto  Gaetano Salvemini– mi mettevo dal punto di vista di un operaio, magari di un contadino analfabeta, convinto che essi avevano il diritto di capire, se volevamo essere democratici per davvero e non sacerdoti di riti arcani”. Il suo  socialismo non si fregiò del blasone di un qualche sistema filosofico compiuto e perfezionato. Era invece il socialismo che si prodigava per un “po’ di bene per tutti”, che denunciava il sopruso e avversava i privilegi, tutti i privilegi, anche quelli che gli operai del Nord difendevano pervicacemente (anche allora) a danno dei pastori sardi, dei carusi siciliani, dei cafoni pugliesi. “Il mio – egli scrisse – era il socialismo degli ultimi e non dei penultimi. I penultimi avevano qualche speranzella di salire nella scala, magari a spese degli ultimi; questi se la cavassero da sé”. Il suo anelito di giustizia, dunque, muoveva da un’esigenza schiettamente morale, e mai Salvemini tollerò che questa limpida sorgente di umanità venisse inquinata dal diluvio delle “filosofesserie” con le quali i “socialisti ufficiali” erano usi infarcire i loro programmi. Così ebbe a dire di se stesso: “Sono un socialista democratico all’antica, e per giunta riformista, gradualista… Questo vuol dire che non sono comunista per le stesse ragioni per cui non fui mai fascista, e non sono mai stato né sono oggi, né sarò mai clericale”.  Ed eccolo  “buttarsi allo sbaraglio, anche senza speranza alcuna, contro il sopruso e l’ingiustizia”. Espresse le sue ragioni come solo lui sapeva esprimerle, “con sfavillio di arguzie e la felicità dello sberleffo”.  Ragioni  che militano a favore dello Stato liberale contro la “clerocrazia nera e il totalitarismo rosso”. Ragioni che si riassumono nel rispetto per l’umanità dei propri simili; una umanità non più fatta da “pecore cieche e matte … bisognose di cani mastini e pastori infallibili”, ma vivificata da “uomini diritti, soli artefici dei propri destini e unici capitani dei loro vascelli”. Era ancora lontano il tempo della democrazia “ideale”, della democrazia che impegna i cittadini a difendere con lungimiranza e probità la causa del benessere generale. Il solo metodo disponibile per educare quella intelligenza è la discussione, con tutte le libertà implicite in essa”. Già: la discussione. Su tutto, e con tutti. Purché condotta “senza la perentorietà arrogante dei fanatici e con la sola convinzione che anche nella melma delle idee più confuse, anche lì, si può sempre setacciare una pagliuzza d’oro”.

Il democratico, non lo invento io, è tollerante, e desidera il conforto dell’opinione altrui, perché vive e si nutre del dubbio.

La ricerca del  dare il meglio  di sé cresce grazie alla filosofia del dubbio.

La democrazia non è un lusso di cui godere in tempi di vacche grasse, è uno stile di vita, anche se, purtroppo, c’è chi millanta credito anche su questo versante. E tuttavia…dobbiamo orgogliosi  riaffermare che…

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”( art. 1 costituzione it.)

Per questo credo che, per dirla con Salvemini, chi ha a cuore le sorti della democrazia oggi, dovrebbe “buttarsi allo sbaraglio, anche senza speranza alcuna, contro il sopruso e l’ingiustizia.