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	<title>Socialist - Il socialista clandestino di Bobo Craxi &#187; Nicola Carnovale</title>
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		<title>IL PD , UN VASCELLO FANTASMA</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2009 14:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Carnovale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[L’avvio del dibattito congressuale in casa Pd ha del surreale. Non solo per le modalità previste dal macchinoso statuto dei democrats  all’insegna del più folle autolesionismo, quanto per l’assurda contesa tra “vecchio che avanza” e “nuovo che torna”. Entrambe le categorie, oltre ad essere molto labili e contraddittorie nella forma e nella sostanza, appaiono, diversamente alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’avvio del dibattito congressuale in casa Pd ha del surreale. Non solo per le modalità previste dal macchinoso statuto dei democrats  all’insegna del più folle autolesionismo, quanto per l’assurda contesa tra “vecchio che avanza” e “nuovo che torna”.<span id="more-235"></span> Entrambe le categorie, oltre ad essere molto labili e contraddittorie nella forma e nella sostanza, appaiono, diversamente alla dialettica hegeliana, destinate a non generare alcuna sintesi. Questo, non solo per una banale quanto legittima forma di masochismo che accompagna la storia della sinistra italiana nel suo complesso &#8211; da cui difficilmente riuscirà a smarcarsi nel medio periodo &#8211;  quanto per la difficoltà, se non l’impossibilità assoluta, di con coniugare forzatamente il vecchio con il nuovo, o meglio, ciò che fu, con ciò che dovrà essere, specie nell’indefinitezza di quest’ultimo. La storia ci insegna che i processi di cambiamento si materializzano sempre in seguito a forti “ropture”. In tal senso, il secolo scorso è maestro. L’atto di nascita del Pd non è stato contrassegnato da alcuna discontinuità, né politica, né culturale, né tantomeno generazionale, pagando oggi, ancor più di ieri, il  suo peccato originale. E’ il figlio, in  <em>continum,</em> di due nomenklature malate, di due partiti che avevano esaurito la loro funzione e che hanno pensato bene di convogliare in un matrimonio di interesse, pensando che l’infausta unione sommasse le forze e non anche le debolezze reciproche. Tanto più, la sua nascita, come segnalato dallo stesso Veltroni, è stata intempestiva, ossia alla conclusione della stagione dell’Ulivo, che nel bene e nel male ha rappresentato una parentesi, felice e breve quanto drammatica, della recente e poco esaltante storia della sinistra. Gli amalgami tra Ds e Dl, presenti all’interno delle due categorie sopradette per la scalata al Pd, che vede contrapposte le cordata  Bersani &#8211; D’Alema insieme a Bindi,Letta e Levi e quella Franceschini &#8211; Marini con Veltroni, Fassino e Cofferati, non sono il frutto, come potrebbe erroneamente apparire, di una contaminazione e di una elaborazione politica e culturale tra personalità di disparata provenienza. Essa è piuttosto una reiterata lotta  di bande tra nomenklature, accordate al loro interno su logiche di spartizione e di gestione. L’involucro teorico-culturale di entrambe cordate è il nuovismo (senza il nuovo, ovviamente!) declinato nelle sue diverse forme, più o meno enfatizzate ed estremizzate, con colpi bassi e demonizzazioni all’ordine del giorno, in una sorta di riproposizione tutta interna dell’antiberlusconismo. Un dantesco contrappasso. Ovviamente,  vi è anche spazio per riproporre, in pieno nuovismo, vecchi duelli e nuovi rancori, vecchie ambizioni e nuovi interessi.  Ma un dato è assodato. Nella guerriglia, allo stato, non emergono posizioni politiche e piattaforme in grado di presentarsi quale base alternativa né per le ambizioni di governo del paese, né per la più realistica opposizione verso quello attuale. A meno che, non si voglia elevare a rango di piattaforma di programma l’evocazione di qualche “lenzuolata”  piuttosto che i proclami salvifici di aver conquistato una sonora sconfitta anziché una disfatta. Lo stesso tema delle alleanze, che dopo la scelta di corsa solitaria veltroniana ha tanto scaldato gli animi, appare residuale innanzi ad un quadro politico che vede queste come necessarie ed indispensabili, al di là delle diverse geometrie con cui esse si dovranno costruire già alle prossime tornate regionali. In questo contesto il “nuovo che torna” non è altro che un nuovo che guarda caso coincide col presente, ed il “ vecchio che avanza”, infondo, non è mai andato via. Ma tutto diventa pur lecito per conquistare il vascello fantasma. Ma i fantasmi, non fanno più paura a nessuno ed appartengono ad un mondo che non esiste.</p>
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		<title>Verso quale sistema?</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 07:55:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Carnovale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ad urne chiuse e a dati consolidati, sarebbe stata indispensabile <strong>una profonda riflessione</strong> destinata a chiedersi in quale direzione corre il nostro sistema politico. I dati nel complesso, e quello referendario in particolare, consegnano ad una classe politica debole quanto conflittuale,  gli strumenti idonei per capire in che modo si può scrivere la parola fine ad una transizione che dura ormai quasi un ventennio.</p>
<p><span id="more-80"></span></p>
<p>Le elezioni politiche dello scorso anno, avevano indotto molti <strong>incauti sostenitori del partito del bi-partitismo più o meno esasperato a cantare vittoria</strong>, considerando quel risultato il punto di arrivo della trasformazione del sistema italiano. Peccato che tale canto non sia stato accompagnato da valutazioni che tenessero conto delle modalità (utilizzo capestro della legge elettorale) e del contesto politico (elezioni anticipate e grande conflittualità nella compagine che di governo) in cui esso è maturato.</p>
<p>Non può quindi meravigliare se, a meno di un anno, anche grazie alla massiccia astensione che condiziona il risultato europeo, <strong>quell’approdo bipartitico appare del tutto irrealizzabile</strong> &#8211; anche per via dello stato comatoso di uno dei suoi attori &#8211; e sembra essere ripresa una navigazione in mare aperto verso lidi ignoti e sconosciuti.</p>
<p>I dati della tornata europea ed amministrativa ci consegnano <strong>un paese in cui avanza il blocco di centrodestra</strong> con un ruolo dominante della Lega laddove presente,  ed un Pd, in piena crisi, che perde centinaia di amministratori locali (si ridisegnano così anche nuovi rapporti di forza all’interno dell&#8217;Api e dell’Anci)  sempre a metà strada tra una vocazione maggioritaria agognata ed un blocco di alleanze ancora indefinito.</p>
<p>Ma <strong>il dato più interessante è quello referendario</strong>, e non certo per il suo esito che appariva scontato alla vigilia del voto. Il referendum, che ha registrato in origine la corsa ai banchetti di esponenti di primo piano della vita politica, registra il fallimento più clamoroso dalla storia, con la più bassa percentuale di partecipanti. Un dato non pronosticabile visto non solo il grande can can di cui ha goduto, ma anche e soprattutto per l’impegno profuso dai due contenitori maggiori. Impegno presente e sotterraneo anche in taluni  settori del PdL – con il voto dello stesso Berlusconi come tacita indicazione &#8211; e ancor più spinto ed interessato dal PD, nascosto invece dietro il paravento dell’utilità del mezzo referendario come strumento per scardinare il porcellum.</p>
<p>In tal senso, <strong>la massiccia astensione non è certo il de profundis dell’istituto referendario</strong> come asserito incautamente da qualcuno, ma tutt’altro. Questa, non può certamente essere ascritta in via esclusiva al partito del “non voto”, come buona parte va attribuita alla troppa tecnicità dei quesiti proposti al corpo elettorale.</p>
<p>Ma di certo, il dato nel suo complesso è assai significativo di una volontà e di un orientamento maggioritario, che non accetta che la vita democratica del paese – che democratica non è – possa essere gestita come bene proprio indisponibile a terzi, da due signori, chiunque essi siano. E’ un fallimento che pochi anno avuto il coraggio di ascrivere pubblicamente ai due maggiori, alla loro gestione ed alla loro capacità di essere alternativi nel governo del paese ed al modello politico da essi auspicato ed imposto in taluni frangenti.</p>
<p>Il tutto, invece, sembra essere caduto già nel dimenticatoio, mentre avrebbe dovuto far <strong>imboccare repentinamente la strada di una riforma della legge elettorale</strong> pluralista, rappresentativa, che consenta di avere maggioranze coese e governabilità  e restituisca ai cittadini la scelta del proprio rappresentante. Una riforma elettorale, accompagnata da riforme istituzionali, che non sia ad uso, tutela e conservazione del nuovo  pentapartito insediatosi nelle istituzioni del paese ma possa invece dare rappresentanza anche a quei soggetti minori, oggi fuori dalle istituzione parlamentari nazionali ed europee, che godono del consenso di una parte cospicua e crescente dell’elettorato, come la tornata europea ha plasticamente registrato.</p>
<p>In sostanza, <strong>un sistema totalmente diverso da quello esistente</strong>. E’ questa la strada, indicata dai cittadini. Essa può segnare l’avvento di una nuova stagione ed il raggiungimento di un sistema politico maturo conforme al sentimento ed alla cultura del nostro paese, ridando prospettiva ad una democrazia da ricostruire e nuova linfa vitale ad istituzioni in piena crisi di credibilità.</p>
<p>Ma siamo pronti a scommettere, che nella piena tradizione italica,  si seguiranno altre strade?</p>
<p>Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/9053157@N02/2839354824">Bredgur</a></p>
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