SCANDALO A CORTE

BISIGNANEIDE

Non gliene andava bene una. Sembrava l’Erodiani, quello del calcioscommesse. Quando Bisignani ti dava un consiglio, finiva male. Disse alla Santanchè nel 2008 di andare con Storace, che sarebbe stata la sua fortuna. E’ finita come sappiamo con La Destra fuori dal Parlamento. Sponsorizzò Papa per un posto di sottosegretario che non si nega nemmeno a Catone, e invece niente. Volle sincerarsi dall’amico Ronchi che non sarebbe nato un governo Tremonti e Ronchi lo rassicurò:  ”O il Berlusconi bis o le urne”. E infatti restò il Berlusconi uno. Superbo anche il consiglio a Mauro Masi: “Manda via Santoro o dimetitti dalla Rai”. Restarono entrambi per mesi. Ma il capolavoro massimo è la nomina della Santanchè a sottosegretario. Commenta Briatore, che dovrebbe essere amicissimo della guerrigliera di Arcore: “Quel che mi fa strano è che il presidente l’ha messa lì”. E Bisignani confessa che ce l’ha messa lui. Pronta per l’uso delle dèbacles milanese e napoletane. Dopo questi ottimi risultati bisognerebbe anche porre uno sbarramento ai mandati di Bisignani. Non più di due legislature. Bis-ignani e poi a casa

 

IL SOGNO DI ROMANO

Probabilmente sarà stata galeotta l’Emilia, regione a cui Romano Prodi e Pier Luigi Bersani sono legati come la cozza allo scoglio, oppure, per il fatto che il vento soffia a favore del loro schieramento politico e lo stanno sfruttando per giocare una nuova partita, con una divisone di ruoli istituzionali tra di loro, fatto sta che si sono messi assieme.  

Una coppia che, in questi ultimi tempi, si è fortemente rafforzata, avendo il medesimo comune sentire e i medesimi interessi politici a stare uniti e compatti. Entrambi non sono di primo pelo, ma rispetto ad altri esponenti del Pd credono di avere più chance per giocare una partita ambiziosa tutta incentrata su di loro. Però, hanno avuto due destini diversi, mentre Bersani saliva al vertice del Pd, Prodi entrò in un cono d’ombra, dopo essere stato fatto fuori malamente dalla Presidenza del consiglio.

Dopo un lungo periodo di letargo, il professore bolognese è uscito allo scoperto ed è presente nelle manifestazioni pubbliche del Pd.

In quel lasso di tempo di vita solitaria a Bologna e talvolta in giro per il mondo a tenere conferenze, fece alcune interviste al vetriolo sulla conduzione del Pd, che furono criticate aspramente dal gruppo dirigente, tant’è che con il passare del tempo era finito nel dimenticatoio. Dopo le scorse amministrative e i referendum vittoriose ha rotto il silenzio ed è uscito  “a riveder le stelle”, ossia ha deciso di farsi rivedere in pubblico e nelle assemblee di partito.  

Con l’arrivo della primavera, dunque, è risuscitato e giacché è la stagione dei progetti e dei propositi, ha deciso di impegnarsi al fianco del segretario del Pd, per dargli una mano e, nello stesso tempo, come dire, per la propria causa. In latinorum, Prodi pro domo sua.   

I tempi sono tali che chi vuole organizzarsi per le battaglie future non può vivere in solitudine, aspettando  che scenda la manna dal cielo. Per questo,Prodi ha capito che il vento soffia contro Berlusconi e ha preso la palla al balzo e ha stretto un feeling con Bersani, il quale sotto sotto sta lavorando per avere un Pd a sua immagine e somiglianza, senza i condizionamenti del vecchio notabilato ex comunista. In particolare, si è reso autonomo da Massimo D’Alema.

A ben pensarci, il professore e il segretario hanno l’obiettivo di liberarsi da coloro che possano mettere il bastone tra le ruote per bloccarli nella loro corsa verso il Colle e Palazzo Chigi. Forti anche del fatto che il Pd dopo mesi di crisi sta risalendo la china, più per demeriti della maggioranza che per meriti propri.

In questo clima, Prodi sogna il Quirinale e Bersani Palazzo Chigi.

Non è detto che finirà così, nel centrosinistra ci sono tanti che aspirano a quelle due prestigiose poltrone e potrebbe succedere  come nei conclavi vaticani, si entra Papa e si esce cardinale.

AUMENTA LA SINDROME GRECA

MOODY’S DECLASSA L’ITALIA

L’agenzia statunitense Moody’s ha collocato il rating Aa2 dell’Italia sotto revisione in vista di un possibile downgrade. Lo fa sapere l’agenzia statunitense in una nota. Moody’s ha anche riaffermato il rating di breve termine al livello prime -1. Una nuova tegola sull’economia italiana dopo l’outlook negativo assegnato al rating italiano da Standard & Poor’s.

Meno di un mese fa, infatti, S&P aveva tagliato l’outlook citando le deboli prospettive di crescita e l’incerto impegno politico per attuare riforme che stimolino la produttività. E di sviluppo torna a parlare anche Moody’s, citandolo come primo fattore dietro alla messa sotto revisione del rating: sotto accusa i rischi per la crescita economica dovuti alla “debolezza macroeconomica strutturale e alla probabile risalita dei tassi d’interesse nel tempo”. Debolezza strutturale che per Moody’s ha a che fare con “bassa produttività e importanti rigidità nel mercato del lavoro e dei prodotti”. L’Italia ha recuperato finora “solo una frazione dei sette punti di prodotto interno lordo che ha perso durante la crisi globale”.

Al secondo punto tra i motivi della messa sotto revisione i rischi legati alla messa in pratica dei “piani di consolidamento fiscale richiesti per ridurre il debito pubblico e tenerlo a livelli gestibili”. Potrebbe rivelarsi difficile generare l’avanzo primario di bilancio necessario a dare inizio a “una solida tendenza al ribasso”.

ARTICOLO DI FORMICA PER IL RIFORMISTA

RINO FORMICA : TREMONTI PER IL RISVEGLIO ISTITUZIONALE

RINO FORMICA : TREMONTI PER IL RISVEGLIO ISTITUZIONALE

da “IL RIFORMISTA”

Le transizioni abortite riproducono altre transizioni.
La lunga transizione (20 anni) ha messo in luce la sua vera debolezza: negare il conflitto dei poteri, ignorare lo spessore materiale della dialettica sociale e restringere il proprio orizzonte con una chiusura provinciale per non vedere la caotica unificazione globale.
Si ritenne sufficiente eliminare i più fastidiosi ed inorganici pezzi del ceto politico ed esaltare il potere salvifico e liberatorio di una ipocrita evocazione del primato della morale su la politica.
Un’ abile manipolazione delle leggi elettorali completò il quadro: la rappresentanza non fu lo specchio del paese reale perché trasformò le minoranze in maggioranza e travolse le regole di garanzia che la Costituzione aveva fissato.
Fu così che la democrazia organizzata perse solidità e forza e si ridusse ad un gioco alternativo tra due campi fluidi.
Erano fluidi perché simili nell’affermare l’interclassismo sociale ed il rifiuto della storia.
u segue dalla prima pagina
Inoltre la mistica del superamento delle ideologie lasciò alla competizione nei due campi il confronto amministrativo tra un fare “pulito” ed un fare “interessato”.
Cosa ci dice il voto amministrativo al di là della sconfitta personale di Berlusconi: ci dice che la politica torna ad essere solida perché la condizione liquida non può governare una società attraversata da mille paure.
Quale è la difficoltà che impedisce ai due campi di passare rapidamente dallo stato fluido alla densità della politica? La risposta è semplice: le due forze motrici sono sorelle gemelle nate imperfette da un parto difficile e senza assistenza clinica.
Milano e Napoli sono due risposte diverse allo stesso problema: potrà lo spontaneismo riformista o il movimentismo magrebino trasformarsi in democrazia organizzata per l’alternativa che metta a confronto visioni diverse della riorganizzazione della società e che possa reggere alle competizioni internazionale in atto per scrivere le nuove regole disciplinari dei conflitti globali?
Se la politica solidificandosi perde la condizione di liquido mette in evidenza i corpi estranei e la diversità dei materiali. Il caso Tremonti è emblematico.
Tremonti viene da studi ben basati: il diritto gli aveva dato le coordinate, l’apertura libertaria lo aveva guidato nelle scelte politiche, una sana esperienza di potere lo aveva indotto ad affinare una cultura di governo fuori dagli schemi tradizionali.
Nella democrazia organizzata del ‘900 il binomio comando ed obbedienza aveva le radici nel dominio delle ideologie.
Nella democrazia disarticolata della politica fluida il comando e l’obbedienza hanno perso il carattere nobile dell’adesione ad una visione per assumere l’aspetto volgare della fedeltà ad un capo.
Tremonti ha ritenuto che nel campo fluido del centro-destra si potesse operare meglio e si è ritagliato uno spazio con abilità ed intelligenza: ha assunto il comando con la forza di un valore individuale e ha scelto di obbedire non alla gerarchia ma ad un progetto di rigore per evitare la fuoriuscita dall’Europa.
Tremonti capisce cosa avviene nel mondo dopo l’11 settembre del 2001 e sprovincializza la gestione domestica del “fare”.
Questa scelta provoca il rispetto nel centro-destra e l’incomprensione del centro-sinistra. Il paradosso di Tremonti è tutto qui: nella politica fluida è a suo agio nel centro-destra perché è superiore al suo capoufficio, ma, nella politica forte il suo posto nel centro-destra è innaturale perché la politica di progetto è visione del cambiamento che è per sua natura politica di sinistra. Ma la sinistra di oggi non lo ama perché preferisce la politica fluida che dà spazio e forza alla irrazionalità movimentista. È l’antiberlusconismo che finisce per essere berlusconismo.
Tremonti sa che la politica del rigore ha salvato i risparmiatori ed il sistema bancario, e sa, anche, che la politica del rigore non agevola una rapida crescita.
Tremonti sa che una politica di rigore e di crescita richiede un progetto di riforma contro gli sprechi e l’evasione fiscale che sono saldamente difesi dalle corporazioni, guidate da potenti apparati burocratici.
Questi poteri dopo la fine dei partiti sono diventati i bracci operativi del notabilato politico per controllare il consenso.
Ecco il nuovo cancro che minaccia il corpo malato del sistema -paese: il potere dispotico dei boiardi degli apparati tecnoburocratici che ricevono forza dalla assenza di politica forte.
Io non so se Tremonti ha la voglia e la forza per mettere le carte in tavola: il passaggio dalla fluidità della politica alla solidità di uno scontro politico e sociale di sistema richiede una soluzione di sistema.
Queste soluzioni hanno bisogno di un alto garante istituzionale e di un largo consenso di forze anche nell’attuale Parlamento.
Alla rivolta degli elettori deve seguire una reazione dei parlamentari.
Può nascere in Parlamento il movimento art. 67 : «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»!
Nessuno lo sa. Sappiamo, però, che la crisi 90/92 nacque in Parlamento ed è in Parlamento che dovrà ricomporsi se vogliamo che la politica forte non cada nelle mani delle voraci corporazioni. Nessuna esclusa. È durato a lungo il sonno del Parlamento, oltre c’è il default istituzionale.

Le transizioni abortite riproducono altre transizioni.
La lunga transizione (20 anni) ha messo in luce la sua vera debolezza: negare il conflitto dei poteri, ignorare lo spessore materiale della dialettica sociale e restringere il proprio orizzonte con una chiusura provinciale per non vedere la caotica unificazione globale.
Si ritenne sufficiente eliminare i più fastidiosi ed inorganici pezzi del ceto politico ed esaltare il potere salvifico e liberatorio di una ipocrita evocazione del primato della morale su la politica.
Un’ abile manipolazione delle leggi elettorali completò il quadro: la rappresentanza non fu lo specchio del paese reale perché trasformò le minoranze in maggioranza e travolse le regole di garanzia che la Costituzione aveva fissato.
Fu così che la democrazia organizzata perse solidità e forza e si ridusse ad un gioco alternativo tra due campi fluidi.
Erano fluidi perché simili nell’affermare l’interclassismo sociale ed il rifiuto della storia.
u segue dalla prima pagina
Inoltre la mistica del superamento delle ideologie lasciò alla competizione nei due campi il confronto amministrativo tra un fare “pulito” ed un fare “interessato”.
Cosa ci dice il voto amministrativo al di là della sconfitta personale di Berlusconi: ci dice che la politica torna ad essere solida perché la condizione liquida non può governare una società attraversata da mille paure.
Quale è la difficoltà che impedisce ai due campi di passare rapidamente dallo stato fluido alla densità della politica? La risposta è semplice: le due forze motrici sono sorelle gemelle nate imperfette da un parto difficile e senza assistenza clinica.
Milano e Napoli sono due risposte diverse allo stesso problema: potrà lo spontaneismo riformista o il movimentismo magrebino trasformarsi in democrazia organizzata per l’alternativa che metta a confronto visioni diverse della riorganizzazione della società e che possa reggere alle competizioni internazionale in atto per scrivere le nuove regole disciplinari dei conflitti globali?
Se la politica solidificandosi perde la condizione di liquido mette in evidenza i corpi estranei e la diversità dei materiali. Il caso Tremonti è emblematico.
Tremonti viene da studi ben basati: il diritto gli aveva dato le coordinate, l’apertura libertaria lo aveva guidato nelle scelte politiche, una sana esperienza di potere lo aveva indotto ad affinare una cultura di governo fuori dagli schemi tradizionali.
Nella democrazia organizzata del ‘900 il binomio comando ed obbedienza aveva le radici nel dominio delle ideologie.
Nella democrazia disarticolata della politica fluida il comando e l’obbedienza hanno perso il carattere nobile dell’adesione ad una visione per assumere l’aspetto volgare della fedeltà ad un capo.
Tremonti ha ritenuto che nel campo fluido del centro-destra si potesse operare meglio e si è ritagliato uno spazio con abilità ed intelligenza: ha assunto il comando con la forza di un valore individuale e ha scelto di obbedire non alla gerarchia ma ad un progetto di rigore per evitare la fuoriuscita dall’Europa.
Tremonti capisce cosa avviene nel mondo dopo l’11 settembre del 2001 e sprovincializza la gestione domestica del “fare”.
Questa scelta provoca il rispetto nel centro-destra e l’incomprensione del centro-sinistra. Il paradosso di Tremonti è tutto qui: nella politica fluida è a suo agio nel centro-destra perché è superiore al suo capoufficio, ma, nella politica forte il suo posto nel centro-destra è innaturale perché la politica di progetto è visione del cambiamento che è per sua natura politica di sinistra. Ma la sinistra di oggi non lo ama perché preferisce la politica fluida che dà spazio e forza alla irrazionalità movimentista. È l’antiberlusconismo che finisce per essere berlusconismo.
Tremonti sa che la politica del rigore ha salvato i risparmiatori ed il sistema bancario, e sa, anche, che la politica del rigore non agevola una rapida crescita.
Tremonti sa che una politica di rigore e di crescita richiede un progetto di riforma contro gli sprechi e l’evasione fiscale che sono saldamente difesi dalle corporazioni, guidate da potenti apparati burocratici.
Questi poteri dopo la fine dei partiti sono diventati i bracci operativi del notabilato politico per controllare il consenso.
Ecco il nuovo cancro che minaccia il corpo malato del sistema -paese: il potere dispotico dei boiardi degli apparati tecnoburocratici che ricevono forza dalla assenza di politica forte.
Io non so se Tremonti ha la voglia e la forza per mettere le carte in tavola: il passaggio dalla fluidità della politica alla solidità di uno scontro politico e sociale di sistema richiede una soluzione di sistema.
Queste soluzioni hanno bisogno di un alto garante istituzionale e di un largo consenso di forze anche nell’attuale Parlamento.
Alla rivolta degli elettori deve seguire una reazione dei parlamentari.
Può nascere in Parlamento il movimento art. 67 : «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»!
Nessuno lo sa. Sappiamo, però, che la crisi 90/92 nacque in Parlamento ed è in Parlamento che dovrà ricomporsi se vogliamo che la politica forte non cada nelle mani delle voraci corporazioni. Nessuna esclusa. È durato a lungo il sonno del Parlamento, oltre c’è il default istituzionale.

Le transizioni abortite riproducono altre transizioni.
La lunga transizione (20 anni) ha messo in luce la sua vera debolezza: negare il conflitto dei poteri, ignorare lo spessore materiale della dialettica sociale e restringere il proprio orizzonte con una chiusura provinciale per non vedere la caotica unificazione globale.
Si ritenne sufficiente eliminare i più fastidiosi ed inorganici pezzi del ceto politico ed esaltare il potere salvifico e liberatorio di una ipocrita evocazione del primato della morale su la politica.
Un’ abile manipolazione delle leggi elettorali completò il quadro: la rappresentanza non fu lo specchio del paese reale perché trasformò le minoranze in maggioranza e travolse le regole di garanzia che la Costituzione aveva fissato.
Fu così che la democrazia organizzata perse solidità e forza e si ridusse ad un gioco alternativo tra due campi fluidi.
Erano fluidi perché simili nell’affermare l’interclassismo sociale ed il rifiuto della storia.
u segue dalla prima pagina
Inoltre la mistica del superamento delle ideologie lasciò alla competizione nei due campi il confronto amministrativo tra un fare “pulito” ed un fare “interessato”.
Cosa ci dice il voto amministrativo al di là della sconfitta personale di Berlusconi: ci dice che la politica torna ad essere solida perché la condizione liquida non può governare una società attraversata da mille paure.
Quale è la difficoltà che impedisce ai due campi di passare rapidamente dallo stato fluido alla densità della politica? La risposta è semplice: le due forze motrici sono sorelle gemelle nate imperfette da un parto difficile e senza assistenza clinica.
Milano e Napoli sono due risposte diverse allo stesso problema: potrà lo spontaneismo riformista o il movimentismo magrebino trasformarsi in democrazia organizzata per l’alternativa che metta a confronto visioni diverse della riorganizzazione della società e che possa reggere alle competizioni internazionale in atto per scrivere le nuove regole disciplinari dei conflitti globali?
Se la politica solidificandosi perde la condizione di liquido mette in evidenza i corpi estranei e la diversità dei materiali. Il caso Tremonti è emblematico.
Tremonti viene da studi ben basati: il diritto gli aveva dato le coordinate, l’apertura libertaria lo aveva guidato nelle scelte politiche, una sana esperienza di potere lo aveva indotto ad affinare una cultura di governo fuori dagli schemi tradizionali.
Nella democrazia organizzata del ‘900 il binomio comando ed obbedienza aveva le radici nel dominio delle ideologie.
Nella democrazia disarticolata della politica fluida il comando e l’obbedienza hanno perso il carattere nobile dell’adesione ad una visione per assumere l’aspetto volgare della fedeltà ad un capo.
Tremonti ha ritenuto che nel campo fluido del centro-destra si potesse operare meglio e si è ritagliato uno spazio con abilità ed intelligenza: ha assunto il comando con la forza di un valore individuale e ha scelto di obbedire non alla gerarchia ma ad un progetto di rigore per evitare la fuoriuscita dall’Europa.
Tremonti capisce cosa avviene nel mondo dopo l’11 settembre del 2001 e sprovincializza la gestione domestica del “fare”.
Questa scelta provoca il rispetto nel centro-destra e l’incomprensione del centro-sinistra. Il paradosso di Tremonti è tutto qui: nella politica fluida è a suo agio nel centro-destra perché è superiore al suo capoufficio, ma, nella politica forte il suo posto nel centro-destra è innaturale perché la politica di progetto è visione del cambiamento che è per sua natura politica di sinistra. Ma la sinistra di oggi non lo ama perché preferisce la politica fluida che dà spazio e forza alla irrazionalità movimentista. È l’antiberlusconismo che finisce per essere berlusconismo.
Tremonti sa che la politica del rigore ha salvato i risparmiatori ed il sistema bancario, e sa, anche, che la politica del rigore non agevola una rapida crescita.
Tremonti sa che una politica di rigore e di crescita richiede un progetto di riforma contro gli sprechi e l’evasione fiscale che sono saldamente difesi dalle corporazioni, guidate da potenti apparati burocratici.
Questi poteri dopo la fine dei partiti sono diventati i bracci operativi del notabilato politico per controllare il consenso.
Ecco il nuovo cancro che minaccia il corpo malato del sistema -paese: il potere dispotico dei boiardi degli apparati tecnoburocratici che ricevono forza dalla assenza di politica forte.
Io non so se Tremonti ha la voglia e la forza per mettere le carte in tavola: il passaggio dalla fluidità della politica alla solidità di uno scontro politico e sociale di sistema richiede una soluzione di sistema.
Queste soluzioni hanno bisogno di un alto garante istituzionale e di un largo consenso di forze anche nell’attuale Parlamento.
Alla rivolta degli elettori deve seguire una reazione dei parlamentari.
Può nascere in Parlamento il movimento art. 67 : «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»!
Nessuno lo sa. Sappiamo, però, che la crisi 90/92 nacque in Parlamento ed è in Parlamento che dovrà ricomporsi se vogliamo che la politica forte non cada nelle mani delle voraci corporazioni. Nessuna esclusa. È durato a lungo il sonno del Parlamento, oltre c’è il default istituzionale.

VINCE LA DESTRA

LA CRISI SCONFIGGE I SOCIALISTI PORTOGHESI

LA CRISI SCONFIGGE I SOCIALISTI PORTOGHESI

 Le elezioni politiche di ieri in Portogallo hanno provocato l’uscita di scena di un altro grande protagonista del socialismo dell’ultimo decennio, Josè Socrates, capo del governo portoghese dal 2005. Accade a due settimane dalla debacle subita alle amministrative spagnole del 22 maggio dal Psoe di Josè Luis Zapatero.

Il Ps è stato nettamente battuto nelle urne dal Psd, (il partito socialdemocratico) del leader dell’opposizione di centrodestra Pedro Passos Coelho che sarà il nuovo primo ministro. Il Psd ha ottenuto il 38,6% che, sommato all’11,7% dei suoi alleati del Cds-Pp (il Centro democratico sociale con il Partito popolare), significa la maggioranza assoluta dei seggi, 129 su 230. I socialisti si fermano al 28,1% e a 73 poltrone. Nel conteggio mancano i 4 deputati eletti dai portoghesi all’estero, che saranno ripartiti il 15 giugno dopo lo scrutinio del voto per corrispondenza.

Socrates si è assunto la responsabilità della disfatta
e ha annunciato le dimissioni da leader del partito. Il premier uscente lascerà ogni incarico pubblico nel partito per «non condizionare le scelte della nuova direzione», che sarà eletta da un congresso straordinario.