occasione delle celebrazioni – - del decennale della morte di Bettino Craxi, Rai2 dedica oggi la prima serata allo statista socialista. Il tutto nell’ambito di uno Speciale Rai Educational La storia siamo noi, condotto da Giovanni Minoli.
A dieci dalla scomparsa di Craxi, La Storia Siamo Noi racconta uno dei leader più rappresentativi e discussi del Dopoguerra. A ripercorrere la sua storia che si intreccia profondamente con quella dell’Italia, tra gli altri, i familiari, gli amici, e i collaboratori. Interrogando, cosi’, la memoria di chi con Craxi ha vissuto e collaborato ma anche di chi contro il leader socialista ha a lungo combattuto.
Il programma, che secondo Minoli non ha alcun intento celebrativo ma sarà puramente storico, ha per titolo “Craxi. Ritratto di un leader” (di Carlo Durante e Antonello Savoca) e andrà in onda alle ore 21.05 su RaiDue.
“GRILLO E DI PIETRO? PATETICI PROTESTANO CONTRO UN MORTO..”
All’odio ha opposto il disprezzo. Il disprezzo per chi scende in piazza contro un uomo politico, suo padre, che non c’è più. Il leader dei Socialisti uniti Bobo Craxi, figlio di Bettino, ha usato parole dure nei confronti dei manifestanti: «Di Pietro e Grillo – ha detto – sono un po’ patetici: fanno una manifestazione contro un uomo politico che non c’è più, un caso unico al mondo. C’è di che riflettere».
Di «squallore politico e civile» parla il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, secondo il quale comunque l’iniziativa si è risolta in un fiasco: «È una manifestazione nata nell’odio e per odio contro un grande leader scomparso come Craxi. È l’ennesima conferma della differente statura tra un gigante politico come Craxi e due gnomi come Grillo e Di Pietro. Ma quello che conta è il clamoroso flop di una manifestazione convocata da giorni e che ha usufruito di un grande “lancio” televisivo e giornalistico. Rifletteranno i due su questo insuccesso e su questa figuraccia?».
FERRARA SU CRAXI “DIECI ANNI DOPO”
Non fu una «morte amabile», di quelle che conferiscono «grazia alla nazione» secondo la formula dello scrittore ed esteta francese Paul Morand.
Fu una morte amarissima, senza riscatto, profondamente disperata, una morte che generò esteso e profondo senso di colpa, e non solo nella masnada di sodali e ruffiani fattisi censori e liquidatori del suo onore politico. Perfino i suoi persecutori, i magistrati codini che ne fecero il capro espiatorio della Repubblica dei partiti, una Repubblica che doveva scomparire a viva forza nella vergogna, ebbero un momento di soprassalto.
Spirò da Hammamet, 10 anni fa, un sentimento ineluttabile di tragedia. Le cure mancate e la viltà politica che avevano consegnato alla latitanza e all’esilio quel socialista garibaldino dell’Ottocento diedero la misura, alle soglie di un secolo nuovo, della ferocia di una stagione italiana fertile di ingiustizia, di libidinosa demagogia, di morbosa violenza politica.
La telefonata di Silvio Berlusconi mi aveva raggiunto nella redazione milanese del Foglio nel pomeriggio inoltrato del 19 gennaio 2000. Era molto commosso, in lacrime, e mi aveva detto semplicemente che era morto Bettino. Il dolore mio si era presto raffreddato nel compito professionale e politico di fare un decente giornale intorno alla notizia.
Scrissi cose vanamente politiche, discussi il tratto umano e personale dell’amico con il massimo possibile di sobrietà, affrontai il banale e me ne difesi a stento, come sempre succede nei coccodrilli, ma pensai che una eulogia non pomposa e sentimentale sarebbe piaciuta a quella bestia da politica militante, a quel trionfante animale totus politicus che Craxi era stato.
1980, Bettino Craxi visita la stazione distrutta di Bologna
Il bene che gli volevo consisteva anche di un protocollo: sostegno alla sua complicata e intensa parabola di capo, amicizia leale non priva di infedeltà intellettuali, condivisione di anticomunismo e realismo del «fatto compiuto», autonomia reciproca di persone che avevano imprinting opposti (io il comunismo perduto dell’ex, lui il socialismo tradizionale di famiglia, ma con una peculiare apertura mentale proprio al mondo dell’exeità comunista).
L’aura di giornalista craxiano e rompicoglioni, arcinemico di quell’establishment che nei giornali contava e disponeva a proprio piacimento il plebiscito anticraxiano di ogni giorno, mi aiutò in certe furiose battaglie, e fu discretamente protettiva per gli sviluppi della mia qualunque carriera televisiva iniziatasi nella Raitre del maestro comunista-avanguardista Angelo Guglielmi (Bettino non ci credeva: «È troppo grasso» disse ad Antonio Ghirelli); e in nome di idee comuni ho preso anche un fracco di botte, diventando con lui e Berlusconi buon terzo nella classifica ufficiale degli «odiati e vilipesi» negli anni Ottanta.
Fino alla catastrofe morale della sera delle monetine, quando affrontò lo spirito linciatore dei tempi per venire da me in tv, scortato da un plotone di carabinieri, a dire la sua contro il fuoco di fila delle accuse («Da Ferrara l’ultima sfida al Paese» fu il titolo di Repubblica). Non andai al suo funerale per non intrupparmi con una folla rispettabile e amica, ma forse troppo varia e colorita per i miei sentimenti del momento. Il socialismo italiano, a cui non appartenevo nelle sue radici, si era veramente sfasciato con la caduta del suo ultimo capo, e ciascuno aveva fatto storia e pratica a sé, con qualche episodio molto imbarazzante di meschinità e poche risposte esemplari alla disdetta e all’impaccio del collasso e della brutalizzazione.
Parlai con Rino Formica, tra i pochissimi uomini verticali di tutta quella storia, e anche lui confessò di volere rinunciare al viaggio a Tunisi e Hammamet. Ci proponemmo di andare un anno dopo a posare un fiore sulla tomba dell’amico. Nemmeno la vita di Craxi era stata amabile, sebbene chi lo conosceva bene nell’intimità (la mia era un’amicizia politica, prima che personale) racconti di un tipo compagnone, che amava cantare, tirare tardi, vivere negli anfratti del piacere lasciati liberi dalla intensità e varietà di lavoro e di esperienza che era diventata tipica della comunità del potere italiano a partire dal dopoguerra, con la ricostruzione e i suoi spiriti.
Gli amici di sempre indicavano nella brutale trombatura di suo padre Vittorio, nelle elezioni del Fronte popolare dominate dai comunisti (1948), una delle ragioni forti del suo autonomismo e del suo schietto e mai rinnegato anticomunismo democratico, liberale, di sinistra. In Craxi c’erano gioia di vivere, spirito autenticamente ribaldo, indisponibilità a quelle pigrizie che fanno brutto e noioso il carattere burocratico della lotta politica.
CASINI SOGNA LE ELEZIONI E VUOLE IL FRENTE AMPIO CON DI PIETRO..
Io mi auguro che questa partita non si giochi e che Berlusconi risolva i problemi del Paese. Ma se pensa di utilizzare la questione giudiziaria per trasformare la democrazia in una monarchia, attaccando Napolitano e la Consulta, avrà una risposta dura, netta e univoca. E ci saranno sorprese». Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, prende le distanze dal leader del Pdl e parlando a margine del congresso del Movimento cristiano dei lavoratori, a Roma, rilancia l’idea di un fronte democratico che si opponga al Cavaliere nel caso di una forzatura per il ritorno anticipato alle urne. E in questa coalizione anti-Silvio potrebbe trovare ospitalità anche l’ex leader di An, Gianfranco Fini. Casini non ne parla esplicitamente, ma risponde appunto di «sorprese» ai cronisti che gli fanno domande specifiche sul tema.
NO COMMENT DI FINI – Il diretto interessato dal canto suo, non conferma e non smentisce. «Credo che sia giusto, quando si rappresenta l’Italia all’estero o comunque in un consesso internazionale, astenersi da qualsiasi commento che riguarda la politica italiana» ha detto Gianfranco Fini a margine della riunione dei presidenti dei parlamenti Ue a Stoccolma, liquidando così i giornalisti che gli chiedevano un commento alle parole di Casini.
IL FRONTE ANTI-CAV – A lanciare l’ipotesi di un grande schieramento repubblicano in difesa della democrazia era stato lo stesso Casini dalle pagine della Stampa. Casini aveva anche precisato di essere pronto a fare fronte comune con Pd e Idv: «Innanzitutto dico che uno schieramento repubblicano dovrebbe interpellare le coscienze di tanti parlamentari della Pdl, che non credo possano accettare una deriva di questo tipo – aveva spiegato -. Aggiungo che una divisione del Paese così lacerante sarebbe perniciosa e mi auguro che Berlusconi non segua questa strada. Ma un caso del genere richiederebbe una risposta inedita rispetto a quelle che si sono prefigurate fino ad oggi. Osservo però che minacciare le elezioni anticipate non significa averle».
LE REAZIONI NEL PDL – Immediate le reazioni del centrodestra. Il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, parla di presa di posizione «sconcertante» e si dice convinto che «gli elettori Udc che sono dei moderati punirebbero senza appello una scelta di alleanza anche con Di Pietro e sinistra». Italo Bocchino, vicecapogruppo del Pdl alla Camera eche proviene dalle fila di An, ammette invece che «Casini pone questioni serie» ma che «non c’è all’orizzonte l’ipotesi di un governo alternativo a quello voluto dagli elettori nè avrebbe senso il ricorso al voto anticipato, essendoci una maggioranza ampia che ha un programma elettorale da rispettare». Il ministro per l’attuazione del Programma, Gianfranco Rotondi, ritiene quella di Casini una «ipotesi che non ha alcuna ragion d’essere ed è priva di fondamento» e fa sapere che l’unico motivo per cui Berlusconi potrebbe valutare eventuali dimissioni anticipate sarebbe una sconfitta alle elezioni regionali. E il ministro Ignazio La Russa, che del Pdl è uno dei coordinatori nazionali, aggiunge: «Non credo che possa pensare a una riedizione di quei fallimenti disperati di chi non dice altro che no a Berlusconi. Ci ha già provato Prodi in passato con un segmento più piccolo»
